Pres. Giuseppe Salmè: lite in Cassazione sul diritto di registrare la mia discussione. Nullità dell’udienza.

Illegittimo rifiuto del Presidente Giuseppe Salmè di farmi registrare, il 3.4.2015, la mia discussione dinanzi alla 3° Sezione Civile della Cassazione, e conseguente nullità dell’udienza. Revocazione e richiesta di una Commissione Parlamentare a riguardo. ‘Sindrome da invincibilità’ dei giudici e necessità che siano giudicati da non giudici.

giudici_cassazione_lite

Detto che la mancata video-registrazione delle udienze le rende nulle, perché genera la potenziale vanificazione di quanto in esse accade o si dice, sono dolente di dover dire che sono lieto della profonda erroneità del comportamento del Presidente Salmè in quanto occasione per questo scritto.
Comportamento frutto di un comprensibile cedimento per l’impatto dei miei pur molto fondati argomenti, benché un po’ credo abbia esagerato, perché se, nella ventina di minuti della mia discussione, ne avessi sprecato qualcuno dicendo – a suo credo molto errato giudizio – delle inutilità, non sarebbe per questo crollato il palazzo della Cassazione, e sarebbe inoltre stato conforme al diritto difendere le cause secondo come ognuno sa fare e ritiene. Tanto più, ho provato a ricordargli, che l’an, il quantum ed il quomodo delle discussioni dovrebbe spettare all’avvocato.
A parte poi – una volta riconosciutolo infallibile nello sceverare l’utile – che sembra inopportuno l’uso di modi così esasperati per osteggiare qualche parola inutile in un luogo dove se ne dicono tante.
Un impeto tale da fargli obliare anche che tra il giudice e l’avvocato che si sforza di difendere la sua causa c’è disparità, perché il giudice, oltre a poterti allontanare, come ha più volte minacciato, può persino farti arrestare, ma soprattutto può subire, ad ogni tuo vibrar di ciglia, variazioni umorali poi riscontrabili in sentenza, sicché nel giudice la cavalleria è fondante.
Udienze non a caso registrate nei paesi ‘civili’ (non c’è civiltà in nessun luogo), come l’Australia, dove, ad esempio, solo grazie alla registrazione, potei, una volta, nel 1985, proporre e vincere un appello.
Registrazioni che, nel mentre siamo tutti intercettati, ancora mancano in Italia, per cui – non per me, perché le persecuzioni di cui sono oggetto da trent’anni mi sono utili per una sempre migliore comprensione della mia scoperta del modo di formazione del pensiero, ma nell’interesse della società – faccio osservare che ora, per dimostrare le nullità discendenti da comportamenti come quelli di Salmè, ho solo la prova per testi.
Nullità perché, se avessi il video o almeno l’audio dell’udienza, pubblicarlo in rete solleverebbe lo sdegno pubblico ed utilizzarlo nelle sedi competenti proverebbe l’assenza dei requisiti di cui all’art. 111 della Costituzione («Ogni processo si svolge … in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale»).
Nullità che cercherò di provare per testi nel giudizio di revocazione della sentenza, la cui negatività nei miei confronti è ragionevolmente scontata (secondo la Corte Costituzionale la revocazione è possibile anche verso le sentenze di Cassazione), o nella Commissione Parlamentare di inchiesta che già da ora chiedo, o eventualmente in sede di ricorso al CSM o alla Corte EDU; perché questa vicenda è densa di aspetti di grande rilievo.
Prova per testi ammissibile perché l’assenza della prova audio dipende, oltre che del legislatore, da Salmè, che mi ha negato, con molto impropria veemenza, di poter registrare con il telefonino, dicendo che sarebbe vietato non ho capito da cosa. Laddove, forse (azzardo), il divieto attiene all’uso in aula per conversare.
Telefonino che ha costretto, me solo, a consegnare, con una furia che ho valutato il caso di assecondare nonostante gli stesse sfuggendo che tutti ne avevamo uno.
Comportamento sulla cui incompatibilità alla «parità», «terzietà» e «imparzialità», ex art. 111 della C, indicherò a testi tutti i presenti a partire dal PM Antonio Clemente, parte in causa che, come ho saputo solo dopo, campeggiava alle mie spalle mentre subivo le ire di Salmè che, tra una minaccia e l’altra di allontanarmi, si sforzava, tetragono alle mie obiezioni, di impormi lui ciò che dovevo o non dovevo dire.
Un’aula in cui, salvo la Corte, il mio collega di studio, gli avvocati delle controparti, ed un altro avvocato di cui cercherò di accertare il nome, non c’era come al solito nessuno perché – sic! – fissano le mie cause sempre per ultime, non so se per timore che il pubblico di avvocati che c’è agli inizi mi condivida, o per essere liberi di trattarmi in qualunque modo.
Un esito negativo del giudizio che era scontato anche prima, perché non è psicologicamente possibile sia equilibrato chi giudichi se stesso o interessi affini ai suoi.
Si tratta infatti della causa per risarcimento tra me e quei tre PM che hanno voluto a torto considerare rivolti a loro gli epiteti in napoletano di cui al mio documento, del 19.9.1996 (che spero i posteri riabiliteranno), in tema di necessità del linguaggio scurrile per impedire alla società di celare i suoi vizi dietro il linguaggio eufemistico.
Immagini filmate sufficienti da sole a porre nel nulla l’udienza, come quella di quando il difensore del mai pago Clemente si è dato a perorare un maggior risarcimento per essermi io un po’ doluto dell’intreccio diabolico di dieci anni di accuse infamanti e processi poi risultati tutti infondati, e ciò ha sciolto Salmè in un sorriso e in un succedersi di moti entusiastici di assenso del capo e del corpo.
Un moto che mi ha fatto sentire escluso e amareggiato come la spontaneità irrimediabile dello slancio di un’amata verso un rivale, e mi ha ricordato quanto mi è costato essere stato un po’ precursore, facendomi anche pensare, nonostante la conclusione del Procuratore Generale per il rigetto della richiesta, che il mezzo miliardo di lire che dovetti all’epoca dare ai tre PM che tanti e tanto ingiustificati danni mi hanno arrecato non sia bastato.
Causa che è all’ottavo grado e che ho già vinto in sede di art. 700, in Cassazione, dinanzi alla Corte di Giustizia del Lussemburgo, poi di nuovo in Cassazione, ma che ora perderò, perché la ‘sindrome da invincibilità’ dei magistrati rimarrà inguaribile per motivi attinenti al modo stesso in cui funziona la mente umana fin quanto non saranno giudicati da non giudici.
Documento sulla necessità del linguaggio scurrile che sarebbe un disastro per l’immagine della magistratura se avesse il sia pur modesto valore scientifico e letterario che a me sembra abbia, perché non uno dei giudici se n’è accorto, salvo eccezioni non manifeste, e salvo il primo, il Dottor Mario Saccone, Presidente, all’epoca, della I Civile del Tribunale di Napoli.
Presidente Saccone che, quando entrai in aula, sentì l’esigenza, da quell’uomo colto e sensibile che evidentemente era, di dirmi di aver letto La storia di Giovanni e Margherita, e scrisse poi che: «il documento ha diritto di esistere, di essere conosciuto e di contribuire al più generale dibattito, politico, sociologico e culturale». Diritto scaturente quindi, non dall’immunità, di cui, come chiedevo, non si curò affatto, ma dai valori che esprimeva.
Una causa in cui, per dire le prime cose che mi vengono in mente, l’11.6.2002, il Parlamento europeo ha pronunziato la seguente deliberazione:
«Il Parlamento decide che il caso dell’Onorevole Alfonso Luigi Marra configura ‘prima facie’ un caso di insindacabilità, e che i giudici competenti devono essere invitati a trasmettere al Parlamento la documentazione necessaria a stabilire se il caso rientri nell’ipotesi di insindacabilità prevista dall’articolo 9 del Protocollo per le opinioni o i voti espressi dal membro in questione nell’esercizio delle sue funzioni; decide inoltre che i giudici competenti devono essere invitati a sospendere il procedimento in attesa di una decisione definitiva del Parlamento».
Una deliberazione che però, giunta a Roma – pensa un po’, caro lettore, che democrazia siamo – è stata occultata, cioè non è stata trasmessa né a me né ai giudici della causa.
Deliberazione e suo occultamento di cui non si è infischiato nessuno, tantomeno la giustizia penale, nemmeno dopo che la si è scoperta, l’8.4.2008, quando, dinanzi alla Corte di Giustizia del Lussemburgo, è stata esibita dall’avvocato del Parlamento Europeo, il quale, in udienza, dinanzi a centinaia di giornalisti di tutto il mondo, ha dichiarato che, vertendo la causa in tema di immunità, bisognava allora chiedere la mia interpretazione, perché quel Parlamento formulò la norma sull’immunità per i 27 paesi dell’UE in base ad un mio documento del 1996, e che, sempre in base a quel documento, ci sarebbe stata ora una riforma.
Immunità che la magistratura italiana ha travisato in tutti i modi e circa la quale – pur sapendo tutti i giudici che hanno seguito la questione da dopo l’8.4.2008 che me ne era stata riconosciuta la paternità – hanno disdegnato il mio parere come se fossi l’ultimo al mondo a poterne parlare.
Magistrati i quali, compresi quelli che mi hanno dato ragione, hanno tutti violato quei principi ‘riscrivendoli’ in logiche funzionali solo, al solito, a tenere fermo quel loro ‘primato‘ che ha rovinato l’Italia.
Un quadro in cui il mio sforzo ventennale è servito solo a produrre un orientamento della Corte del Lussemburgo, difforme da quanto previsto dal Regolamento del Parlamento europeo, ma passabile.
Udienza del 30.4.2015 in cui, dopo aver chiesto di poter registrare la mia discussione con il telefonino, visto che lo Stato non provvede di ufficio, ho chiesto rimettersi gli atti alla Corte Costituzionale per l’illegittimità dell’art. 1 del c.p.c. laddove non vieta ai giudici di giudicarsi tra loro.
Giudicarsi tra loro la cui illegittimità è resa palese (anche) dalla vecchia legge sulla responsabilità dei magistrati, a seguito della quale, in 28 anni, non stato condannato in sostanza nessuno, e che renderà inutile anche la nuova legge fin quando non saranno giudicati, ex art. 102 della C, da sezioni fatte anche da non giudici. Anche se è necessaria o una modifica costituzionale che consenta che a giudicare i giudici siano tribunali fatti solo da non giudici, o comunque un sistema che elimini la totale impunità di cui godono.

6.5.2015

Alfonso Luigi Marra

Prima che delle banche, l’odierna è una dittatura della scostumatezza e dell’incultura, che non sono però casuali, ma garantite in quanto anch’esse funzionali all’immobilismo voluto dal sistema finché il regime ‘pagava’. ALM