Tangentopoli turca: un copione già visto vent’anni fa in Italia, con la regia dei soliti servizi targati Washington

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Dietro alla “tangentopoli” turca e al tentativo di fare cadere Erdogan ci sono l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti ed Israele

Nel corso del 2012, in Italia, i principali quotidiani di regime (in primis La Repubblica e Il Corriere della Sera), hanno a lungo festeggiato e celebrato il ventesimo anniversario dell’avvio dell’inchiesta “Mani Pulite”, quell’operazione mediatico-giudiziaria a cui essi stessi dettero un contributo fondamentale e che portò all’esplosiva vicenda di Tangentopoli e alla decapitazione dell’intera classe politica che aveva per decenni governato la cosiddetta Prima Repubblica. E lo hanno fatto ovviamente a loro modo, con speciali monografici, pubblicazioni e saggi tesi a difendere quell’ondata di giustizialismo che a tutti i costi volle presentare agli occhi del Popolo Italiano Antonio Di Pietro e gli altri membri di quel pool di magistrati milanesi come degli assoluti paladini della libertà e della giustizia che, senza macchia e senza paura, avevano avuto il coraggio di abbattere il corrotto Leviatano del Pentapartito.

Che l’osceno circo mediatico di Tangentopoli sia stato un vero e proprio colpo di Stato, congiuntamente organizzato da Via delle Botteghe Oscure e da Washinghton, non è ormai più un mistero per nessuno. Come siano in realtà andate le cose, nonostante il persistere di un’imponente cappa di disinformazione, l’ho denunciato in molti miei articoli, e altrettanto hanno fatto altri coraggiosi giornalisti attraverso importanti libri d’inchiesta che tutti dovrebbero leggere. Il Partito Comunista Italiano, appena trasformatosi nella quercia occhettiana, aveva infatti ben compreso che, per via della caduta del Muro di Berlino e per l’ormai certo sorpasso elettorale da parte del P.S.I. di Craxi, non avrebbe più avuto alcuna chance per puntare elettoralmente e legittimamente al Governo del Paese, quell’ambizione che covava fin dal termine della II° Guerra Mondiale. Decise quindi tentare il tutto per tutto, pianificando a tavolino con la complicità del Terzo Potere dello Stato (quello giudiziario) e del cosiddetto “Quarto Potere” (quello dei media), e con l’abile e non disinteressata regia di servizi esteri che ormai da tempo vedevano Bettino Craxi come il fumo negli occhi e la Democrazia Cristiana non più funzionale ai loro giochi di potere, la più grande operazione di marketing golpistico-pubblicitario della nostra storia repubblicana. Il P.C.I. – P.D.S. temeva infatti un suo inevitabile tracollo elettorale, preludio ad un suo probabile e definitivo collasso, e decise quindi, chiamando a raccolta la “sua” magistratura ed i “suoi” giornalisti, di decapitare per via mediatico-giudiziaria un’intera classe politica (forse corrotta, sì, ma che almeno faceva gli interessi della Nazione), per sostituirla con una nuova classe politica (formata per lo più da mediocri ex portaborse di bassa lega), nei fatti ancora più corrotta e che, invece degli interessi della Nazione, ha dimostrato di perseguire solo quelli della grande finanza internazionale. Sì, perché appare ormai evidente che, per poter portare a termine questa operazione, i comunisti dovettero fare un vero e proprio “patto col diavolo”, prostituendo sé stessi e l’Italia intera alle lobby della grande finanza speculativa, che da allora è sempre stata il loro mentore, il loro burattinaio e il loro unico padrone.

La follia, in tutto questo, è rappresentata dal fatto che sono stati così abili nel pianificare quello che fu un vero e proprio golpe e al contempo un delirio giustizialista collettivo, che sono persino riusciti a fare digerire ed accettare al loro elettorato (in teoria progressista) questo loro atto prostitutivo, facendolo addirittura passare come una necessità storica e un fatto positivo.

E, siccome l’Italia è un Paese notoriamente a sovranità limitata, è ovvio che questo golpe abbia avuto la benedizione dei servizi U.S.A. e di quelle influenti lobby da sempre vicine a quella grande finanza alla quale i compagni di partito di Occhetto D’Alema e Napolitano si sono prostituiti.

Perché – vi chiederete – sono tornato ancora una volta sulla vicenda di Mani Pulite? L’ho fatto perché, in questi giorni, in Turchia sta palesemente avvenendo la stessa cosa.

Come ha giustamente osservato il giornalista iraniano di Irib Italia Davood Abbasi, In Turchia e nell’amministrazione di Rajab Tayyip Erdogan ci sarà pure del marcio e ci sarà pure qualche personaggio corrotto, ma forse in molti avranno già intuito che in tutto questo “scandalo all’improvviso” c’e’ qualcosa che non quadra e se è vero che nel mondo antico tutte le strade portavano a Roma, anche questa volta basta scavare un po’ nel caso per capire che tutte le strade portano a Washington (passando spesso per Gerusalemme).

In Turchia stiamo assistendo, né più ne meno, ad una perfetta replica di ciò che accadde in Italia nel 1992. Si tratta, infatti, di un copione già visto. I media turchi e quelli del resto del mondo si stanno scatenando nel rivelare in tempo reale gli ultimi sviluppi, le indiscrezioni trapelate, le notizie delle dimissioni ed il coinvolgimento di politici, dei loro figli, di capi della polizia e delle forze dell’ordine in uno scandalo di corruzione che cresce di giorno in giorno e che si annuncia di portata devastante e destabilizzante. Forse, se poche persone in Turchia, prese da questo clamore mediatico, si sono fermate un attimo per riflettere su cosa può esserci dietro a tutto questo, noi Italiani dovremmo  poterlo capire molto meglio di chiunque altro.

La fonte di tutte le informazioni che hanno fatto scattare l’inchiesta, insomma il “Di Pietro” della questione, se vogliamo fare un paragone con Tangentopoli, è il teologo Fath Allah Gulen, un docente dell’Università della Pensylvania noto per le sue relazioni “speciali” con i pezzi grossi della Casa Bianca e con l’agenzia con sede a Langley.

Gulen è sempre stato negli ultimi anni uno dei più fermi sostenitori del’AKP, il Partito Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi) guidato da Erdogan, ed uno degli artefici occulti del successo di questo partito nelle ultime tre elezioni. Ma adesso il vento sta cambiando, perché evidentemente qualcuno ha deciso che doveva cambiare. Gulen è ormai in aperto scontro con Erdogan e ci risulta impossibile credere che un personaggio così vicino all’amministrazione americana stia agendo di testa sua, e che prima di diffondere le notizie sulla corruzione dei membri del governo di Ankara non si sia prima consultato con gli amici della Casa Bianca. Inoltre, molte delle “informazioni” diffuse da Gulen sono talmente sensibili che probabilmente gli sono state trasmesse direttamente dalla CIA e da altri servizi come probabilmente il Mossad, per i quali Erdogan non rappresenta più un alleato, ma una evidente minaccia. Anche se questa dinamica è da confermare, in ogni caso è legittimo chiedersi perché Gulen, ma soprattutto gli Stati Uniti, abbiano dato la loro “benedizione” ad uno scandalo  e ad una indagine che ricordano troppo da vicino, per sviluppi e modus operandi la Tangentopoli italiana, un’operazione che è evidentemente finalizzata a indebolire l’immagine di Erdogan e a liquidarlo politicamente.

Non entrerò qui nel merito delle inchieste giudiziarie in corso. Non sarebbe del resto compito mio.

Mi reco spesso in Turchia, un Paese che amo molto, e ho avuto in più di un’occasione l’opportunità di incontrarmi con esponenti dei suoi partiti politici. Anche se devo ammettere di non condividere tutte le scelte politiche di Erdogan, soprattutto le sue posizioni sulla Siria, e di vedere semmai con maggiore simpatia il CHP (Cumhuriyet Halk Partisi) guidato da Kemal Kılıçdaroğlu, ho assistito a vari comizi di Rajab Tayyip Erdogan e, per onestà intellettuale, devo ammettere che non ho mai visto nella mia vita un leader politico capace di eguagliare il suo carisma. Ricordo che, durante la campagna elettorale per il referendum costituzionale che poi Erdogan vinse e che gli permise di avviare quella svolta politica che è tutt’ora in atto, lo sentii parlare a braccio per tre ore consecutive in una piazza di Istanbul. Dissi allora dentro di me: si può condividere o meno la sua linea politica, ma quest’uomo è un Leader con la “L” maiuscola, come in Europa e nel mondo non se ne vedono più. La folla era letteralmente in delirio, come ipnotizzata dalla sua oratoria. In quel momento pensai ai politici di casa nostra che, di fronte a un simile carisma e ad una simile oratoria, sarebbero sembrati degli spettri evanescenti, delle larve ingessate, dei lombrichi.

Forte del suo consenso elettorale, Erdogan si è negli ultimi due anni alienato il sostegno degli Stati Uniti e di Israele. La Turchia resta chiaramente un Paese cardine nella struttura della NATO, ma stanno destando non poche preoccupazioni a Washington le visioni neo-ottomane e le aperture di Ankara verso l’immensa galassia turcofona dell’Asia Centrale, che va dal Turkmenistan ex sovietico fino al Xinjiang cinese. Un’eventuale unità politica di quell’immensa area geografica abitata da popoli turcomanni di fede islamica che parlano un idioma turco, risulterebbe altamente destabilizzante per la Russia, per la Cina e per i fragili equilibri del commercio mondiale del petrolio e del gas, e rappresenterebbe sicuramente il pretesto per un conflitto militare molto esteso.

Non si può comprendere l’origine di questa “tangentopoli” turca se non si conosce a fondo tutta  la situazione dell’area medio-orientale e la sua storia recente. Stanno infatti in quest’area cambiando drasticamente gli equilibri, e in maniera decisamente inaspettata, soprattutto per quanto riguarda i tradizionali interessi degli Stati Uniti.

Come ha bene evidenziato F. William Engdahl alcuni mesi fa sul Global Research, nel 1945, al suo ritorno dalla fatidica conferenza di Jalta, il criminale di guerra Franklin Delano Roosevelt incontrò il monarca saudita Ibn Saud, ottenendo i diritti esclusivi per le società petrolifere del gruppo dei Rockfeller sulle immense ricchezza della regione e trasformando di fatto quella satrapia beduina in un intoccabile protettorato dello Zio Sam. In seguito allo shock petrolifero del 1973, orchestrato da Kissinger, in seguito al quale l’OPEC alzò il prezzo del petrolio di circa il 400%, Washinghton strappò ai Sauditi l’impegno di questo cartello petrolifero a vendere il greggio solo in Dollari, garantendo in tal modo il dominio del biglietto verde come valuta di riserva mondiale. In cambio, gli Americani inviarono massicce forniture di armi alla dinastia dei Saud, addestrandone l’esercito e l’aviazione. E, nel 2010, proprio mentre Washinghton cavalcava l’artificiosa “Primavera Araba” in Tunisia, in Egitto e in tutti i paesi arabi dell’area mediterranea, l’amministrazione di Barak Obama annunciava il più grande accordo sulle armi della storia americana: gli USA vendettero ai Sauditi 84 aerei F-15 nuovi e ne fecero rimodernare altri 70, nell’ambito di un accordo da 46 miliardi di Dollari finalizzato a isolare la Repubblica Islamica dell’Iran.

Prima del colpo di stato militare egiziano, i Sauditi avevano però stipulato un accordo segreto con l’allora Ministro della Difesa e Comandante in Capo dell’Esercito, il Generale Abdul Fatah Al-Sisi, in base al quale l’Arabia Saudita, in concerto con Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, avrebbe garantito ai militari egiziani il pieno sostegno finanziario se l’amministrazione USA avesse tagliato il miliardo di Dollari in aiuti annuali all’esercito per rappresaglia contro la cacciata del loro uomo, Mursi. E, infatti, lo scorso 17 Luglio, il Governo di transizione egiziano ha confermato di aver ricevuto oltre 6 miliardi di Dollari in sovvenzioni varie e carburante da Arabia Saudita ed Emirati. La prima ha approvato quattro miliardi di Dollari di aiuti all’Egitto, mentre altri due sono stati offerti dagli Emirati, soprattutto per far fronte alle disperate condizioni dell’economia della più popolosa nazione nord-africana e per tamponarne lo stato sociale. Nello specifico si parla, da parte saudita, di 1,5 miliardi di Dollari destinati alle casse della banca centrale egiziana, altrettanti in prodotti energetici e 750 milioni per altri usi, mentre da parte degli Emirati si parla di 750 milioni di Dollari letteralmente donati alle casse statali egiziane e di altri 1,5 milioni di Dollari in prestiti erogati sotto forma di deposito non fruttifero presso la banca centrale.

Tutto questo ha rappresentato un doppio schiaffo a Washington, che aveva a lungo insistito affinché Mursi accettasse le dure richieste del Fondo Monetario Internazionale come condizione preliminare per gli aiuti finanziari. Di fatto, quindi, appare ormai evidente che ci sono l’Arabia Saudita e gli Emirati dietro al colpo si stato egiziano e che questi due paesi sono entrati in evidente conflitto con Washington. Si tratta di una rottura senza precedenti.

Qualcosa è cambiato anche nel piccolo ma influente Qatar, che ospita il Combined Air Operation Center degli Stati Uniti nella strategica regione del Golfo e che è stato a lungo il principale responsabile della guerra civile siriana, pompando miliardi di Dollari di aiuti nelle casse delle fazioni terroristiche radicali che stanno tentando di rovesciare il governo del Presidente Bashar Assad. L’Emiro del Qatar Hamad Bin Khalifa Al-Thani, come denunciato sempre da Engdahl sul Global Research, dopo aver erogato a pioggia oltre sette miliardi di Dollari per finanziare i guerriglieri islamisti prima in Libia e poi in Siria, aveva anche versato più di sei miliardi di Dollari al regime di Mursi dopo la cacciata di Mubarak, per rafforzare e consolidare in Egitto il potere dei Fratelli Musulmani. Ma, subito dopo il golpe militare sostenuto in Egitto dall’Arabia Saudita e dagli Emirati, l’Emiro ha preso atto della situazione e ha annunciato la sua abdicazione in favore del figlio Tamim. Il Primo Ministro Hamad Bin Jassim Bin Jaber Bin Muhammad Al Thani, che aveva a lungo plasmato in funzione  filo-Fratellanza Musulmana la politica estera dell’Emirato, è stato messo in disparte e sostituito da un militare che si dice sia più sensibile agli interessi dei sauditi, e la nuova leadership del Qatar sta drasticamente rivedendo la sua politica estera, ridimensionando il suo protagonismo  e barcamenandosi facendo bene attenzione a non rischiare un totale isolamento sia da parte degli Stati Uniti, sia da parte degli altri strati del Golfo sotto influenza saudita.

Le coraggiose decisioni dell’Arabia Saudita, che rappresentano decisamente una svolta senza precedenti nei suoi rapporti con gli Stati Uniti, e in un certo senso anche l’avvisaglia di una irreversibile crisi nei rapporti diplomatici con essi, derivano dalla presa di coscienza della fallimentare e disastrosa  linea fino ad oggi sostenuta da Washington nel suo tentativo di voler controllare e manipolare il mondo islamico più radicale per destabilizzare la Russia e la Cina. La monarchia saudita cominciava infatti a temere che la Fratellanza Musulmana, ormai dilagata a macchia d’olio senza controllo oltre i fragili confini nazionali degli stati della regione, avrebbe di lì a breve iniziato a destabilizzare anche l’autorità del suo governo. I Sauditi, che da sempre inoltre temono la crescente influenza dell’Iran sulla regione, non hanno mai perdonato a George Walker Bush di aver rovesciato il regime baathista di Saddam Hussein in Irak, che ha portato la maggioranza sciita al potere, e neanche la decisione americana di rovesciare il loro alleato Hosni Mubarak in Egitto. La tensione con Washington è inoltre alle stelle per via del recente incremento dell’estrazione di gas di scisto, che ha rapidamente sconvolto su scala globale gli equilibri del mercato e conferito agli Stati Uniti una inaspettata autonomia energetica.

Da “stato vassallo” degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita si clamorosamente ribellata sostenendo, il 3 Luglio scorso, il colpo di stato militare in Egitto e chiudendo i rubinetti al flusso degli aiuti ai terroristi che stanno destabilizzando la Siria. Dietro queste decisioni, come ha rilevato anche Boris Yousef su Novum Imperium, c’è una evidente intenzione di venire a patti con la Cina e con il suo crescente appetito di greggio.

In molti vedono quindi, dietro all’operazione americana di destabilizzazione del governo di Erdogan in Turchia, un tentativo estremo di Washington di compiacere i Sauditi per riguadagnare in qualche modo la loro fiducia. L’Arabia Saudita ha manifestato infatti molta inquietudine nei confronti della grandeur pan-turca di Erdogan, temendo le ambizioni del premier turco di ergersi come guida del mondo islamico sunnita. E così, come rileva Davood Abbasi su Irib Italia, a chiedere la testa di Erdogan agli Americani sarebbero stati proprio i Sauditi, e probabilmente gli USA hanno accettato anche perché, con l’accordo di Ginevra con l’Iran, hanno suscitato l’ira di Riyadh, che vede nella Repubblica Islamica un’altro grande rivale.

Una Turchia forte, economicamente in grande crescita e non più a rigida osservanza kemalista, per di più in ottimi rapporti con Hamas nella Striscia di Gaza, preoccupa non poco anche l’ex alleato israeliano, che sicuramente sta dando anche il suo contributo per fare esplodere questa “tangentopoli” in salsa turca.

Capiremo nelle prossime settimane se il recente rimpasto di governo operato da Erdogan sarà sufficiente ad arginare questo colpo di stato strisciante che ricorda così da vicino quello attuato in Italia nel 1992. Ma la Turchia, a differenza dell’Italia, non è uno Stato a sovranità limitata in balia dei servizi esteri. É una nazione grande e forte che regge ancora saldamente nelle mani la propria sovranità e il proprio destino. 

Nicola Bizzi

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