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Un potere (non autonomo e indipendente ma) incontrollabile

13 agosto 2007

Nella già ricordata comparsa depositata dalla Banca d'Italia nel giudizio civile instaurato dal professor Giacinto Auriti è stato anche affermato che “le decisioni riguardanti la quantità dei biglietti da immettere nel mercato ed i tempi dell'immissione competono alla sola Banca Centrale, in quanto strumentali all'esercizio delle funzioni di controllo della liquidità del sistema e di salvaguardia del valore del metro monetario, affidatele nell'ordinamento italiano (1)”.. “e ora trovanti fondamento, anche a livello comunitario, nell'art. 105 del Trattato di Maastricht sull'Unione Monetaria Europea”.
Sostanzialmente è quanto aveva dichiarato il Sottosegretario di Stato Vegas rispondendo ai senatori interroganti, anche al fine di dimostrare come le dottrine economiche dominanti ritenessero inammissibile la concentrazione nell'autorità politica anche del potere monetario.
Ora sul punto desta veramente impressione il contenuto di un articolo apparso su La Repubblica del 1° giugno 1994, dal titolo già di per sé altamente significativo: "La religione di Bankitalia". Questo articolo, scritto con accenti che sembrano davvero ispirati al più cieco fanatismo, dopo aver affermato che "la continuità storica dello Stato italiano resta affidata alla Banca d'Italia assai più che alle altre Istituzioni", rileva che "la religione della moneta" deve rimanere integra nella sua ortodossia "al servizio di una divinità altamente simbolica - quel biglietto di banca firmato dal Governatore, che personifica il potere d'acquisto del cittadino - ma altresì una divinità che, se fedelmente servita, è dispensatrice di beni, mentre, quando viene tradita, si fa implacabilmente vendicativa"; e più oltre che "i Governatori sono i sacerdoti addetti al suo culto", i quali "se non fossero pienamente indipendenti e soggiacessero a poteri esterni la loro qualità liturgica verrebbe meno" (2).
Dunque la dottrina di Montesquieu non è più attuale, perché accanto al potere legislativo, al potere esecutivo ed al potere giudiziario, nei quali fu frantumato il potere assoluto dei sovrani dopo la rivoluzione francese, ce n'è un quarto, quello monetario: ma mentre, a ben guardare all'interno dei princìpi, il potere esecutivo ed il potere giudiziario sono in una posizione di ineliminabile subordinazione (almeno concettuale) rispetto al potere legislativo, perché entrambi assoggettabili, nella loro concreta manifestazione, alla legge e quindi a chi la legge ha il potere di emanare (basti pensare alle limitazioni che può subire il potere giudiziario in conseguenza di nuove leggi processuali o di provvedimenti di clemenza; o il potere esecutivo in conseguenza di leggi diversamente disciplinanti il funzionamento degli organi della pubblica amministrazione), tanto che è giustificato il dubbio che l'uno e l'altro possano considerarsi veri poteri (3); quello monetario, invece, non solo dev'essere autonomo e indipendente, ma addirittura aspira ad occupare e mantenere un ruolo di tutore dello Stato in materia di politica monetaria, tanto da assumere, assecondando la mistica dell'articolo de La Repubblica, persino la dignità e l'intoccabilità di una religione, con i suoi misteriosi riti ed i suoi onnipotenti sacerdoti.
Peraltro tra questi ultimi non può di certo annoverarsi il Governatore, come troppo riduttivamente è scritto in quell'articolo, perché il Governatore, di questa religione pagana, è piuttosto il pontefice massimo, non fosse altro che per la durata della sua carica che non soffre di alcun limite temporale (4).
Inoltre può legittimamente dubitarsi che questo quarto potere abbia le carte in regola con la Costituzione della Repubblica Italiana, o almeno con il suo spirito informatore (5) la nostra Costituzione non brilla certo per sinteticità, poiché, anzi, dopo aver trattato dettagliatamente nella prima parte della posizione del cittadino, inteso come individualità e poi anche nei suoi rapporti con la società nelle sue diverse manifestazioni, nella seconda parte si diffonde nel disciplinare la società politica in tutte le sue espressioni (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo e Magistratura), ricalcando proprio la classica tripartizione del Montesquieu, ed omettendo qualsiasi accenno, anche solo indiretto, al problema della moneta ed agli enti che ne dovrebbero regolare la politica nell'ambito del sistema economico dello Stato.
Ne questa omissione potrebbe in ipotesi trovare una giustificazione nella considerazione che il problema della moneta e del suo governo sia sorto in epoca successiva alla entrata in vigore della Costituzione, perché è vero proprio il contrario e cioè che tutte le leggi principali e gli statuti sulla materia sono di data precedente al 1° gennaio 1948, e che, quindi, i nostri costituenti avevano davanti il modello della Banca d'Italia, quale era stato già delineato da quelle leggi.
Quale significato può, pertanto, darsi al silenzio dei costituenti italiani sulla Banca Centrale, come ente inve­stito di una pubblica funzione così preminente sulle altre, qual è l'emissione della moneta e il governo della politica monetaria, nonché sulla sua posizione di assoluta autonomia e indipendenza da ogni altro potere dello Stato, tanto che non se ne può nemmeno immaginare una nuova e diversa disciplina legislativa? (6)
Può, di fatto, il nostro Istituto di Emissione riempire questo vuoto costituzionale, pur essendo legittimato da una produzione di leggi soltanto ordinarie, che però non trovano nella Carta Costituzionale alcun titolo che possa giustificare la loro appartenenza all'attuale ordinamento giuridico nazionale, per quanto riguarda sia la posizione di potere assoluto della Banca d'Italia, in tema di politica monetaria, svincolato da quel delicato assetto di equilibri e di contrappesi che interessa invece gli altri poteri; sia il contenuto stesso di quel potere, che, come si è visto, stravolge il concetto di proprietà (pur garantita dalla Costituzione) con riferimento alla moneta, consentendo all'ente di emissione di prestare alla comunità nazionale quella moneta che le è dovuta, e trasformando perciò da creditrice a debitrice quella stessa comunità?
Perché la Carta Costituzionale repubblicana, pur così attenta ai diritti dei cittadini ed al valore fondante del lavoro, ha mantenuto un così colpevole silenzio sulla "grande usura" che si consuma a danno del popolo, e sul suo asservimento alla moneta addebitatagli a titolo di prestito, nonostante che il suo valore le derivi proprio, per un processo di induzione (7), dalla convenzione sociale di accettazione? Non è vero, infatti, a ben considerare il fenomeno nella sua profonda essenza, che la Banca d'Italia non crea la moneta, ma fabbrica solo i simboli monetari, ai quali i cittadini conferiscono con la loro accettazione (ed il loro lavoro) quel valore indotto che si traduce, poi, nel potere d'acquisto?
A queste domande è certamente difficile rispondere se non ponendo in evidenza il carattere segreto, misterioso, iniziatico di tutto ciò che circonda il problema della moneta: non c'è alcun dubbio che ogni discorso su tale problema viene avvolto dalla cortina fumogena di un linguaggio oscuro, di difficile comprensione per i profani, che riesce ad esultare il vero significato delle parole: con questo ricorso ad una semantica distorta si riesce a far credere al popolo, in tema di moneta, una situazione completamente opposta a quella reale, come quella di fargli accettare, acriticamente, la posizione di debitore di una moneta che è invece di sua proprietà (8). Tutto ciò è, quindi, effetto di un vero e proprio disegno, cui presta determinante ausilio, per disonestà o ignoranza, tutto un mondo di politici, di banchieri e di opinionisti, che ha l'unico scopo di tener nascosta la verità.
Quella verità che, fin dal 1931, aveva invece denunciato con accorato vigore Pio XI con l'enciclica Quadragesimo anno: "Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma anche l'accumularsi di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mani di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il denaro, la fanno da padroni: onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l'organismo economico, ed hanno in pugno, per così dire, l'anima dell'economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe respirare".
La moneta è dunque per la comunità nazionale quello che per l'individuo è il sangue: come questo, anche quella non può essere sottoposta ad arbitrarie restrizioni ed è dovuta "all'uomo perché è uomo", perché, quale componente della comunità, ne è proprietario, e non può, di conseguenza, esserne debitore, tenuto al rimborso con interessi.
II grido d'allarme lanciato da qual profetico Papa in un tempo che sembra tanto lontano, e non solo per il numero di anni trascorsi, riecheggia oggi in tutta la sua drammatica attualità in un mondo dove si pretende che trovino posto solo il pensiero unico, il mercato unico, la moneta unica in una globalizzazione nella quale individui e popoli sono destinati a perdere la loro identità.
Una risposta più concreta, almeno dal punto di vista meramente dottrinario, alle domande sopra elencate;
porterebbe ad affermare che il potere della Banca Centrale, così incoerente con il sistema costituzionale italiano, potrebbe essere annoverato tra i cosiddetti "poter impliciti", la cui teoria fu per la prima volta sostenuta da Alexander Hamilton (9). Sennonché si tratta di una dottrina evidentemente frutto di "perversione" legislativa e di arroganza politica, che non può davvero trovare ingresso nel nostro ordinamento giuridico democratico, predisposto per ordinare i vari poteri dello Stato in modo equilibrato, cosicché l'uno sia di contrappeso all'altro.
E facile immaginare le conseguenze nefaste cui andrebbe incontro l'ordinamento dello Stato se si accettassero come legittimi quei poteri che non fossero esplicitamente previsti a livello costituzionale, e quale sarebbe i disordine e la confusione per il tessuto strutturale delle Nazione.
Concludendo: l'autonomia e l'indipendenza della Banca Centrale dallo Stato sono sì legislativamente previste (sia pure - anche questo si è detto - con leggi ordinarie prive di ogni aggancio sia con la cosiddetta Costituzione "formale" sia con il suo spirito, e in ogni modo del tutto incoerenti con il sistema giuridico italiano), ma anche concretamente realizzate in termini così rigidi da raggiungere il livello di una vera e propria incontrollabilità.
Il potere monetario, dunque, affidato alla Banca d'Italia dallo Stato abdicatario, è non solo autonomo e indipendente, ma addirittura viene esercitato da una posizione così preminente, da condizionare e da controllare tutta la politica generale del Governo.
D'altra parte, questo è il cameriere di quella.

Bruno Tarquini

Tratto dal libro: "La banca la moneta e l'usura, la Costituzione tradita" di Bruno Tarquini, CONTROCORRENTE edizioni.

BRUNO TARQUINI è nato ad Avezzano (L'Aquila) nel 1927. Laureatesi in giurisprudenza nel 1948 presso l'Università di Roma, è entrato giovanissimo in magistratura, percorrendone tutti i gradi. È stato pretore a Roma e, dal 1955, al Tribunale di Teramo, prima come giudice, poi come presidente; nel 1986 è stato trasferito alla Corte d'Appello dell'Aquila, dove ha svolto le funzioni di presidente della sezione penale e della Corte d'Assise di secondo grado; infine, nel 1994, è stato nominato Procuratore Generale della Repubblica presso la stessa Corte d'Appello. Gli studi giuridici e l'attività professionale non gli hanno impedito di alimentare le sue curiosità intellettuali, con particolare riguardo alla storia (ed alla "controstoria").


NOTE:

(1) Il corsivo è dell’autore.

(2) Questo articolo richiama alla memoria quanto ha scritto il noto politologo Edward N. Luttwak: "Una nuova religione fanatica - praticata anche in America - ha preso posto di tutte queste vecchie credenze: il centralbanchismo. Come tutte le religioni, esso ha un Dio - la moneta forte - e un demonio, l'inflazione". (Rip. in giano accame, 77 potere del denaro svuota le democrazie. Ed. Settimo Sigillo, 1977, pag. 41).
Sulla stessa lunghezza d'onda sembra sintonizzato Michel Aglietta nel suo Il dollaro e dopo: "È un fatto che la moneta, nella nostra epoca, gode di un prestigio un tempo riservato alla religione: una dimensione misteriosa e tremenda, accessibile solo agli iniziati". (Rip. in massimo fini, op. cit., pag. 242). Il pensiero non può non andare al monito del discorso della montagna: "Non potete servire a Dio e a Mammona" (Luca, 15, 13).

(3) In realtà l'idea stessa di una pluralità di poteri sembra costituire una evidente contraddizione in termini: la caratteristica del potere, infatti, è quella di non subire limitazioni. Vero potere può essere concettualmente riconosciuto solo a chi, mediante la legge, determina la condotta dei cittadini, obbligandoli a compiere certe azioni o vietandone loro altre. Nelle democrazie, perciò, il Potere risiede (o dovrebbe risiedere) negli organi legislativi, rappresentanti del popolo sovrano.

(4)Secondo il poeta e scrittore Ezra Pound, i politici sono i camerieri dei banchieri. È una verità innegabile, conseguente alla considerazione che la politica di un governo dipende strutturalmente dalla politica monetaria della Banca di Emissione. Eppure, l'attuale sistema democratico è tale che al popolo (sovrano) è concesso di eleggere solo i "camerieri" e non anche i "padroni"; senza considerare, poi, che a questi ultimi può essere del tutto indifferente che sia eletto l'uno o l'altro dei camerieri.
A questo proposito leggiamo cosa scrive Massimo Fini (op. cit., pag. 247) :
"Diligenti come bambini noi andiamo a sacrificare al rito elettorale e votiamo i nostri rappresentanti"... "ma le scelte che decidono della nostra vita avvengono in luoghi lontanissimi, totalmente fuori dal nostro controllo e, spesso, sempre più spesso, non si tratta nemmeno più di scelte di uomini o di organizzazioni identifìcabili, ma di automatismi, a volte devastanti come terremoti, di un gigantesco e atono meccanismo di cui siamo solo i pulviscolari e inconsapevoli ingranaggi".

(5) Nella stessa situazione italiana, di silenzio costituzionale sul potere monetario e sull'autonomia delle rispettive Banche centrali, si trovano le Costituzioni di tutti gli Stati aderenti all'Unione Europea, ad eccezione della Germania, la cui Costituzione invece prevede l'autonomia della Bundesbank. Naturalmente ora il Trattato di Maastricht prevede espressamente l'autonomia della BCE (Banca Centrale Europea) e delle Banche Centrali degli Stati aderenti.
Del tutta diversa è invece la situazione costituzionale nordamericana, perché negli Stati Uniti la Costituzione va in direzione opposta, addirittura conferendo esplicitamente al Congresso (cioè ai rappresentanti del popolo) il potere di emettere moneta e di regolarne il valore. Essendo violata anche questa norma costituzionale di natura positiva, è lecito affermare che negli Stati Uniti la situazione di illegalità ha dimensioni ancora più gravi. Infatti la Costituzione degli Stati Uniti (articolo I, sezione 8, parte 5) dispone: "II Congresso avrà le seguenti attribuzioni: [...] battere moneta, stabilire il valore di quest'ultima e quello delle monete straniere [...]".

(6) Giova rilevare che la sovranità monetaria risulta delegata alle Banche Centrali in tutti gli Stati moderni, nonostante che in tutte le Costituzioni si ponga come punto essenziale del sistema politico che la sovranità risiede nel popolo. Ma giova anche aggiungere: a) che il popolo sovrano avrebbe delegato questo immenso potere per mezzo di leggi ordinarie, su cui non è stato mai chiamato ad esprimere alcun parere, anzi (per meglio dire) senza che ne fosse mai stato consapevole; b) che anche negli Stati che sono stati retri da governi dittatoriali (come l'Unione Sovietica e l'Italia, durante il regime fascista) il potere monetario era nelle mani delle rispettive Banche Centrali. Sotto questo profilo si può affermare che nella storia del XX secolo il solo Stato veramente totalitario sia stato quello organizzato in Germania dal regime nazista, il quale, infatti, con la nazionalizzazione della Reichsbank, restituì allo Stato anche la sovranità monetaria. Si può anzi aggiungere che nello stesso anno (il 1937) mentre in Germania avveniva la nazionalizzazione della Banca Centrale, in Unione Sovietica, molto significativamente, si dava luogo alla privatizzazione della Gosbank (l'Istituto di Emissione sovietico), del cui consiglio di amministrazione fu chiamato a far parte anche il multimiliardario ebreoamericano Armand Hammer, amico personale di tutti i segretari del Pcus da Lenin fino al 1989, anno della sua morte (cfr. maurizio blondet, Complotti II, Ed. Il Minotauro, 1996,pagg.70n-71n).

(7) Della teoria del "valore indotto" della moneta, genialmente intuita da Giacinto Auriti, si tratterà più oltre. Peraltro, già nel 1935 Gertrude Coogan (I creatori di moneta, pag. 351) aveva intuito che "nel sistema monetario antietico attualmente vigente non viene preso in considerazione il fatto che i dollari restituiti abbiano o non abbiano un potere d'acquisto maggiore di quando furono presi in prestito". Ella si riferiva naturalmente agli Stati Uniti, ma ovviamente il suo giudizio valeva anche per l'Europa; e oggi la perdurante validità di quel giudizio dimostra la straordinaria preveggenza della studiosa americana.

(8) Si pensi, tanto per fare un esempio di più immediata comprensione, a come sia fuorviante lo stesso nome di Banca d'Italia, dato all'Istituto Centrale monopolizzatore della emissione della moneta cartacea: nonostante, infatti, che sia - come si è già detto - una Banca di natura privata, tuttavia quel nome è tale da indurre la gente a ritenere che si tratti invece di un ente statale o parastatale. Degli interpellati, tutti, senza eccezione, hanno dichiarato a chi scrive che la Banca d'Italia è dello Stato, dimostrando quanto sia vasta la disattenzione sul problema, determinata e alimentata da chi ha interesse ad occultare la verità.

(9) Sorta di avventuriero nord-americano, il quale, durante la guerra di indipendenza, seppe conquistarsi la fiducia di Washington, che lo nominò Ministro del Tesoro. Caduto in disgrazia, parve pentirsi della politica monetaria che aveva imposto e in una lettera del 22 agosto 1798 scrisse di essere "giunto alla conclusione che il nostro Tesoro dovrebbe creare una propria circolazione monetaria. Intendo dire che dovrebbe emettere biglietti del Tesoro" (G. coogan, op. cit.,pag. 204).

 

 

 

 

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