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Occhio alla tortura, può capitare anche a noi
Maurizio Blondet


20/06/2006

Con la scusa della necessità - combattere il terrorismo - in Europa ci stiamo abituando a tollerare l’intollerabile.
Il rapporto dell’europarlamentare svizzero Dick Marty accusa a chiare lettere vari Paesi ritenuti civili (Inghilterra, Germania, Svezia) fra cui quello in cui viviamo, l’Italia, di aver consegnato alla CIA dei detenuti in propria custodia, di aver fornito informazioni su persone che poi la CIA ha sequestrato e portato in «carceri segrete» non segnate sulle carte geografiche, nell’Est o in Paesi islamici, dove i malcapitati sono interrogati sotto tortura, di aver permesso l’atterraggio degli aerei della CIA dedicati a questi trasferimenti, senza far domande.
Sento già l’obiezione: ma quelli sono terroristi, sono musulmani sospetti delle peggiori nefandezze, non è il caso di stare a sottilizzare.
Il fatto è che «non sappiamo» chi siano questi sequestrati, detenuti segreti, torturati.
Sappiamo di un cittadino tedesco, libanese di nascita, detenuto per mesi e rilasciato su richiesta del governo tedesco: il poveretto era stato arrestato solo per la faccia da medio-orientale che ha, ha subito maltrattamenti e torture, per mesi la sua famiglia non ha saputo nulla di lui.


Sappiamo di alcuni cittadini britannici tirati fuori da Guantanamo perché il governo di Londra s’è attivato.
Sappiamo, perché ha fatto notizia in breve, di un pollivendolo afghano prelevato come terrorista in una retata a Kandahar e rinchiuso a Guantanamo, a migliaia di chilometri da casa.
Il poveretto ha capito che era lì solo perché la CIA aveva sbagliato a scrivere il suo nome, simile a quello di un terrorista.
Ha chiesto agli americani di poter contattare delle persone, in patria, che potevano chiarire la sua identità: non gli è stato concesso.
Di altri, e sono sicuramente centinaia, non sappiamo nulla.
Non esistono liste di nomi.
Non si sa se si trovino in Romania o a Rabat o al Cairo, nelle locali galere.
Le famiglie non sanno se sono vivi o morti.
Nessun avvocato può visitarli.
Non si possono difendere dalle accuse, anzi non si sa nemmeno se sono stati formalmente accusati di qualcosa di preciso.
Insomma, non sappiamo se fra questi disgraziati non ci siano per caso milanesi, toscani, o anche americani sgraditi alla Casa Bianca e alla CIA, per le loro opinioni o azioni politiche, come i dissidenti sovietici al tempo del KGB.


Ed è questo il punto.
A poco a poco, l’Occidente si abitua a procedure sovietiche, da polizia politica.
Nessuno dei cosiddetti grandi media si chiede se è proprio necessario questo continuo, fittissimo e infaticabile viavai di aerei speciali e senza insegne fra Europa, Medio Oriente ed Africa a portare qua e là persone ignote da un carcere all’altro, da un interrogatorio all’altro.
A che serve?
«A porre i sospetti terroristi catturati fuori dalla portata di un qualunque sistema giudiziario, e tenerli in questo stato», risponde il rapporto Marty.
«Gli Stati Uniti non torturano», ha assicurato il presidente Bush.
A parte il fatto che i suoi servizi mandano a torturare i detenuti in Marocco e in Egitto, in Siria e in Giordania, sul fatto dobbiamo affidarci alla parola di Bush.
Un signore che ha portato l’Occidente ad invadere l’Iraq sulla base di una menzogna, le famose armi di distruzione di massa di Saddam.
C’è da fidarsi della parola della Casa Bianca?
Mesi fa, ha negato di avere bombardato Falluja con fosforo bianco, arma proibita dalle convenzioni internazionali, e come è stato documentato da alcune TV.
Ha cercato di nascondere la strage di civili, fra cui donne e lattanti, che i suoi marines hanno fatto nella cittadina di Haditha in Irak.


«E ci sono molte altre Haditha che i militari USA nascondono», sostiene il dottor Salam Ishmael, capo dell’organizzazione umanitaria «Medici per l’Iraq».
A forza di fidarci, abbiamo il capo di una superpotenza mondiale, con immensi poteri, che mente impunemente, che mente sempre più.
Che diventa a poco a poco il dittatore di un regime senza libertà.
E peggio, noi europei collaboriamo con questo regime.
Il pretesto americano è che la lotta al terrorismo va condotta con tutti i mezzi, anche quelli proibiti dalla civiltà, come fanno i terroristi stessi.
Anche la tortura va bene, se si tratta di estorcere in fretta informazioni che possono salvare vite umane, sventare un attentato.
Piccolo particolare: per secoli, l’Occidente laico e liberale ha condannato l’Inquisizione, per l’uso della tortura, come un caso estremo di barbarie, indegna della civiltà.
E da tre secoli si sa che la tortura serve pochissimo ai fini giudiziari e informativi, perché il torturato è disposto ad ammettere qualunque cosa.
Ora, a poco a poco, torniamo ai metodi dell’Inquisizione, ai ferri e ai boia, senza dire nulla?
E’ così, a forza di passività, di tollerare l’intollerabile, che si cade nelle dittature.


Bush proclama di voler espandere «la democrazia» e i principii della libertà nei Paesi islamici, e intanto viola quei principii stessi.
Dice che i terroristi «odiano la nostra libertà»: ma la libertà nostra, occidentale, è primariamente la libertà dalla paura del potere costituito, dalla sua violenza e dai suoi abusi.
Non c’è più libertà se si può essere incarcerati senza sapere l’accusa, deportati in un Paese sconosciuto, impediti di farsi difendere da un avvocato, e persino senza essere portati davanti a un giudice, ma detenuti a tempo indeterminato senza processo.
Un Occidente così non è più l’Occidente, è la Russia di Stalin, la Cina di Mao.
Direte: ma quelli sono arabi, musulmani, forse terroristi, nei loro Paesi non sono abituati alle libertà. Eh no, non è così.
La cosa non riguarda solo «loro», sta cominciando a riguardare anche noi.
Il ministro della Giustizia americano, Alberto Gonzales, ha scritto ufficialmente che in tempo di guerra il presidente può sospendere le leggi contro la tortura.
Alan Dershowitz, forse il più famoso docente di diritto americano (insegna ad Harvard) ha sancito che la tortura «è giustificabile» in certi casi.
Capite che cosa vuol dire?
Che a poco a poco, nel sistema giuridico americano, si sta creando un movimento autorevole per legalizzare la tortura.


Ora, una volta legalizzata, nulla impedisce che sia applicata a me, a voi, a tutti.
Basta restare vittima di qualche errore giudiziario, così frequente: e rischiamo di finire «interrogati» in base a «procedure» create per l’emergenza, ma che poi finiscono per durare anche quando l’emergenza è svanita.
Anche perché, allora, non ci saranno più errori giudiziari.
Confesseremo, eccome se confesseremo.
Confesseremo tutto quello che il giudice vuole, confermeremo a puntino le accuse del procuratore, ci dichiareremo spontaneamente colpevoli, firmeremo confessioni scritte.
Ai giudici non parrà vero di avere uno strumento che facilita tanto il loro lavoro.
Il punto è che l’Europa ci è già passata.
Sappiamo già come va a finire.
Lo scrisse Han Niemoeller, un pastore protestante morto a Dachau: «Prima vennero a prendere gli ebrei, ed io non dissi nulla perché non ero ebreo. Poi vennero per i comunisti, e io non dissi nulla perché non ero comunista. Poi vennero per i sindacalisti, e io tacqui, perché non ero un sindacalista. Poi vennero per me, e non c’era più nessuno che potesse dire nulla».

Maurizio Blondet
da «La Padania»

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