«Allarme siccità»: non so se avete
notato come tutti i TG e i giornali aprano lo stesso giorno con lo
stesso allarme.
Con le stesse immagini: il Rio delle Amazzoni in secca, il Po asciutto.
Non c’è dubbio, è l’allarme
siccità.
Ma sono indubbie anche le seguenti citazioni, trovate in un sito
internet:
«Alla ricerca di un nuovo nemico che ci unisse, giungemmo
all’idea che l’inquinamento, la minaccia
del riscaldamento globale, la mancanza d’acqua, la carestia e
cose del genere fossero adatte…».
Questa è una frase da una pubblicazione del Club di Roma. (1)
«Abbiamo bisogno, per ottenere un ampio sostegno, di
catturare l’immaginazione pubblica…
sicchè dobbiamo offrire scenari paurosi, fare dichiarazioni
semplificate e drammatiche, e non menzionare alcun
dubbio…ciascuno di noi dovrà fare il giusto
bilancio fra l’essere efficace e l’essere
onesto».
Questo è Stephen Schneider, docente di climatologia a
Stanford, soprannominato «il super-venditore
dell’effetto serra».
«Anche se la scienza del riscaldamento globale fosse tutta
falsa… il cambiamento climatico offre la più
grande opportunità di portare nel mondo uguaglianza e
giustizia»: così Christine Stewart, ministro
dell’Ambiente canadese. (2)
Sì, c’è siccità, e ne siamo
tutti coscienti.
Siamo infinitamente meno coscienti di un «allarme
manipolazione»: di essere psichicamente influenzati, anzi
soggiogati, da un vasto progetto.
Tale progetto è malthusiano: poteri forti mirano alla
riduzione della popolazione umana.
Non a caso, il verbo del Club di Roma viene ancor oggi reclamizzato da
un blog «spontaneo», che è ospitato nel
sito de La Stampa di Torino: il blog si chiama
«decrescita.it».
I poteri forti dietro il progetto-allarme sono ben identificati.
Nel 1972, quando il Club di Roma diffuse il suo rapporto, Maurice
Strong, un miliardario canadese e membro del Club, era capo
dell’UN Environmental Programme.
Nel 1992 lo stesso Strong ha organizzato la Conferenza
dell’ONU sull’Ambiente; e nel frattempo aveva
creato «spontanee» ONG di base, di nome
«Planetary Citizens» e «World Future
Society», il cui scopo è di reclamare
«dal basso», a nome della presunta
«società civile», le misure malthusiane
volute dall’alto.
Strong è uno dei finanziatori e membri della
Rockefeller Foundation, dell’Aspen Institute, membro della
Commissione ONU sulla Global Governance, e consulente principale della
Banca Mondiale di Wolfowitz.
Strong ha fondato inoltre lo Earth Council.
L’organo che, in stretta collaborazione con Steven
Rockefeller, Mikhail Gorbachev e il vicesegretario dell’ONU
Robert Mueller, emanò la «Carta della
Terra» (Earth Charter), un documento di fondazione
dell’ambientalismo malthusiano.
Il documento esordisce così: «Siamo a un momento
critico della storia della Terra, un momento in cui
l’umanità deve scegliere il suo futuro…
come mai prima nella storia, il destino comune ci impone di cercare un
nuovo inizio».
Non sfuggirà il tono in qualche modo mistico della frase.
Esso è dovuto a Robert Mueller, che era un membro della
Società Teosofica e che pubblicava i suoi saggi presso
l’editrice della Società Teosofica.
Nella prefazione ad uno di questi libri si legge: «Ancora una
volta, ma questa volta su scala universale,
l’umanità cerca niente di meno che la sua
riunificazione col divino, la sua trascendenza in una nuova forma di
vita. Gli indù chiamano la nostra Terra Brahman, o Dio,
perché giustamente non fanno distinzione tra la nostra Terra
e il divino…».
E’ la «religione» della nuova era, voluta
dai poteri forti: un panteismo materialista (la Terra è Dio)
che dovrebbe colmare il vuoto lasciato in Occidente dallo stingersi del
messaggio di Cristo.
Come ogni «religione», anche questa mobilita gli
oscuri complessi di colpa dell’uomo occidentale consumista,
conscio in cuor suo che la sua vita basata sull’avere e lo
shopping è fondamentalmente «sbagliata»,
e in qualche modo lo condanna.
Quest’uomo-massa non crede più
all’inferno, ma è pronto a credere alla condanna
che più lo spaventa, la fine del suo mondo di abbondanza.
Di conseguenza, è pronto a credere ai profeti di sventura,
purchè «scientifici».
Come ogni religione autentica, anche questa contraffazione richiede dal
singolo pentimento, ascetismo e sacrificio, in cambio di una salvezza
«sostenibile».
Ovviamente, questa religione si pone come opposta e contraria a quella
di Cristo.
Basta leggere il testo, profetico e ispirato, di Al Gore: «La
ricchezza e diversità delle tradizioni religiose nella
storia è una risorsa spirituale che la gente di fede ha
spesso ignorato, perché spesso teme di aprire la mente agli
insegnamenti che vengono dal di fuori del suo sistema di credenze. Ma
l’emergere di una civiltà in cui la conoscenza di
muove liberamente e istantaneamente nel mondo ha suscitato una nuova
ricerca della saggezza distillata da tutte le fedi… le
religioni dei nativi americani offrono un ricco tessuto di idee sul
nostro rapporto con la Terra […] Il senso spirituale del
nostro posto nella natura esiste dalle origini della cultura
umana… le sue ultime vestigia sono state eliminate dal
cristianesimo quando eliminò il culto della dea».
(Al Gore, «Earth on balance: Ecology and the human
spirit», 1992, pagine 258-260).
L’ambientalismo oligarchico ci propone di credere al culto
della dea-madre: la chiama Gaia, il suo antico nome è Kali.
La sola dea indù a cui si fanno sacrifici di sangue, e
sacrifici umani.
Migliaia di fisici, climatologi, meteorologi, oceanografi ed ecologisti
(nel senso proprio: studiosi delle nicchie ambientali) hanno firmato
una petizione («Global Warming Petition Project»)
in cui prendono pubblicamente le distanze dalla teoria del
«global warming» come originato
dall’industria umana.
Uno di essi, il fisico dell’atmosfera Fred Singer, ha
scritto: «La terra si riscalda e si raffredda continuamente.
Il ciclo è innegabile, antico, spesso improvviso e globale.
E’ anche impossibile frenarlo. Gli isotopi nel ghiaccio e nei
sedimenti antichissimi, negli antichi anelli degli alberi, nelle
stalagmiti, ci dicono che il fenomeno è originato da piccoli
mutamenti nella irradiazione solare» («Unstoppable
global warming», pagina 4).
Ma «gli scienziati che sono noti come scettici sul global
warming trovano difficile ottenere incarichi universitari e impossibile
ricevere fondi per le loro ricerche», ha scritto Paul Johnson
in un articolo di Forbes («The menace of the
lobby»).
Ciò è ovvio: questi sono eretici della nuova
religione.
E la nuova fede è spietata, esige l’estremo
sacrificio.
Ancora al Gore: «I piccoli mutamenti di politica, i moderati
miglioramenti nelle leggi e nei regolamenti, la retorica offerta al
posto del vero cambiamento, sono tutte forme di compromesso, volte a
soddisfare il desiderio del pubblico che il sacrificio, la fatica e la
dolorosa (‘wrenching’, parola che indica uno
‘strappo’, anche muscolare) trasformazione della
società non saranno necessari». (pagina 274).
Chi dice che il nostro tempo è scettico e relativista?
Abbiamo almeno due religioni che accettiamo senza discutere, e non
ammettono agnosticismo: quella dell’olocausto e quella
dell’ambientalismo.
L’una e l’altra ci denunciano come macchiati da un
peccato originale, e ci bollano come peccatori
«attuali», sia che pratichiamo
«l’antisemitismo» criticando Israele, sia
che sprechiamo e sporchiamo l’ambiente.
L’una e l’altra ci offrono la via di salvezza nel
pentimento e nel dolore, in uno «strappo»
doloroso. Al fondo del quale ci fanno balenare, come la
ministra canadese, «un mondo di uguaglianza e
giustizia».
D’accordo, la siccità esiste.
I ghiacciai si restringono.
Ma esiste anche una strategia dell’allarme.
Ed essa è una menzogna, promossa da ben identificati poteri
forti.
Di questo non siamo consapevoli.
La difesa è evidente: contro le nuove
«fedi» dobbiamo accanitamente opporre il nostro
scetticismo, la nostra incredulità.
Affermare il «relativismo» di chi crede in
Gesù e nella salvezza non in questo mondo.
Abbiamo pochi mezzi umani per resistere, i TG ci parlano tutti insieme,
ad un giorno convenuto, dell’allarme siccità, e
non c’è voce contraria o dubbiosa che abbia spazio
nei media.
Per quanto mi riguarda, tengo memoria di ciò che mi disse un
vecchio agente della CIA che aveva operato in Vietnam.
Nella nostra conversazione, alluse e «cose
orribili» che lui e i suoi colleghi avevano fatto, poi non
volle dire di più.
Gli chiesi: «Se non vuol dirmi che cosa ha fatto, mi dica che
cosa ha imparato».
Lui rispose: «Che cosa ho imparato? Questo: che niente in
questo mondo è come ti viene detto».
Parlava di «questo mondo».
Quello sui cui domina il «Princeps huius mundi», il
padre della menzogna.
Maurizio Blondet
Note
1) Il Club di Roma è il think-tank globalista e tecnocratico
che, nel 1972, con i soldi della Fondazione Agnelli e il mandato
dell’ONU, pubblicò l'apocalittico «I
limiti dello sviluppo».
Secondo le previsioni di quel libro, il petrolio doveva esaurirsi nel
1992, zinco e rame dovrebbero essere finiti da un ventennio, le
«risorse naturali» in genere non esserci
più. Il libro fu criticato non solo per le previsioni
sbagliate, ma per i concetti di base: in un certo senso, le
«risorse naturali» semplicemente non esistono. Per
esempio, il petrolio non è stato una «risorsa
naturale» per millenni, fino a quando non fu inventato il
motore a scoppio. E’ l’avanzamento tecnologico che
fa dei materiali che prima non lo erano, delle
«risorse». Ma il Club ebbe un ovvio successo nel
creare uno stato d’animo collettivo prima inesistente: la
preoccupazione per l’ambiente, il concetto di sviluppo
«sostenibile» ossia limitato. Era
l’effetto che si voleva. Infatti, si legge nel sito di questo
organo, «La missione essenziale del Club di Roma è
di agire come un globale, indipendente, non ufficiale catalizzatore di
cambiamento».
2) Discorso pronunciato dalla Stewart davanti ai giornalisti del
Calgary Herald nel 1998. Riproposto dallo stesso giornale in 14
dicembre 1998.
Tratto da effedieffe.com
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.