Omini di burro capipartito, boia
mediatori di pace, narcotrafficanti internazionalsocialisti, contras
palestinesi al servizio di Sion, Al Qaida dappertutto: le manovre
estive della “Guerra globale al terrorismo”.
“Puliti
dentro belli fuori” è la panzana di
un’industria delle acque rubate. Sporchi dentro brutti fuori
ne è la nemesi da cui si può vedere colpita la
classe dirigente nostrana e mondiale. Metteteli un po’ in
fila, come per una foto scolastica, e voglio vedere se non vi scappa
qualche osservazione lombrosiana. Che non sarebbe poi proprio da
Lombroso, il quale traeva convinzioni piuttosto razziste sui
caratteri dei soggetti dalle fisionomie di partenza: ladro, assassino,
prostituta, idiota, galantuomo, artista e via classificando. Qui
guardiamo alle fisionomie d’arrivo, quelle che vita,
comportamenti, pensieri, sentimenti, vizi e bagordi, porcate e ruberie
hanno inesorabilmente scolpito sull’innocente materia prima.
La pulizia dentro e la
bellezza fuori dell’omino di burro
E quelle sono davvero una documentazione che nessun discorso
del Lingotto (Walter Veltroni, all’incoronamento da sovrano
del Partito Democratico), o nessuna benedizione urbi et orbi possono
smentire. Ricordate “l’omino di burro”
che, tra scampanellii, ghirlande e festoni, trascinava i farlocchi nel
Paese dei Balocchi da dove, dopo qualche fugace pippa, sarebbero poi
usciti somari da macello? “Omino di burro”, il
gigantesco Collodi aveva definito così il conducente di
quella spedizione di morte travestita da perenne festa, facendoci
immaginare un sorridente e untuoso figlio di puttana dalle flaccide
gote in via di prolasso. Beh, (tirate il fiato, il periodo è
lungo), non corrisponde forse, in perfetto combacio, al sindaco fuffa
dai canini di caimano, quello della piazzetta dedicata al compagno Dino
Frisullo, combattente della causa della minoranza turco-curda in via di
cancellazione e anche quello della simultanea cacciata dei quattro rom
di Roma nel deserto oltre il Raccordo anulare, via da scuole e
ospedali? Contributo a quell’idea della sicurezza che, sotto
Veltroni, tanta strada ha fatto da far cacciare a sassate due signore
berbere che, alla Magliana, avevano voluto dar vita a un progetto di
conoscenza con l’erezione in piazza di un autentico villaggio
berbero, con relativa cultura, arte e gastronomia. Ma Veltroni non
è quello delle pere vippiste cinematografiche e quello del
degrado delle periferie e di tutti i servizi urbani; quello
dell’ I care (mi prendo cura) e quello dell’inno
alla sicurezza - leggi repressione – per reprimere gli
effetti della macelleria sociale? Quello che, concepito, nato e
allattato nel CC del PCI, ha fatto per 17 (diciassette) anni il leader
della gioventù bolscevica italiana e ora – mai
stato comunista! - fa il leader di un partito-fuffa
che fa il verso ai Kennedy degli assalti a Cuba e al Vietnam e delle
commistioni mafiose, al Clinton dei massacri balcanici e iracheni, a
Sharon, uomo di pace – e a Olmert - Viva la
Sinistra per Israele. Una genìa di serialkiller da far
impallidire Re Leopoldo I (ne fece fuori 20 milioni in Congo, a
proposito di “unicità
dell’Olocausto”)?
Diamo un’occhiata dall’alto della
storia. Cosa va facendo questo omino di burro, cocchiere di
carri funebri? Non sta forse portando a termine, con il Partito del
Vuoto Pneumatico, il Grande Disegno della via italiana al socialismo,
col quale hanno intrappolato per tre generazioni l’autonomia,
la forza, la creatività, la rabbia e il destino delle masse
di questo paese? Quel disegno che l’onesto
Be-Be-Be-Berlinguer iniziò a realizzare accucciandosi nella
Nato e lavorando, col Compromesso Storico, all’inciucio di
classe totale, alla fine del conflitto. Fine del conflitto operato
ovviamente da chi abita al pianoterra o nel sottoscala, non certo
quello di coloro che sgavazzano ai piani alti che, infatti, hanno
continuato a menare come matti quelli di sotto. Da allora
c’è voluto un quarto di secolo, una ricca stagione
di opposti estremismi con occasionali spruzzate di brigate rosse, ma
alla fusione completa tra ex-PCI ed eterni democristiani ci
è arrivato, appunto, il primatista assoluto del trasformismo
all’italiana, l’omino di burro. Chi è
dotato di zanne più luccicanti e al tempo più
taglienti da affondare nel corpo inerme e inerte del proletariato
italiano? Chi si è abbeverato quanto lui ai poteri forti
(è una bella gara, tra Bertinotti, D’Alema,
Rutelli, ma con Veltroni non c’è partita)
azzerando ogni sfumatura di laicità e promettendo una gabbia
della sicurezza che neanche il nerboruto Sarkozy. Tanto da essersi
meritato il logico plauso del portabelinate di Forza Italia, Bonaiuti,
che è andato profetizzando una non innaturale combine tra il
PD e la cosca di Berlusconi. Tanto da essere convolato a nozze con
l’ex-picchiatore fascista Alemanno, giurando i due eterna
fedeltà a quel coronamento del neoprotocapitalismo che si
chiama sussidarietà, ossia morte del pubblico e briglia
sciolte all’idrovora del profitto privato. Come i burattini
Lanzillotta e Bersani, appesi ai burattinai FMI, Ocse, BCE, UE e
l’uomo Goldman Sachs di Bankitalia, insegnano. Tanto da
essere il cocco di una comunità ebraica che quanto a
identificazione con la destra e, dunque, con i macellai di Tel Aviv,
dà punti perfino ad Adriano Sofri e Magdi Allam Ce
lo presentano, soffuso di aureole buoniste, il Veltrusconi, questo eroe
della più sublime doppiezza nazionale e ci intimano: badate,
se non vi sta bene Veltroni, poi arriva il bau-bau vero, quello di
Arcore (null’altro che un alter ego con in bocca
guano anziché melassa). E il ricatto, vedrete,
funzionerà di nuovo. Non è così che le
sinistre di complemento ci hanno fatto trangugiare gli assalti al
Libano, all’Afghanistan, il massacro del territorio, la
demolizione di ogni residua garanzia di sopravvivenza alle vampiresche
liberalizzazioni-privatizzazioni, il vaiolo delle basi Usa sulla pelle
della Nazione, la dittatura di una cosca di banchieri e bankitaliani? E
non abbiamo subito, a sinistra, quel capolavoro
dell’inversione della verità con cui la mafia
mediatico-politica sion-colonialista, bulimica di territori e stragi,
ha trasferito ai musulmani in corso di decimazione l’
intenzione di eliminarci e schiavizzarci tutti e poi dominare il mondo?
Con il che ancora una volta il bue ha dato del cornuto
all’asino.Rimane da esigere una risposta al quesito che ha
sconvolto l’intera, vera sinistra: perché un
gruppuscolo romano, collocato nella sinistra antimperialista e
pro-palestinese, ha dato del suo (per la verità poco, lo
0,6%) alla glorificazione elettorale del
“rabbino” Veltroni? Cosa ha fatto credere
ai vernacolari della retina dei comunisti, quelli della compagnia di
giro guidata dallo scaltro Vasapollo, che, allestendo alle
amministrative del 2005 una lista “di movimento” a
favore del più insidioso nemico di classe della nostra scena
politica, potessero continuare a esibirsi come cantuccio romano dello
schieramento antagonista nazionale? L’esperienza insegna che
non si procede tanto bene tenendo il piede in due staffe. Prima o poi
ci si fa male.
Occhio, sennò
arriva Berlusconi!
Una riflessione s’impone: le più grandi
vittorie dei subalterni storici le si sono conseguite quando
s’aveva di fronte un governo di destra (chiamatelo pure
“di centro”, che è la definizione chic
della destra). Pensate alla quasi insurrezione nazionale –
regolarmente tradita - dopo l’attentato a Togliatti, ultima
chance di portare a compimento la lotta di liberazione. Pensate alla
rivolta delle “magliette a righe” quando Tambroni
volle fare una mussolinata; al grandioso arco eversivo dal
’68 al ’77 che ha guadagnato a classe operaia e
società tutta le migliori promozioni sul campo della storia.
E invece le peggiori sconfitte – dalla scala mobile rubata,
alle scuole sfasciate, alle libertà coartate,
all’impoverimento generale, alle guerre inflitte - le si sono
subite quando al potere stava, nelle sue varie edizioni, il
centrosinistra, cioè quando la sinistra, nenniana,
berlingueriana, craxista, occhettiana, dalemiana che fosse, si offriva
da castigamatti al padronato interno e internazionale.
E’ sotto Berlusconi che si sono messi in piazza tre milioni
contro la guerra all’Iraq – e se a capo non ci
fosse stato un ciarlatano, quei tre milioni avrebbero avuto vita
più lunga - e mezzo milione a Genova ha affrontato Bush e i
suoi sanguinolenti ascari locali. Dal che si dovrebbe dedurre che la
fine del mondo sono i compromessi storici perché sono
disarmi unilaterali, perché, come diceva Gramsci, peggio di
un governo di destra c’è solo un governo di
sinistra che fa la politica della destra. E sotto i centrosinistri di
Prodalema e Prodinotti che si sono promossi al valore un capo della
polizia, responsabile istituzionale e sul terreno della
“macelleria cilena” di Genova (il termine
è di un suo sottoposto), e tutti i suoi centurioni sul
campo. E che si è fatto nuovo capo della polizia uno che,
nel raccapriccio della Procura di Palermo, ha esaltato il noto
picciotto,Totò Cuffaro, per grazia di Casini re di Sicilia,
come “massimo collaboratore nella lotta alla
mafia”. Del resto, l’uomo è coerente: ha
subito dichiarato che, con un Sud dove non si percepiscono eccessive
minacce alla sicurezza (sic!), è della sicurezza al Nord,
minacciata dagli immigrati, che bisogna fare una priorità.
La Moratti, podestà di Milano, ha trovato il suo partner di
tango argentino…
Il boia di Londra,
mediatore portatore di patiboli
Quella di Tony Blair è la faccia di un tappo di
bottiglia tirolese. Sotto due occhi da iguana si apre un sorriso da
coccodrillo, talmente fisso da far sospettare la perenne attesa di una
gazzella da sventrare. Questo parvenu tirato su a sangue operaio, ha
poi allargato la sua voracità al sangue ed ai nervi di
interi popoli. Vocato al vampiraggio di complemento, dato il
decadimento del suo castello ex-imperiale, ha agevolato con vera
libidine di servilismo lo stragismo del bamboccio teleguidato dalla
criminalità organizzata statunitense. Accreditatosi presso
qualche milione di utili idioti con l’avvertimento che Saddam
Hussein avrebbe potuto incenerirci tutti in 45 minuti, ha aiutato a
stringere il nodo scorsoio atlantico-sionista intorno al collo di mezza
umanità, compresa la propria classe lavoratrice. Ha anche
contribuito alla costruzione di quella forca caudina chiamata
“scontro di civiltà”, sotto la quale si
vorrebbero si vorrebbero far passare quei quattro quinti
dell’umanità che hanno l‘impertinenza di
non essere bianchi, cristiani, ricchi o, comunque, di abitare dove sono
importuni: sulle risorse che fanno gli orgasmi
dell’élite. E quello che questa spalla di Bush
riusciva a fare in Iraq, o Afghanistan, perché mai non
avrebbe dovuto praticarlo anche nella metropolitana e per le vie a di
casa, così zeppe di plebaglia superflua e, a volte,
anche irriverente? Non sia mai che il maggiordomo
non sappia ripetere in sedicesimo il capolavoro che il signore ha
realizzato l’11 settembre!
Lombrosianamente a Sharm
el Sheik
Altre tre facce di irrimediabile segno lombrosiano (nel
senso indicato sopra) sono quelle che ci hanno provocato la solita
nausea a Sharm el Sheik, località che il tiranno egiziano
suole prestare al compare israeliano, o a fiduciari dinamitardi
beduini, quando occorra tagliare qualche altro membro al corpo mutilato
del popolo palestinese. Lì, giorni fa, il sovrano giordano
Abdallah, il faraone egizio Mubarak e il capo dei contras palestinesi,
Abu Mazen, si sono incontrati, abbracciati e baciati nel nome della
loro ribadita unità, trina e armoniosamente al servizio di
USraele. Mubarak, lo spappolamento fisionomico da corruzione
psicofisica a 360 gradi; Abdallah, una specie di ratto in cravatta, di
quella specie che mogli da gossip e ufficiali pagatori
d’oltreoceano elevano al rango di comparsa di corte; Abu
Mazen, sotto lo sguardo del suo sodomizzatore Olmert, con un sorriso da
paresi per la consapevolezza di averlo fatto mettere in quel posto
anche al suo popolo, ora anche vietandone ogni resistenza agli
assassini e invocando, d’accordo con i padrini, una forza di
mercenari internazionali che, come in Libano, riesca a Gaza
là dove i suoi sbirri hanno fallito. Sorridente banda di
gangster abbracciati, in lieta navigazione su mari di sangue: erano
appena usciti i documenti, scoperti da Hamas a Gaza nelle stanze della
tortura dei gerarchi Fatah, che rivelavano l’intesa
Rice-Olmert-Mubarak-Abu Mazen per la liquidazione del governo del
legittimo primo ministro Haniyeh, da attuare con un bagno di sangue
sotto la guida del fidato sicario Mohammed Dahlan. Il quale,
appropriatamente, aveva anche confezionato, come suole quando il
principale prepara qualche carneficina di arabi, cellulette di Al Qaida
da inserire tra i “terroristi” di Hamas (lo hanno
rivelato le autorità egiziane sulla base di questi documenti
scoperti di Fatah). Come sappiamo, le cose andarono poi diversamente:
le forze democraticamente elette dai palestinesi prevennero il golpe e
nel giro di tre giorni cacciarono i contras dal territorio e Dahlan dal
suo palazzo di marmi di Carrara, tempestato di opere d’arte e
casseforti, collocato nella miseria di Gaza come un rolex sul
moncherino di un lebbroso.
Narcotrafficanti, ma
nostri narcotrafficanti
A quei tre, come sequenza horror, andrebbe aggiunta
un’altra, di pochi giorni appresso, a Ginevra, dove si
è riunita quella bella accolita, per la quale tanto spasima
il sinistrocratico Mussi , la quale, nonostante che ospiti un
trucidatori di elevatissima professionalità come Simon
Peres, insiste a chiamarsi Internazionale Socialista. Come chiamare
aquila un papataccio. C’erano, graditi ospiti e soci onorati,
i due narcotrafficanti a cui, fin dagli anni ’70, Israele,
l’Iran e gli Usa hanno dato in appalto lo squartamento
dell’Iraq: Talabani, presidente della macelleria
nazionale e Barzani, presidente del Curdistan iracheno
elevato a colonia di Israele. Personaggi che a furia di vendersi a
qualunque sterminatore di passaggio, da Khomeni ai Bush, dalla Cia al
Mossad, dalla Exxon alla Total, dai coltivatori di papaveri afgani
sotto egida Nato al miglior offerente mafioso occidentale,
all’Internazionale dalemian-peresiana non avevano da offrire
che le proprie affinità elettive.
Alì,
perentoriamente “il chimico”
Si chiamava Ali Hassan al Majid, era un generale
di Saddam, ma lo chiamavano “Alì il
chimico”. Militare ma colto, lo intervistai nel 1989, quando
i mercenari curdi di Khomeini e di Reagan, del tutto simili ai briganti
dell’UCK kosovaro, avevano, per il momento, terminato di
mettere a rischio l’unità del paese e potevano
dedicarsi ai massacri dei loro fratelli del PKK in fuga dai turchi. Mi
spiegò come l’esercito stava intervenendo in
difesa dei curdi perbene, appunto quelli nel mirino degli
ascari Talabani e Barzani Oggi alzi la mano chi non
ha chiamato così, Alì il chimico,
quell’uomo, o non si è sciacquato le orecchie dopo
averlo udito chiamare così. Un meschinello del tutto
inconsapevole del 90% di quello che dice, e che quindi fa il conduttore
del TG3, ha ripetuto il nomignolo infamante tre volte in ventidue
secondi e, nel successivo servizio, il velinaro all’uopo
adibito l’ha detta sette volte. Non si sono astenuti neppure
quelli del “manifesto”, figurarsi poi
“Liberazione”. Come se alla sua morte
Andreotti venisse onorato da un coccodrillo che ripetesse a
giaculatoria “Giulio il mafioso”, senza
mai citarne nome e cognome. Sarebbe come minimo scorretto. Se
sarebbe disinformazione, non so. Nel caso di Ali al Majid sicuramente
lo fu. Ma andare oltre lo stereotipo confezionato nelle centrali Usa
della demonizzazione del nemico, funzionale alle guerre quanto
l’invenzione di Osama e del terrorismo islamico, questo no,
questo non compete al comunicatore nostrano. Né a nessun
altro, che almeno io abbia ascoltato o letto. E invece Ali non era
“il chimico”. Perché
“chimici” erano gli iraniani. Basterebbe che questi
professionisti, coccolati dal sindacato esclusivamente per le loro
prebende, avessero l’elementare sensibilità
deontologica di andare a leggere la documentazione ufficiale, non
mediatizzata. Che so, i rapporti dei servizi segreti di tutto il mondo,
dei testimoni oculari, dei giornalisti sul posto,
dell’analista capo della Cia per la guerra Iraq-Iran, Stephen
Pellettiere (New York Times, 31/1/2003). Nella campagna del 1988, detta
Anfal, delle truppe regolari irachene contro i secessionisti curdi di
Talabani e Barzani, quinta colonna Usa-Iran che per conto
dell’Occidente avrebbe dovuto completare l’opera
che a Khomeini non era riuscita, ci sarebbero stati dai 200.000 ai
400.000 morti (secondo l’iniziatore della bufala, il noto
Human Rights Watch, a direzione sionista). Non se ne sono trovati
più di qualche centinaio, miliziani curdi caduti nello
scontro con le truppe governative che, a loro volta, ebbero un numero
analogo di caduti. Ma l’episodio per il quale Al Majid
è stato condannato a morte dal solito tribunale burletta
supervisionato dagli Usa e poi giustiziato (non impiccato, ma dagli
sgherri iraniani di Moqtada al Sadr preso a calci e decapitato
lentamente), si riferiva ai fatti di Halabja. Il villaggio curdo nel
marzo ’88, durante una battaglia tra truppe irachene e
iraniane, fu investito da una nuvola di gas nervino, al cianuro, che
fece alcune decine di vittime, poi cresciute a seimila, ottomila,
diecimila (si chiama “sindrome di Sebrenica”, il
villaggio bosniaco dove, a carico dei difensori della Jugoslavia unita,
si sono inventate sei-otto-diecimila vittime dei serbi). Le fonti sopra
citate, ampiamente consultabili in internet (vedere
l’inestimabile uruknet.info), confermano tutte la versione
dell’epoca, quando non si era arrivati ancora a
criminalizzare l’Iraq a scopo di aggressione: quel gas fu
sparato dagli iraniani, unici a disporne (gli iracheni avevano il
più primitivo gas iprite) e fu indirizzato contro gli
avamposti del nemico. Fu un vento infausto a sviarlo verso il villaggio
curdo. Chi restituirà ad Ali Al Majid, neanche la vita ma il
suo nome vero e la verità?
La “Dottoressa
Antrace”
Non è dissimile l’altro caso della
propaganda, complicemente o vilmente spappagallata da politici e
mediatici di sinistra: quello della “Dottoressa
Veleno”. Si chiama Ouda Hammash, è una biologa,
era uno dei sei membri del Consiglio della Rivoluzione, massimo organo
dello Stato iracheno. Fu catturata e sbattuta nell’inferno di
Camp Bucca. E’ malata di cancro. Non se ne conosce la sorte.
La intervistai pochi giorni prima dell’invasione
del 2003. La conoscevo fin dagli anni ’90, quando, avendo
studiato gli effetti spaventosi dell’uranio 238, lanciato a
tonnellate sugli iracheni presenti e futuri, teneva conferenze in cui
illustrava gli agghiaccianti risultati dei suoi studi. Fu promotrice
dell’incontro tra vittime irachene e militari statunitensi
colpiti dalla cosiddetta “sindrome del Golfo”
(400.000 nella spedizione di 600.000, 50.000 deceduti),
rivelò l’identità degli effetti sui
vivi e sui neonati, denunciò al mondo il crimine
dell’uso di un’arma proibita e che uccide nei
millenni. Questa, la sua colpa. Questo le meritò il titolo
di “Dottoressa Veleno”, o “Dottoressa
Antrace”, basato sulla menzogna che Ouda avrebbe sparso
quell’antrace che, invece, si dimostrò uscito dai
laboratori militari Usa e da lì spedito agli oppositori di
Bush, subito dopo l’altro crimine di Stato, le Torri Gemelle.
Autobomba Al Qaida con
conducenti ignari
E veniamo alle bombe, autobombe, agli aerei da abbattere, ai
kamikaze. Tutta roba senza spiragli di dubbio accreditata, nelle
versioni Scotland Yard o Pentagono, dal
“manifesto”, a maggiore avallo dello
“scontro di civiltà”. Al Qaida
invincibile più di Alessandro Magno, onnipresente
più del padreterno, universalmente terrorizzante
più della peste (che era vera) o dell’Aids (che
è fasulla), le cui operazioni, tuttavia, paradossalmente
sono condotte da degli sprovveduti che non li prenderebbe per garzoni
neanche il più sfigato mortarettaro napoletano. E
sì che Al Qaida di mezzi ne dovrebbe avere per addestrare
alla perfezione brigate di fanaticoni, visto che ha saputo spandersi,
inarrestabile perfino nel concorso di ogni potenza repressiva, per
tutto il globo terracqueo e far sfracelli a un ritmo tale che ormai, se
ti mettono sotto il gatto, sei portato a intravedere alla guida Osama
bin Laden. Da Londra a Glasgow, da Algeri a Casablanca, dallo Yemen a
in capo al mondo, tra pasticcioni della porta accanto e professionisti
delle caverne afgane saggiamente assortiti,
l’inizio estate 2007 ha visto un arroventarsi tale della
tensione terroristica da rendere il riscaldamento globale un fresco
ponentino romano. Hanno ridotto l’Iraq peggio della
Cartagine di Catone, da sei anni stanno polverizzando
l’Afghanistan. Al Libano hanno messo la museruola e alla
Palestina sparano da cinquant’anni al cuore. Le
società occidentali sono ridotte come microbi sotto il
vetrino di un controllo sociale che Hitler e Mussolini si sarebbero
sognati. Scudi spaziali, satelliti, servizi segreti che reclutano
metà della popolazione terrestre, ci mettono in condizione
di afferrare per la coda le lucertole tra i muretti a secco di
Alberobello… Eppure Al Qaida, eppure il
“terrorismo islamico”, eppure le autobomba e i
kamikaze da sei anni imperversano peggio del virus
dell’aviaria l’altr’anno. Fasullo
l’uno, fasulli gli altri?
Autobombe di reclute Cia e MI5, tanto inconsapevoli quanto
squinternate (l’idea, in effetti inquietante, è di
convincerci che qualsiasi vicino può far saltare in aria il
quartiere), a Londra e a Glasgow, città natale del nuovo
premier Gordon Brown. Avvertimento, o pagamento di cambiale
all’internazionale terrorista che lo ha messo in quella
poltrona? Autobombe in Yemen e, prima, in Algeria, Marocco e
Sharm el Sheik, per distogliere i viaggiatori della civiltà
superiore dall’inoltrarsi tra le tenebre barbariche e letali
del medioevo islamico. Assalti agli spagnoli dell’Unifil e
agli spagnoli turisti (segnali a uno Zapatero troppo fuorilinea?).
Stronzate securitarie fino al grottesco del bando dello shampoo dalle
borse dei viaggiatori, presuntamente per evitarci di saltare per aria
in volo, ma in effetti per confermarci in una paura cosmica, come gli
eserciti di robocop a ogni angolo (e nelle scuole, propone la
previdente Livia Turco: acchiapparli da piccoli!), i pedofili che
incombono sui nostri bimbi (mentre nessuno fa caso agli stupratori
pubblicitari di bambini-tv) e le telecamere che registrano
ogni nostro smoccolamento e lo archiviano a futura memoria
inquisitoria. Ed ecco che su Al Qaida e terrorismo islamico, diventati
in tempi recenti oggetto di sghignazzi universali per abuso
d’uso e smascheramenti ricorrenti, possono tornare ad
esercitarsi i difensori ad alto reddito mercenario di una superiore
civiltà a rischio di finire rinchiusa nel burka, se non dai
“mori” divorata viva. E se non
c’è più Oriana Fallaci, ci sono Magdi
Allam e Renzo Guolo, Giuliano Ferrara e Mario Pirani, ci sono, nel
“manifesto”, le Sgrene e le Forti che in
Afghanistan intervistano solo le brave persone che si augurano la
permanenza degli occupanti, “a fini di sicurezza”.
C’è un’intera, affollatissima madrassa
dell’integralismo giudaico-cristiano, frequentata anche da
una sinistra che sguazza compiaciuta nella fanghiglia del suo
inveterato “né-né” , ribadito
dall’equivoco collaborazionista della “spirale
guerra-terrorismo”. Insomma, la situazione, al
volger dell’estate 2007, era segnata da troppi buchi nella
cortina a copertura della criminalità militare occidentale
da rischiare di sfuggire di mano. Anche in Italia ci voleva un colpo
d’ala, dopo la nemesi Hanefi, il dirigente afgano di
Emergency catturato e carcerato dagli sbirri del narcopresidente nostro
alleato, per aver fatto liberare un giornalista italiano dal sequestro
taliban. Allo sputtanamento di quest’altro regime di Vichy,
narcotrafficante ma filoccidentale, addizionato alle quotidiane stragi
di donne e bambini da parte di
“liberatori” agevolati dai “nostri
ragazzi” nelle retrovie, il geniale D’Alema,
praticissimo di queste cose fin da Belgrado, rispose con la
“Conferenze di Roma su diritto e giustizia in
Afghanistan”. Bel colpo, i criminali di guerra
c’erano tutti: il caporione Nato De Hoop Scheffer, il
terminator Usa, già ambasciatore in Iraq, Khalilzad, il
fantaccino Onu Ban Ki-Moon, lo stesso pusher, già omino di
Cheney in Halliburton, Karzai. Si è anche udito qualche
farfuglio di Prodi e una serie di squittii del falsetto dalemiano.
Pensate, “diritto e giustizia” come tema di coloro
che stanno sfracellando il paese! Davvero un virtuoso, quello
che invece sembra solo un barbiere di Gallipoli. Nessuno, quanto il
baffino, si diverte a prendere per il culo la gente. Vantandosi,
perfino, di aver speso 50mila euro per infiliggere agli afgani un
sistema giudiziario tipo Mastella o Gonzales ( ministro della tortura
Usa), consistente essenzialmente nella costruzione di Guantanamo
locali, con personale addestrato dai guardiani di quel centro Usa dei
diritti umani.
Al Qaida tra i
palestinesi. E dove sennò?
Ero stato a Nahr el Bared, il campo dei 40.000 profughi del
’48, all’inizio della guerra civile. Allora erano
ancora ventimila. Il colera da denutrizione e acqua inquinata faceva in
quel campo quel che poi avrebbero fatto le soldataglie di Beirut.
Litigai con il mio compagno Tano D’Amico, famoso fotografo,
quando alcune donne palestinesi ci presentarono, piene
d’orgoglio, i loro cinque, sette, dieci figli. Era il 1975,
pieno fervore femminista contro le filiazioni multiple e Tano non
gradì il mio plauso a queste madri che, consapevolmente,
generavano combattenti contro chi voleva estinguerne la
comunità. E ancora lo fanno, ultima risorsa contro
infiltrati, rinnegati e sterminatori. Se da noi numeri così
significavano arcaico sfiancamento della donna nel nome della funzione
riproduttrice patriarcalmente assegnatale, quaggiù era la
sua autonoma e cosciente partecipazione alla lotta per la
sopravvivenza, lotta per la specie e per la giustizia. Questo,Tano non
lo condivideva. Sono passati oltre trent’anni da allora.
Quelle madri oggi sono nonne e, quando non uccise dalle bombe, da Nahr
el Bared sono state cacciate a ferro e fuoco. Che i 400.000 palestinesi
del Libano aprano gli occhi: basta infiltrare un qualche Al Qaidino ben
lobotomizzato o pagato. E pagheranno una volta per tutte
quell’insistenza a vivere. Donne sterminate o disperse da un
mese di cannonate contro qualche decina di utili idioti della
provocazione antipalestinese, prodromo a quella conclusiva contro
Hezbollah e, quindi, al ripulisti coloniale del Libano, umanitariamente
sostenuto dall’Unifil. Tra stermini di palestinesi, attentati
ai politici “antisiriani”, tribunali-farsa
sull’assassinio di Hariri, sanguinosi attacchi ai
“pacificatori” Unifil, continui inneschi di guerra
civile che solo la grande intelligenza di Hezbollah ha fin qui
neutralizzato, la più elementare, ma trascurata, logica del
due più due dice che si sta preparando quel piattino che
dovrebbe fare del Libano il solito non-Stato e la base
d’attacco alla Siria. Ma qualcosa è andata storta.
Qualcosa va sempre storta quando impunità e tracotanza
provocano eccessi di disinvoltura e scoprono fianchi alla
verità. Basta pensare alla fin patetiche fandonie sulle
Torri Gemelle, incenerite da piloti funamboli con mezzo serbatoio di
kerosene e sul Boeing 157 contro il Pentagono, largo 39 metri e che ha
fatto un buco di cinque e mezzo. Oggi il “Movimento per la
verità sull11/9”, di scienziati, tecnici, piloti,
testimoni, analisti, è diventato uno Tsunami.
Appassionarsi ai tasselli,
ignorare il mosaico, vedere l’albero, mai il bosco
Un’amplissima e documentata controinformazione,
del tutto ignorata dai pigri gentiluomini dei media radical-chic, ha
messo insieme i tasselli di questa ciclopica offensiva di Al Qaida:
Afghanistan, Libano, Iraq, Palestina, Europa, Filippine, America
Latina…E ha fatto quello che i bravi giornalisti della
stampa di sinistra evitano come il fuoco: ha messo i tasselli nel
contesto. Il gruppetto di quasi tutti stranieri, finanziati e armati
dal clan Hariri, famiglio di Israele e dell’Arabia Saudita,
che viene spedito nei campi palestinesi in Libano per allestire
provocazioni che permettano ai militari di sfoltirli un bel
po’, quei campi di straccioni, e inaugurare il nuovo ruolo di
un esercito, del tutto inerte davanti alle aggressioni sioniste, ma ora
armato dagli Usa perché costuisca la colonna dello Stato
proconsolare contro “le milizie”. I quattro
katiuscia sparati contro Israele e l’attentato agli spagnoli
dell’Unifil, perché si possa parlare di
“complotto Al Qaida e anche siriano” contro la
sicurezza del paese e coinvolgere la Folgore (che ha intenerito
Bertisconi) e domani Tsahal, nella “rimessa in
ordine” del Libano. I già citati documenti
scoperti nelle segrete di Fatah a Gaza e che rivelano
l’invenzione di cellule Al Qaida da parte del fantoccio
israelo-statunitense Dahlan (con dietro lo sponsor Abu Mazen). Mentre
nulla ci mette un arnese corrotto e al guinzaglio degli Usa e di Riad,
come il presidente yemenita Ali Saleh, a spedire un’autobomba
nella reggia della regina di Saba per ribadire l’immenso odio
dei musulmani contro l’evoluto occidente cristiano. Anche lui
narcotrafficante, come quasi tutti i fantocci insediati dagli Usa,
visto che campa della vendita a mezza Africa dello stupefacente
anfetaminico Khat.
Colonialismo e stato di
polizia in difficoltà? Vai con il terrorismo!
Già, le autobombe, i kamikaze! Altro tassello
straripante sono gli indizi, Indizi tanto urlanti quanto muti ai nostri
informatori. Quando non hai per le mani qualche poveraccio
lobotomizzato - come quelli educati dai manuali Cia (stampati in Texas
e distribuiti in Asia dalla statunitense
“Fondazione Nazionale per la Democrazia”) nelle
madrassa afgane e pakistane - che si avvolga nel tritolo e si faccia
esplodere per un Bush chiamato Allah, ci sono le autobombe. Guidate, ma
anche teleguidate. Più facile che telesbattere due aerei
contro grattacieli. Ne ho parlato io, che conto pochissimo, ma ne hanno
parlato addirittura grandi media anglosassoni, francofoni, asiatici.
Con tutto questo, l’automuseruola delle vestali di sinistra
dell’11 settembre non si è allentata. Fin dal
2004, quando gli Usa, utilizzando i neopoliziotti del governo fantoccio
e, soprattutto, le milizie scite, di obbedienza iraniana, di Moqtada e
Al Hakim, venivano riferite testimonianze che gettavano abbagliante
luce sulla tecnica stragista delle autobombe anti-civili. Decine di
autisti iracheni, spesso tassisti, si erano viste sequestrare le
vetture per qualche controllo. Poi avevano potuto riprendersele da
uffici militari o di polizia, ma con l’intimazione di recarsi
a fare qualche commissione in un dato luogo, sempre affollatissimo,
mercato, moschea. Arrivati sul posto dovevano avvertire il committente
per telefono e… saltavano per aria con tutto il circondario.
La vettura era stata segretamente rimpinzata di esplosivo. Molti,
ovviamente, non hanno potuto, dai loro brandelli sparsi, denunciare
nulla. Ad altri è andata meglio: si sono fermati prima,
hanno scoperto il carico, il telefonino non gli ha funzionato, o, prima
di telefonare, si erano allontanati dall’auto.
Perlopiù sono scappati in Siria o Giordania, tra quei
quattro milioni di polvere umana, cacciata da casa e dal mondo, di cui
il mondo non vuole sentire parlare.
I SAS all’opera,
da Belfast a Basra
Qualche volta i mandanti si fanno direttamente sicari. E la
storia che segue l’hanno riferita tutti, per poi prontamente
dimenticarla al fine di non doverne trarre le ovvie conclusioni quando,
per esempio, si trovano autobombe a Londra, o si vanno a infilare
nell’aeroporto di Glasgow. Gennaio del 2005: a Basra un posto
di blocco di polizia ferma un camioncino con due arabi in
jallabiah e kefìah. I due sparano e buttano giù
alcuni poliziotti, fuggono, ma vengono fermati. Sorpresa, ma per gli
iracheni mica tanto: sono due militari britannici delle famigerate
– in Yemen, India e Irlanda - squadre della morte
SAS, travestiti da arabi. Erano diretti a una gran mercato pieno di
gente. Il veicolo trabocca di esplosivo e di innesco a distanza. I due
scherani vengono chiusi in prigione. Tempo due ore, arriva una colonna
di carri britannici, sfonda il muro della prigione, ammazza alcune
guardie e si porta via i commilitoni. Spariti per sempre. E’
da operazioni così, quando riescono e diventano di Al Qaida,
che si fa passare “l’odio immenso dei musulmani per
l’Occidente”. Avrebbe dovuto bastare per far
crescare sui fogli del “manifesto” un albero del
dubbio, vasto quanto l’intero giornale, ogni giorno della sua
vita. Chissà se, coltivando quell’albero, il
“quotidiano comunista” non avrebbe più
da piangere miseria. Forse quella miseria deriva anche da quegli omaggi
incondizionati e inconsulti inevitabilmente offerti dai suoi cronisti
alle più surreali e sospette versioni di Washington,
dall’11/9 in poi, e di Scotland Yard (“La cellula
dei medici iracheni per far saltare il Regno Unito”, tanto
per citare l’ultima ). Non si rende conto, il
“manifesto”, che gran parte dei suoi lettori
è chilometri più avanti?
Kamikaze funamboli: il
caso Amman
Ma poi ci sono i kamikaze con la cintura esplosiva. E chi ne
dubita? Peccato che, a volte non sono nemmeno pupazzi psicoteleguidati.
Non ci sono proprio. 11 novembre 2005, Amman. Entrano quattro kamikaze,
saltano per aria tre alberghi. In uno un clan palestinese festeggiava
il matrimonio. Tutti morti, 56. Tosto rivendica Al Zarkawi, capo di Al
Qaida in Iraq, ma defunto e ufficialmente sepolto da due anni. Solo
che: 1) non c’erano kamikaze, perché avrebbero
dovuto camminare sui soffitti come le mosche: le bombe erano esplose
dal soffitto (lo documentano foto e filmati), previa loro collocazione
passando davanti a tutti i controlli del hotel; 2) la sera prima i
turisti israeliani in quegli alberghi erano stati prelevati dai servizi
giordani su imbeccata di quelli israeliani. Lo confermano con orgoglio
il quotidiano Haaretz e un vecchio capo-intelligence israeliano; 3)
Nella saletta accanto al matrimonio erano riuniti alcuni personaggi di
straordinaria preoccupazione per Israele: tre alti funzionari
dell’intelligenze e del sistema finanziario palestinese,
critici di Abu Mazen, e tre delegati del Ministero della Difesa cinese.
Disintegrati. Traete voi le facili conclusioni. Non sono cose da
indurre anche la nostra parte almeno a quel sospetto che è
lo strumento del quale loro fanno arma antisociale e con cui filtrano e
decimano la popolazione avversa. Sospetto come matrice di una paura
generale che ci taglia le palle, stordisce le ovaie e esaspera fino
alla depressione solipsista l’individualismo dei votati a
perdere?
Il burattinaio e i suoi
duelli tra Pulcinella e il diavolo
Tessere per un mosaico che traccia l’immagine
dell’apocalisse. Potete scommetterci che non appena da Cuba,
dal Venezuela, dal Sudamerica in marcia antimperialista e anche
rivoluzionaria, arriva qualche notizia che susciti approvazione,
invidia, magari imitazione (le socializzazioni di Chavez, le vittorie
di Cuba, l’avanzata di Bolivia o Ecuador), vi
verrà rovesciato uno tsunami di rigurgiti di malelingue
prezzolate sulle nefandezze di Castro, la prepotenze di Chavez,
l’incoscienza di Morales. A volte il capo trombettiere
è il giornaletto del presidente della Camera. E
‘un ping-pong. Tu batti un colpo? E io ne batto dieci. Tu mi
rifili un sinistro (!)? e io ti abbatto sotto una gragnola di diretti
sotto la cintura. Così per le guerre stellari tra Occidente
e mondo islamico. Il sincronismo è perfetto. MI rifili Abu
Ghraib? E io ti sparo qualche video di tagliateste di Al Qaida.Tanto
è tutto armamentario mio.
In Libano gli israeliani fanno tabula rasa violando ogni
articolo della convenzione di Ginevra, oltre alla nostra soglia della
nausea? Prontissimo, il 10 agosto 2006, Blair assorda il mondo con la
storia dei dieci aerei passeggeri in partenza da Londra per gli Usa e
dei kamikaze, dotati di liquidi esplosivi che, per renderli attivi
avrebbero dovuto bruciare sei ore e impestare di fumo il gabinetto
della cabina. Dopo una settimana, passato lo scandalo Libano, non se
parla più. Mai più. Però si continuano
a bandire gli shampoo dal bagaglio. Sennò che paura sarebbe?
Quanto all’offensiva terroristica della guerra globale nel
giugno-luglio del 2007, embè di motivi per correre alla
riconquista dell’opinione pubblica a forza di botti di Al
Qaida tra Gran Bretagna, Libano e Yemen se ne erano assommati diversi.
In Afghanistan, oltre a prenderle da tutto un popolo insorto, la nostra
coalizione non faceva passare giorno senza estinguere la vita di un
villaggio: F15, F16, bombardieri pesanti guidati dai nostri Predator,
migliaia di bombe a grappolo, bombe spaccabunker da mezza tonnellata,
missili da crociera. 1.200 missioni la settimana. Tutte impegnate a
distinguere nettamente tra taliban e donne e bambini. E se di taliban
non ce n’è, si prende il tizio disintegrato e gli
si mette accanto un AK-47. “I taliban usano i civili come
scudi umani!” Mica lavorano come i topgun, a diecimila
chilometri dai loro compatrioti. Già, stanno tra i civili,
sono i combattenti di quel posto, di quel villaggio, di quella
città. La guerra di popolo lì si svolge, non
dispone di campi di battaglia nel deserto. L’orrore per le
efferatezze Usa si estende, oltrechè agli scontati
“estremisti”, a un bel po’ di gente.
Esclusi gli inossidabili Magdi Allam, Giuliano Ferrara e Walter
Veltroni.
In Palestina si scopre che un popolo già
massacrato decide di votare per chi lo difende con la Resistenza e
allora lo si decima, imprigiona, affama. Tanto di Gaza interessava solo
l’acqua. E quella la si è presa, lasciando ai
palestinesi le falde ormai salmistrate dal mare, in pozzi che non
devono scendere sotto i 130 metri (quelli israeliani fino a
800!). Poi la striscia si chiude e vaffanculo. Del resto lo
diceva il vecchio capoccia Weizman e lo ripetevano tutti da Ben Gurion
in giù, che era per l’acqua che Israele doveva
predare fino al Litani in Libano, allo Yarmuk in Siria, alle fonti del
Golan, alla riva est del Giordano. E magari, poi, fino al Nilo e
all’Eufrate. Ma ecco che un po’ di gente, neanche
tanto sprovveduta, come l’ex-presidente Jimmy Carter e
l’ondivaga Amnesty, iniziano ad arricciare il naso. Il golpe
contro Hamas da parte di forchettoni venduti non fa pensare proprio a
una rettifica democratica. C’è sconcerto e le voci
della verità riprendono volume.
Più figuracce
fanno, più Al Qaida fanno
In Iraq la tragedia e i crimini contro l
‘umanità che la determinavano assumevano
proporzioni tali da far riflettere perfino un fautore
dell’armagheddon come Brzezinski.
Contemporaneamente, campagna Usa di sicurezza dopo campagna Usa di
sicurezza, surge dopo surge fallita, altri inutili 30mila
marines, i cinquanta sunniti al giorno trovati trapanati, le
carneficine e gli attentati ai luoghi sacri, tipo Samarra, tutta farina
del sacco iraniano-statunitense protagonizzato da Moqtada al Sadr (che
perciò deve far finta di essere
“antiamericano”), i quattro milioni di profughi e
sfollati, dannati della Terra come neanche Franz Fanon avrebbe potuto
immaginare, Bakuba, Samarra, Falluja, Adhita, Hilla assediate dagli USA
e uccise per fame, sete, peste, peggio di Gengis Khan, i furti con
scasso della più preziosa e grande ricchezza archeologica
del mondo, tutto questo stava facendo vacillare non poco la fede
assoluta nel bene – noi - e nel male - quelli. Occorreva
rispondere, troncare, sopire i perplessi, accendere ovunque la fiaccola
dello scontro di civiltà. Occorreva un bel po’ di
Al Qaida, da Glasgow a Khiam in Libano, da Londra a Sanaa. Occorreva
ripristinare il genoma del capitalismo feudatario e colonialista
attraverso il rilancio della catena consequenziale: strategia del
terrorismo islamico, strategia della paura, strategia del controllo e
della repressione sociale e della guerra
imperialista.
Il terrorismo islamico compensa la perdita del nemico
sovietico, è universale, perenne, invincibile. Se non ci
fosse, bisognerebbe inventarlo. Così l’hanno
inventato. La paura – in particolare quella preziosissima dei
“mori” - è da duemila anni lo strumento
più riuscito per il dominio dei pochi sui molti, dei
delinquenti sui giusti, per cui diffondere a piene mani bombe, cellule
dormienti o sveglie, arresti di imam, pandemie assassine, dati pompati
sulla criminalità (purchè non mafiosa), una
spruzzatina di pornopedofili ogni tanto, e poi telesorveglianza,
tecnologie della sicurezza, ogni tre mesi l’invocazione
“più poliziotti, più
carabinieri” (abbiamo più guardie per
persona di tutta Europa), e tanto Magdi Allam. Quanto a Sofri, ora che
sta a casa, oltrechè su “Foglio”,
“Panorama”, “Repubblica”, lo
vogliamo anche sulla carta igienica… Così
è se vi pare. Basta che grattiate appena un po’
dietro a ogni autobomba, dietro a ogni sito fondamentalista e ci
troverete un texano. O grattiamo, o siamo fregati..