Soros, il liberalizzatore
23 luglio 2008
E' infatti questo ebreo americano d'origine ungherese il responsabile del collasso monetario che, nel settembre del '92, ha ridotto il cambio della lira del 28% rispetto al dollaro. Soros opera sul mercato della "finanza derivata" (derivatives) con un suo fondo d'investimento speculativo, il Quantum Fund, che ha sede a Macao e nelle Antille Olandesi, due paradisi del riciclaggio mondiale. Per la speculazione contro la lira, ha raccolto tra i suoi clienti 50 milioni di dollari: una piccola cifra nella Tangeri finanziaria mondiale, ma più che sufficiente sul mercato dei derivates per mobilitare 20 volte tanto. Di fatto, impegnando "realmente" 50 milioni di dollari, è riuscito a lanciare contro la lira un miliardo di dollari presi a prestito a termine.
Con quel miliardo, ha comprato a termine lire e ha cominciato a venderle a fiumi (senza averle) in cambio di marchi tedeschi, al tasso fisso di cambio previsto dallo Sme. In questi casi la Bundesbank, obbligatavi dalla disciplina monetaria europea, deve comprare le lire buttate sul mercato con marchi tedeschi. Ma la cifra che Soros mobilita, a cui presto si aggiunge il fiume mosso da altri speculatori sulla sua scia, supera ormai di molto la possibilità d'intervento delle banche centrali. Viene il momento in cui la lira, non più sostenuta, deve svalutare: il suo valore passa da 765 per un marco a 980 (-28%). Soros ha ora in cassa i marchi, fortemente rivalutatisi contro la lira; può acquistare con essi lire, con lo sconto del 28%, e ripagare in lire svalutate il suo debito iniziale prima che scada la data del suo contratto. Il suo profitto sta nella differenza: 280 milioni di dollari (420 miliardi di lire) pari al 28% del miliardo di dollari fittizziamente mobilitato, ma pari al 560% dei 50 milioni realmente impegnati.
Il meccanismo speculativo è abbastanza semplice. Ma richiede - come fu già il caso di Parvus - che Soros abbia potuto contare su una rete di altissime relazioni, dalle quali deve aver ricevuto informazioni riservate, atte a diminuire il rischio dell'impresa. C'è il sospetto che alcune informazioni le abbia ricevute dalla "banca delle banche", dalla Federal Reserve di New York: il cui capo Gerald Corrigan, amico intimo di Soros, s'è dimesso d'impravviso subito dopo il fortunato raid contro la lira. Altri indicano alcuni nomi brillantissimi che risiedono nel consiglio d'amministrazione del suo Quantum Fund: Nils Taube, socio di Lord Victor Rothschild; Sir James Goldsmith, imparentato ai Rothschild; Richard Katz, che poco prima della speculazione è diventato direttore della Rothschild Italia S.p.a. a Milano.
Come fu per Parvus, anche per Soros il denaro è un mezzo. Come Parvus, il finanziere ebreo-americano ha un grande piano per la Russia; e l'ha spiegato in un suo libro (Soros si picca di intellettuale, è stato un allievi di Karl Popper) che ha intitolato Underwriting Democracy, "Avallare la Democrazia".
La "democrazia" con cui Soros vuol curare la Russia è stata, all'inizio, indistinguibile dal grande piano per "aiutare Gorbaciov" a cui si prodigarono negli anni ottanta Bronfman e i suoi amici. Soros rivela infatti di essere stato lui il vero promotore del cosidetto "Piano Shatalin": è il programma-shock per far entrare la Russia nel libero mercato che il Fondo Monetario e la finanza mondiale avevano suggerito a Gorbaciov, e che Gorbaciov non ebbe la forza, o il coraggio, di applicare. Soros se ne duole: «Il Piano Shatalin era l'ultima possibilità di creare un centro di potere nuovo esteso all'Unione Sovietica». Nonostante i suoi sforzi, l'Unione Sovietica s'è disintegrata; nessun "potere nuovo" gradito alla finanza ha sostituito il comunismo nel tenere insieme il corpo dell'Impero sovietico.
Il Piano Shatalin era la versione russa del Big Bang liberista imposto dagli internazionalisti del capitale alla debole Polonia apena liberatasi dal comunismo: abolizione di ogni sussidio sui generi di prima necessità, abbandono dei prezzi al gioco di mercato, apertura dei confini alla concorrenza straniera, lasciar fallire le fabbriche "non competitive": tutto ciò insomma che ha causato in Polonia il crollo della produzione industriale e milioni di disoccupati. Per attuare il piano sul corpo della Russia, Soros ha pagato le spese di una speciale commissine di consulenti internazionali da lui messa insieme. Ne fanno parte Jeffrey Sachs (il giovane economista ultraliberista di Chicago autore della "liberalizzazione selvaggia" polacca), Stanley Fischer (Ufficio Studi della Banca Mondiale), Jacob Frenkel (stratega del Fondo Monetario), Michael Bruno (Banca Centrale d'Israele), Gur Ofer (Università di Gerusalemme) e, unico goym, Romano Prodi.
Tramontato il progetto iniziale, Soros ne ha sfornato un altro. «L'aiuto occidentale» alla Russia, ha scritto sul Wasshington Post del 4 gennaio 1993, «dovrebbe prendere la forma di una rete di sicurezza sociale finanziata su base internazionale, che distribuisse direttamente ai licenziati (dalle fabbriche sovietiche, ndr) un sussidio in valuta forte. Dato che il salario minimo in Russia si aggira oggi, al cambio, sui 6 dollari al mese, il costo di questo programma - 10 miliardi basterebbero - sarebbe alla portata del Fondo Monetario» . Soros vorrebbe dunque fare dei russi un intero popolo di assistiti internazionali, di mendicanti planetari. Con uno scopo finale: «Questa rete di sicurezza sociale», spiega Soros, «farebbe sparire la resistenza sociale alla chiusura delle fabbriche improduttive... le industrie sovietiche sarebbero chiuse e le materie prime e il petrolio che oggi consumano potrebbe essere venduto all'estero con più profitto». Ecco lo scopo: ridurre la Russia - come l'Africa - a mero esportatore di materie prime, continuare a vantaggio della finanza internazionale il colossale saccheggio di risorse già perpetrato contro la Russia dal "socialismo reale".
Ma a questo grande progetto, altri ne ha aggiunti la mente vulcanica di Soros. Le sue cure per la Russia non nascondono la sua preoccupazioone centrale, che è per Israele. Per esempio, vuole scongiurare che gli scienziati sovietici nella ricerca militare di Mosca, che campano con salari equivalenti a 10 dollari al mese, siano reclutati da Paesi come l'Irak e l'Iran, che non celano la loro ambizione di dotarsi di armi nucleari. Per questo, nel dicembre '92, Soros ha creato una International Science Fondation for the Former Soviet Union - che ha dotato di un capitale di 100 milioni di dollari - con lo scopo di «incoraggiare gli scienziati di restare attivi nel Paese di nascita».
Un'altra ansia di Soros è che all'Est non rinascano i nazionalismi, gli orgogli, le identità che il disperso popolo ebraico ha sentito sempre come ostili e pericolosi alla propria identità. Ecco perchè Soros ha acquistato negli ultimi mesi del '92 dei giornali a Zagabria, con l'intento dichiarato di contribuire a trasformare la Croazia in "una società pluralista aperta". Nell'agosto, ha anche fondato una "Fondazione Società Aperta per la Macedonia". Inoltre, ha aperto a Budapest una "Università dell'Europa Centrale" in un castello appositamente acquistato; e anche in altri Paesi apre scuole di menagement, per accelerare nell'Est l'entrata del mercato.
Con una riserva, s'intende: che i nuovi menager slavi non si mettano in testa di ricostruire l'economia fisica dei loro Paesi, di produrre - come dice Soros - «acciao ed energia che, se servono solo a produrre altro acciaio e altra energia, sono paragonabili per i loro effetti sull'economia alle piramidi egizie». Questi Paesi, insomma, entrino nel mercato globale senza ferrovie e senza centrali, senza strade, devastati così come li ha lasciati il "comunismo reale" di Parvus. E' la sola garanzia che non turberanno, con la loro potenza fisica, i progetti dei manovratori del mondo, dei finanzieri internazionali alla cui cerchia Soros appartiene.
tratto da: "Complotti vecchi e nuovi" di Maurizio Blondet, Il Minotauro editore

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