Sugli incendi boschivi: avvengono soprattutto in Sicilia e
in Calabria.
Dove il numero delle guardie forestali è sui 30
mila, contro le 50 (diconsi cinquanta) del Friuli. Facile la deduzione:
gli incendiari sono i pompieri, per «la salvaguardia del
posto di lavoro».
La legge che vieta per dieci anni ogni utilizzo degli ettari
bruciati, e che ha messo fine agli incendi estivi in Liguria, in
Calabria e in Sicilia non si applica.
Le due Regioni non vogliono disturbare i malavitosi che sono
il loro blocco sociale di riferimento.
Ciò conferma ciò che vado dicendo da
anni: la vera secessione l’ha fatta il Sud, era
già compiuta molto prima che ne vociferassero gli
inconcludenti «baùscia» della Lega Nord.
Ma non intendo criminalizzare il Meridione.
L’Italia è un nugolo maligno di
secessioni velenose, di insubordinazioni autolesioniste.
Le banche hanno «ignorato il decreto
Bersani», continuano a far pagare ai clienti cifre
truffaldine per i loro presunti «servizi», un lucro
indebito di 5,3 miliardi di euro, un aggravio di 500 euro annui per
ogni famiglia.
Sono le stesse banche che hanno rifilato ai risparmiatori i
bond Parmalat (da cui avevano guadagnato altri miliardi,
finchè Parmalat pagava) in tempo per accollare ai cittadini
il crak.
Con ciò, hanno fatto secessione dalla
società.
E nessuno le chiama a rendere conto.
Ma i cittadini, mica sono innocenti.
Leggo che Luxottica, azienda leader mondiale, si vede rubare
ogni anno 60 mila montature dai suoi dipendenti.
Ha provato ad imporre ai dipendenti borselli trasparenti: i
sindacati guidano la rivolta, minacciano sfracelli.
«Libero» che dà la notizia,
ha un titolo patetico: «Attenti confederali, così
finite per difendere anche i ladroni!».
Ma chi altro difendono, i sindacati, se non i ladroni?
I ladroni pubblici anzitutto: il corpo sociale dei parassiti
miliardari, uno su 60 cittadini, che lucrano enormità,
autoblù, pensioni, super-stipendi, viaggi gratis, dal denaro
dei contribuenti.
E poi ogni ladro privato, purchè rubi alla sua
azienda: «lavoratore», viene «difeso nei
suoi diritti».
Anche il sindacato è un potere in piena
secessione.
Collegato ai poteri pubblici.
Perché il tragico è che da noi lo
Stato stesso è secessionista: anziché porsi al
servizio dei cittadini, se ne fa servire, come una forza occupante
ostile.
Sugli scontrini «parlanti» di Visco,
ossia con l’obbligo per i farmacisti di apporvi il codice
fiscale dell’acquirente di medicinali, un lettore mi ha
ritorto che il provvedimento ha lo scopo «di
smascherare gli evasori che non pagano il ticket e che presentano
ricette intestate a persone anziane per poter non pagare le medicine...
e soprattutto perchè, in questi anni ci sono stati diversi
scandali sui medicinali ‘venduti’ a persone morte o
fittizie».
Già, appunto: un provvedimento vessatorio che,
anziché colpire la disonestà, colpisce ed offende
tutti i cittadini onesti, il cui numero per forza cala.
Come ci si difende da un potere occupante, se non con il
sabotaggio, l’evasione, il furto dei beni pubblici e la
«terra bruciata»?
D’altra parte, la Cassazione ha obbligato
l’ENI a reintegrare (e a pagare gli arretrati) ad un
dipendente che sistematicamente timbrava il cartellino, poi riprendeva
l’auto nel garage aziendale e se ne andava per i fatti propri.
La prova che l’ENI ha addotto per incastrare il
ladro di stipendio - le riprese delle telecamere nel garage aziendale -
è stata ritenuta dai giudici non solo illecita, ma
delittuosa: «l’esasperato ricorso a mezzi
tecnologici» avrebbe violato «la dignità
e la riservatezza del lavoratore».
Hanno violato la dignità del ladro, e la
magistratura (ricordiamo il nome dell’estensore della
sentenza, Paolo Stile) protegge la dignità del ladro,
anzitutto e condanna l’azienda.
Ottimo segnale per chi vuole investire in questo Paese
sempre più allucinato ed allucinante.
Che pedagogia volete si ricavi da questa sentenza?
Sentenze simili spiegano perché esista in Italia
una disonestà così di massa.
Potrei citare i dipendenti Alitalia che fanno sciopero su
un’azienda fallita.
Le Guardie di Finanza che si fanno dare mazzette.
Visco che obbliga le aziende esportatrici (in credito
perenne di IVA) a pagare l’IVA anziché
«compensarla» con il credito accumulato: manovra
truffaldina per fare cassa, che strangola l’impresa migliore.
Potrei citare Mastella, il cui solo nome evoca il
clientelismo disonesto come sistema.
O il sistema tributario che controlla parossisticamente
tutti, sospetta tutti, manda alla stampa grida insultanti sui miliardi
di euro d’evasione scoperti, e poi tace che di quelli
«scoperti», gli effettivamente recuperati sono solo
l’1 per cento.
Criminalità pubblica, con la scusa della
vastissima criminalità privata.
Ma quando la criminalità è
così normalmente praticata, così diffusa, quando
una società intera di fatto delinque e frega il prossimo per
il proprio minuto tornaconto, fino al punto di bruciare i propri
terreni e foreste, da portare alla rovina l’azienda per cui
lavora (vedi Alitalia), fino a carbonizzare dei connazionali per poter
costruire o far pascolare, fino a strangolare le imprese produttive per
esazione fiscale, la diagnosi non può consistere in
deplorazioni moralistiche e in controlli ancor più
asfissianti, che colpiscano «localmente» i singoli
disonesti.
Le malattie sono «locali» o
«centrali».
Un foruncolo è un’affezione locale che
si cura con streptomicina applicata localmente, sul foruncolo.
Un cancro invece è una malattia
«centrale», e le pomate non bastano.
C’è qualcosa che non funziona nel
«centro», nel sistema nervoso-immunitario, nel
profondo «io» che è
l’organismo.
Qualcosa che manca.
Che cosa manca all’Italia?
Il senso della nazione.
Il senso di essere una comunità di destino, in
cui ricchi e poveri, dotati e non dotati, avanzano insieme nella storia
legati da un qualche obbligo di solidarietà o fratellanza
civile, da un qualche orgoglio condiviso, da una qualche
volontà di affermarsi non come individui, ma come nazione.
La patria è sempre stata debole da noi.
L’Italia è la sola cultura che abbia
avuto un teorico del «particolare», quel
Guicciardini che si studia insieme a Machiavelli (che ne fu
l’esatto contrario), mentre andrebbe bruciato ritualmente in
effigie.
Il Risorgimento pretese di fare la nazione contro il popolo
o i popoli italiani, fin dal principio disonestamente.
Il fascismo riuscì meglio, con la
«nazionalizzazione delle masse», interessandole ai
destini della nazione: in questo senso Prezzolini lo chiamò
«compimento del Risorgimento».
Ma l’8 settembre 1943 decretò, come si
è scritto, la «morte della patria»,
quella debolissima patria incipiente e imperfetta.
Da allora, ogni richiamo alla nazione è bollato
come fascismo: impossibile ogni restaurazione del civismo nazionale.
La regionalizzazione ha - come facilmente prevedibile -
aggravato il male, il cancro, oltre ogni possibilità di
guarigione.
A volere le Regioni fu Ugo la Malfa, mazziniano, ossia la
Massoneria che aveva voluto, un secolo prima, il
«nazionalismo»: ciò perché il
disegno massonico internazionale era mutato, ora non si trattava
più di istigare nazionalismi contro gli imperi, ma di
disarticolare le nazioni, di castrarle, per immetterle nella
«costruzione europea», in una super-commissione
burocratica a-patride.
In Italia, date le premesse, le Regioni sono diventate
secessioni istituzionali, dialettali, criminose.
Ed anche questo era prevedibile.
Le Regioni sono il fallimento storico più
colossale della breve storia italiana, un ributtante coniugio di
malversazione e corruzione e incompetenza, ancor peggio della
burocrazia centrale statale.
Ma è anche il fallimento storico meno discusso:
è vietato chiedere una
«ri-centralizzazione» almeno dei servizi
«nazionali» (come il servizio sanitario), questo
è fascismo, questo - soprattutto - non lascia spazio ai
Mastella e Bassolino e Cuffaro e alle loro clientele…
Guicciardini ha vinto definitivamente, arretrando nella
scala evolutiva.
Mastella è Guicciardini ridiventato scimmia, il
pitecantropo italiensis del particolarismo.
Ora ministro della «giustizia».
Ma sarebbe ingiusto prendersela con questo solo pitecantropo.
Il fatto principale, è la mancanza - in ciascuno
di noi in varia misura - del senso della nazione.
La nazione è la bussola invisibile che dovrebbe
orientarci, come persone e come istituzioni, nei casi dubbi dove la
«legalità» e il moralismo non bastano.
Quello che avrebbe dovuto indurre il giudice di cassazione
Paolo Stile a condannare il dipendente ladro dell’ENI, non a
farlo reintegrare: per delitto contro la comunità nazionale.
O che dovrebbe coalizzare le buone volontà contro
i bruciatori di boschi, che invece godono di vasta
complicità almeno passiva.
Il senso della nazione è quello che dovrebbe
ispirare gli accordi comuni essenziali, contro i tornaconti particolari
che sono, da ultimo suicidi.
La mancanza della nazione è il vero motivo della
crisi, per esempio, della scuola, della sua a-tonia, della sua
incapacità di reagire alle altre «agenzie
educative» al contrario, la sconcia
pubblicità, la TV sconcia e offensiva.
La scuola - la scuola pubblica - è infatti da
sempre l’«organo della unità
nazionale».
La volle così il Risorgimento, disperato di unire
popoli che parlavano dialetti e non si capivano. Trasmetteva miti
elementari, figure pateticamente illusorie - Pietro Micca, Balilla,
Garibaldi - che almeno incitavano nei bambini l’esempio di un
civismo nazionale eroico.
Non a caso i migliori nazionalisti d’Italia - il
massone De Sanctis e l’hegeliano Gentile -
esercitarono il loro miglior potere e la loro migliore intelligenza
nella scuola: la scuola che, prima che cognizioni, doveva imprimere
valori civili, attraverso una storia nazionale che oggi diciamo falsa,
ma che dovremmo dire idealizzata (Dante, l’impero
romano…).
Oggi, c’è da rimpiangere persino De
Amicis, e il suo ideale maestro educatore.
Era un maestro patriottico.
Prendeva poco di stipendio ma contava tanto, erano
circondati dal rispetto perché si sacrificavano per la
patria.
Maestro elementare e medico condotto furono le modeste
figure degli eroi nazionali: e moltissimi maestri e medici reali
diedero carne a quelle figure, diventarono tali.
Oggi, quel tipo di esempi non è nemmeno
più proponibile.
I maestri e i docenti, abbandonati dallo Stato, senza
indicazione di un compito, non sanno più cosa insegnare: il
computer?
A leggere i giornali?
La Costituzione - quella che viene calpestata
quotidianamente dai ministri, dai sindacati, dai governatori, dai
giudici?
Ciascun insegnante dunque si arrangia da sé, si
dà gli scopi che gli sembrano giusti o vantaggiosi.
In tal modo, la voce della scuola è scomparsa.
Non riesce più a contrastare l’immensa,
multicolore, seducente e indegna «pedagogia
dell’egoismo» che i ragazzini apprendono ogni
giorno dalla TV e dagli spot, dai ministri e dai regionalismi e dai
secessionismi, e anche dalle famiglie.
Da qui nasce tutto.
Anche i boschi che bruciano di incendi dolosi.
Non è che manchi l’onestà.
Manca un motivo solido per essere onesti, un motivo
riconosciuto, esaltato dalla comunità, additato ad esempio.
Manca la bussola invisibile nei nostri cuori.
La bussola che fa amare la patria ed anche i suoi boschi.
Gli ecologisti non coltivano la patria, e dunque anche loro
sono complici.
Il meccanismo del degrado si può vedere con un
altro esempio, che riguarda l’economia d’impresa.
Ecco la Fincantieri, grande e gloriosa impresa nazionale, voluta dal
fascismo come tesoro di competenze individuali di tecnici e ingegneri.
Ancor oggi, la Fincantieri è la numero uno al
mondo per la fabbricazione di grandi navi da crociera e di navi
militari.
Dovrebbe essere uno dei centri del nostro orgoglio nazionale.
Inoltre, è un’azienda pubblica.
Ma ora, questo tesoro nazionale è
sotto-capitalizzato.
Compete con i colossi globali, ma non ha abbastanza forza
finanziaria.
Per le normative europee, lo Stato non può
più immettervi capitale (capitale pubblico!, eresia!).
Dunque deve ricorrere al «mercato dei
capitali» privati.
In breve, lo Stato vuole mettere in Borsa il 49% del gruppo
navale.
Anzi deve, non può fare altrimenti; resta
tuttavia padrone al 51%.
Nulla di drammatico, dunque.
Ma la CGIL e la FIOM si oppongono.
Perché?
Per un ideologismo mai nemmeno ben riflettuto, un comunismo
residuale, uno statalismo da cani di Pavlov.
E così, condannano alla fine o al nanismo una
gloria nazionale, frutto del lavoro di tecnici dedicati, competenti ed
onesti che andrebbero decorati e invitati in TV più spesso
che le veline.
Abbiamo già perduto una decina di primati,
abbiamo rinunciato alla corsa verso il meglio nel nucleare, nella
chimica, nell’elettronica (il primo computer da tavolo fu un
Olivetti: non rendeva, si buttò via),
nell’armamento avanzato.
Ora, l’ostruzionismo sub-ideologico della CGIL -
cieco perché privo della bussola nazionale che, nei casi
dubbi, indica la via migliore per la patria, il bene della nazione -
avvia la Fincantieri, alla lunga, sulla china che ha già
percorso Alitalia.
L’ex compagnia di bandiera.
Infatti è finita dov’è
finita la bandiera: nel cesso della bancarotta.
Noi, rifiutiamo la bandiera.
Così, nelle tragedie che mai mancano nella
storia, noi avanziamo ognuno per sé, indeboliti dal nostro
stesso tornaconto, furbi e sempre ridicoli e vergognosamente sconfitti.
Nel perenne 8 settembre di chi non vuol avere bandiera.
Quando mancherà il petrolio, quando
sarà la siccità, quando bruciano i boschi, che
facciamo? Litighiamo, ci apprestiamo alla guerra civile, ci spacchiamo
in fazioni.
E protestiamo per «la lentezza dei
soccorsi».
Come in questi giorni.
I bagnanti ce l’hanno con Bertolaso.
Non so se Bertolaso abbia una patria.
Certo, è l’unico direttore generale di
ministero che vedo andare in giro non con il completo blu e la
cravatta, ma con la maglietta da soccorritore; ci mette la sua faccia,
fa il possibile.
Forse è un mito inesistente come Balilla, forse i
magistrati ci diranno un giorno che rubava e prendeva tangenti come
Mastella: non credo, ma quel giorno lo approverò.
Perchè non dovrebbe, solo lui?
Perché solo a lui gli sputi del pubblico, e agli
altri l’autoblù?
Preferisco pensarlo come Balilla: forse mai esistito, ma un
buon esempio.
Maurizio Blondet
Tratto da: effedieffe.com
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.