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Senza patria si brucia


27 luglio 2007

Sugli incendi boschivi: avvengono soprattutto in Sicilia e in Calabria.
Dove il numero delle guardie forestali è sui 30 mila, contro le 50 (diconsi cinquanta) del Friuli. Facile la deduzione: gli incendiari sono i pompieri, per «la salvaguardia del posto di lavoro».
La legge che vieta per dieci anni ogni utilizzo degli ettari bruciati, e che ha messo fine agli incendi estivi in Liguria, in Calabria e in Sicilia non si applica.
Le due Regioni non vogliono disturbare i malavitosi che sono il loro blocco sociale di riferimento.
Ciò conferma ciò che vado dicendo da anni: la vera secessione l’ha fatta il Sud, era già compiuta molto prima che ne vociferassero gli inconcludenti «baùscia» della Lega Nord.
Ma non intendo criminalizzare il Meridione.
L’Italia è un nugolo maligno di secessioni velenose, di insubordinazioni autolesioniste.
Le banche hanno «ignorato il decreto Bersani», continuano a far pagare ai clienti cifre truffaldine per i loro presunti «servizi», un lucro indebito di 5,3 miliardi di euro, un aggravio di 500 euro annui per ogni  famiglia.
Sono le stesse banche che hanno rifilato ai risparmiatori i bond Parmalat (da cui avevano guadagnato altri miliardi, finchè Parmalat pagava) in tempo per accollare ai cittadini il crak.
Con ciò, hanno fatto secessione dalla società.
E nessuno le chiama a rendere conto.
Ma i cittadini, mica sono innocenti.
Leggo che Luxottica, azienda leader mondiale, si vede rubare ogni anno 60 mila montature dai suoi dipendenti.
Ha provato ad imporre ai dipendenti borselli trasparenti: i sindacati guidano la rivolta, minacciano sfracelli.
«Libero» che dà la notizia, ha un titolo patetico: «Attenti confederali, così finite per difendere anche i ladroni!».
Ma chi altro difendono, i sindacati, se non i ladroni?

I ladroni pubblici anzitutto: il corpo sociale dei parassiti miliardari, uno su 60 cittadini, che lucrano enormità, autoblù, pensioni, super-stipendi, viaggi gratis, dal denaro dei contribuenti.
E poi ogni ladro privato, purchè rubi alla sua azienda: «lavoratore», viene «difeso nei suoi diritti».
Anche il sindacato è un potere in piena secessione.
Collegato ai poteri pubblici.
Perché il tragico è che da noi lo Stato stesso è secessionista: anziché porsi al servizio dei cittadini, se ne fa servire, come una forza occupante ostile.
Sugli scontrini «parlanti» di Visco, ossia con l’obbligo per i farmacisti di apporvi il codice fiscale dell’acquirente di medicinali, un lettore mi ha ritorto che il provvedimento ha lo scopo «di  smascherare gli evasori che non pagano il ticket e che presentano ricette intestate a persone anziane per poter non pagare le medicine... e soprattutto perchè, in questi anni ci sono stati diversi scandali sui medicinali ‘venduti’ a persone morte o fittizie».
Già, appunto: un provvedimento vessatorio che, anziché colpire la disonestà, colpisce ed offende tutti i cittadini onesti, il cui numero per forza cala.
Come ci si difende da un potere occupante, se non con il sabotaggio, l’evasione, il furto dei beni pubblici e la «terra bruciata»?
D’altra parte, la Cassazione ha obbligato l’ENI a reintegrare (e a pagare gli arretrati) ad un dipendente che sistematicamente timbrava il cartellino, poi riprendeva l’auto nel garage aziendale e se ne andava per i fatti propri.
La prova che l’ENI ha addotto per incastrare il ladro di stipendio - le riprese delle telecamere nel garage aziendale - è stata ritenuta dai giudici non solo illecita, ma delittuosa: «l’esasperato ricorso a mezzi tecnologici» avrebbe violato «la dignità e la riservatezza del lavoratore».
Hanno violato la dignità del ladro, e la magistratura (ricordiamo il nome dell’estensore della sentenza, Paolo Stile) protegge la dignità del ladro, anzitutto e condanna l’azienda.
Ottimo segnale per chi vuole investire in questo Paese sempre più allucinato ed allucinante.
Che pedagogia volete si ricavi da questa sentenza?
Sentenze simili spiegano perché esista in Italia una disonestà così di massa.

Potrei citare i dipendenti Alitalia che fanno sciopero su un’azienda fallita.
Le Guardie di Finanza che si fanno dare mazzette.
Visco che obbliga le aziende esportatrici (in credito perenne di IVA) a pagare l’IVA anziché «compensarla» con il credito accumulato: manovra truffaldina per fare cassa, che strangola l’impresa migliore.
Potrei citare Mastella, il cui solo nome evoca il clientelismo disonesto come sistema.
O il sistema tributario che controlla parossisticamente tutti, sospetta tutti, manda alla stampa grida insultanti sui miliardi di euro d’evasione scoperti, e poi tace che di quelli «scoperti», gli effettivamente recuperati sono solo l’1 per cento.
Criminalità pubblica, con la scusa della vastissima criminalità privata.
Ma quando la criminalità è così normalmente praticata, così diffusa, quando una società intera di fatto delinque e frega il prossimo per il proprio minuto tornaconto, fino al punto di bruciare i propri terreni e foreste, da portare alla rovina l’azienda per cui lavora (vedi Alitalia), fino a carbonizzare dei connazionali per poter costruire o far pascolare, fino a strangolare le imprese produttive per esazione fiscale, la diagnosi non può consistere in deplorazioni moralistiche e in controlli ancor più asfissianti, che colpiscano «localmente» i singoli disonesti.
Le malattie sono «locali» o «centrali».
Un foruncolo è un’affezione locale che si cura con streptomicina applicata localmente, sul foruncolo.
Un cancro invece è una malattia «centrale», e le pomate non bastano.
C’è qualcosa che non funziona nel «centro», nel sistema nervoso-immunitario, nel profondo «io» che è l’organismo.
Qualcosa che manca.
Che cosa manca all’Italia?
Il senso della nazione.
Il senso di essere una comunità di destino, in cui ricchi e poveri, dotati e non dotati, avanzano insieme nella storia legati da un qualche obbligo di solidarietà o fratellanza civile, da un qualche orgoglio condiviso, da una qualche volontà di affermarsi non come individui, ma come nazione.
La patria è sempre stata debole da noi.
L’Italia è la sola cultura che abbia avuto un teorico del «particolare», quel Guicciardini che si studia insieme a Machiavelli (che ne fu l’esatto contrario), mentre andrebbe bruciato ritualmente in effigie.
Il Risorgimento pretese di fare la nazione contro il popolo o i popoli italiani, fin dal principio disonestamente.
Il fascismo riuscì meglio, con la «nazionalizzazione delle masse», interessandole ai destini della nazione: in questo senso Prezzolini lo chiamò «compimento del Risorgimento».
Ma l’8 settembre 1943 decretò, come si è scritto, la «morte della patria», quella debolissima patria incipiente e imperfetta.
Da allora, ogni richiamo alla nazione è bollato come fascismo: impossibile ogni restaurazione del civismo nazionale.
La regionalizzazione ha - come facilmente prevedibile - aggravato il male, il cancro, oltre ogni possibilità di guarigione.

A volere le Regioni fu Ugo la Malfa, mazziniano, ossia la Massoneria che aveva voluto, un secolo prima, il «nazionalismo»: ciò perché il disegno massonico internazionale era mutato, ora non si trattava più di istigare nazionalismi contro gli imperi, ma di disarticolare le nazioni, di castrarle,  per immetterle nella «costruzione europea», in una super-commissione burocratica a-patride.
In Italia, date le premesse, le Regioni sono diventate secessioni istituzionali, dialettali, criminose.
Ed anche questo era prevedibile.
Le Regioni sono il fallimento storico più colossale della breve storia italiana, un ributtante coniugio di malversazione e corruzione e incompetenza, ancor peggio della burocrazia centrale statale.
Ma è anche il fallimento storico meno discusso: è vietato chiedere una «ri-centralizzazione» almeno dei servizi «nazionali» (come il servizio sanitario), questo è fascismo, questo - soprattutto - non lascia spazio ai Mastella e Bassolino e Cuffaro e alle loro clientele…
Guicciardini ha vinto definitivamente, arretrando nella scala evolutiva.
Mastella è Guicciardini ridiventato scimmia, il pitecantropo italiensis del particolarismo.
Ora ministro della «giustizia».
Ma sarebbe ingiusto prendersela con questo solo pitecantropo.
Il fatto principale, è la mancanza - in ciascuno di noi in varia misura - del senso della nazione.
La nazione è la bussola invisibile che dovrebbe orientarci, come persone e come istituzioni, nei casi dubbi dove la «legalità» e il moralismo non bastano.
Quello che avrebbe dovuto indurre il giudice di cassazione Paolo Stile a condannare il dipendente ladro dell’ENI, non a farlo reintegrare: per delitto contro la comunità nazionale.
O che dovrebbe coalizzare le buone volontà contro i bruciatori di boschi, che invece godono di vasta complicità almeno passiva.
Il senso della nazione è quello che dovrebbe ispirare gli accordi comuni essenziali, contro i tornaconti particolari che sono, da ultimo suicidi.

La mancanza della nazione è il vero motivo della crisi, per esempio, della scuola, della sua a-tonia, della sua incapacità di reagire alle altre «agenzie educative» al contrario, la sconcia pubblicità,  la TV sconcia e offensiva.
La scuola - la scuola pubblica - è infatti da sempre l’«organo della unità nazionale».
La volle così il Risorgimento, disperato di unire popoli che parlavano dialetti e non si capivano. Trasmetteva miti elementari, figure pateticamente illusorie - Pietro Micca, Balilla, Garibaldi - che almeno incitavano nei bambini l’esempio di un civismo nazionale eroico.
Non a caso i migliori nazionalisti d’Italia - il massone De Sanctis e l’hegeliano Gentile -  esercitarono il loro miglior potere e la loro migliore intelligenza nella scuola: la scuola che, prima che cognizioni, doveva imprimere valori civili, attraverso una storia nazionale che oggi diciamo falsa, ma che dovremmo dire idealizzata (Dante, l’impero romano…).
Oggi, c’è da rimpiangere persino De Amicis, e il suo ideale maestro educatore.
Era un maestro patriottico.
Prendeva poco di stipendio ma contava tanto, erano circondati dal rispetto perché si sacrificavano per la patria.
Maestro elementare e medico condotto furono le modeste figure degli eroi nazionali: e moltissimi maestri e medici reali diedero carne a quelle figure, diventarono tali.
Oggi, quel tipo di esempi non è nemmeno più proponibile.
I maestri e i docenti, abbandonati dallo Stato, senza indicazione di un compito, non sanno più cosa insegnare: il computer?
A leggere i giornali?
La Costituzione - quella che viene calpestata quotidianamente dai ministri, dai sindacati, dai governatori, dai giudici?
Ciascun insegnante dunque si arrangia da sé, si dà gli scopi che gli sembrano giusti o vantaggiosi.
In tal modo, la voce della scuola è scomparsa.

Non riesce più a contrastare l’immensa, multicolore, seducente e indegna «pedagogia dell’egoismo» che i ragazzini apprendono ogni giorno dalla TV e dagli spot, dai ministri e dai regionalismi e dai secessionismi, e anche dalle famiglie.
Da qui nasce tutto.
Anche i boschi che bruciano di incendi dolosi.
Non è che manchi l’onestà.
Manca un motivo solido per essere onesti, un motivo riconosciuto, esaltato dalla comunità, additato ad esempio.
Manca la bussola invisibile nei nostri cuori.
La bussola che fa amare la patria ed anche i suoi boschi.
Gli ecologisti non coltivano la patria, e dunque anche loro sono complici.
Il meccanismo del degrado si può vedere con un altro esempio, che riguarda l’economia d’impresa. Ecco la Fincantieri, grande e gloriosa impresa nazionale, voluta dal fascismo come tesoro di competenze individuali di tecnici e ingegneri.
Ancor oggi, la Fincantieri è la numero uno al mondo per la fabbricazione di grandi navi da crociera e di navi militari.
Dovrebbe essere uno dei centri del nostro orgoglio nazionale.
Inoltre, è un’azienda pubblica.
Ma ora, questo tesoro nazionale è sotto-capitalizzato.
Compete con i colossi globali, ma non ha abbastanza forza finanziaria.
Per le normative europee, lo Stato non può più immettervi capitale (capitale pubblico!, eresia!).
Dunque deve ricorrere al «mercato dei capitali» privati.
In breve, lo Stato vuole mettere in Borsa il 49% del gruppo navale.
Anzi deve, non può fare altrimenti; resta tuttavia padrone al 51%.
Nulla di drammatico, dunque.
Ma la CGIL e la FIOM si oppongono.
Perché?

Per un ideologismo mai nemmeno ben riflettuto, un comunismo residuale, uno statalismo da cani di Pavlov.
E così, condannano alla fine o al nanismo una gloria nazionale, frutto del lavoro di tecnici dedicati, competenti ed onesti che andrebbero decorati e invitati in TV più spesso che le veline.
Abbiamo già perduto una decina di primati, abbiamo rinunciato alla corsa verso il meglio nel nucleare, nella chimica, nell’elettronica (il primo computer da tavolo fu un Olivetti: non rendeva, si buttò via), nell’armamento avanzato.
Ora, l’ostruzionismo sub-ideologico della CGIL - cieco perché privo della bussola nazionale che, nei casi dubbi, indica la via migliore per la patria, il bene della nazione - avvia la Fincantieri, alla lunga, sulla china che ha già percorso Alitalia.
L’ex compagnia di bandiera.
Infatti è finita dov’è finita la bandiera: nel cesso della bancarotta.
Noi, rifiutiamo la bandiera.
Così, nelle tragedie che mai mancano nella storia, noi avanziamo ognuno per sé, indeboliti dal nostro stesso tornaconto, furbi e sempre ridicoli e vergognosamente sconfitti.
Nel perenne 8 settembre di chi non vuol avere bandiera.
Quando mancherà il petrolio, quando sarà la siccità, quando bruciano i boschi, che facciamo? Litighiamo, ci apprestiamo alla guerra civile, ci spacchiamo in fazioni.
E protestiamo per «la lentezza dei soccorsi».
Come in questi giorni.
I bagnanti ce l’hanno con Bertolaso.
Non so se Bertolaso abbia una patria.
Certo, è l’unico direttore generale di ministero che vedo andare in giro non con il completo blu e la cravatta, ma con la maglietta da soccorritore; ci mette la sua faccia, fa il possibile.
Forse è un mito inesistente come Balilla, forse i magistrati ci diranno un giorno che rubava e prendeva tangenti come Mastella: non credo, ma quel giorno lo approverò.

Perchè non dovrebbe, solo lui?
Perché solo a lui gli sputi del pubblico, e agli altri l’autoblù?
Preferisco pensarlo come Balilla: forse mai esistito, ma un buon esempio.

Maurizio Blondet

Tratto da: effedieffe.com



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