signoraggio
www.signoraggio.it


Razzi hezbollah? Non credeteci più
- Maurizio Blondet -
03/08/2006

LIBANO - Hezbollah riesce ancora a lanciare in un solo giorno 200 missili in Israele?
Anzi, a distanze di 70 chilometri mai prima raggiunte?
Scusate, ma non è più possibile crederci.
Attualmente, il territorio da cui opera Hezbollah è soggetto ai feroci rastrellamenti e alle operazioni di «pulizia» armata di una forza d'invasione di 10-20 mila soldati israeliani su mezzi corazzati.
La forza Hezbollah era valutata, all'inizio delle ostilità, sui 2 mila, 5 mila uomini al massimo.
Ora questa forza, sicuramente degradata da tre settimane di bombardamenti di violenza estrema, non può essere che tutta impegnata corpo a corpo nel contrastare un nemico quattro volte superiore in uomini, e con mezzi addirittura schiaccianti per volume di fuoco e novità tecnologiche, dai puntatori al laser ai rilevatori di calore all'infrarosso.
E questo, per di più, in un territorio che è stato «ripulito» con massacri dalla popolazione sciita (un milione di espulsi dalle bombe), ossia prosciugato - stante il detto di Mao - dell'«acqua» in cui i pesci-guerriglieri possono nuotare.
Dunque, i combattenti sono ridotti alle scorte e al munizionamento che hanno preventivamente accumulato, e che sicuramente stanno rapidamente esaurendo.
Lo ha detto lo stesso Olmert: «L'infrastruttura degli Hezbollah è stata interamente distrutta. Più di 700 postazioni-comando Hezbollah sono state spazzate via».
E allora da dove Hezbollah è in grado di lanciare 200 razzi?
Con quali rastrelliere e automezzi, se non ha certamente più la possibilità di spostarli e di celarli?
No, è incredibile.
Quello che ci raccontano è tutto falso, tutta propaganda.


I razzi ovviamente sono veri, cadono qua e là, ammazzano qualche israeliano a caso: se già i bombardamenti terroristici a tappeto sulla Germania non riuscirono a spezzare la volontà della popolazione colpita, questi piccoli e semi-innocui lanci di missili hanno l'effetto (e lo scopo) di indurire la volontà della popolazione israeliana che si sente sotto attacco.
Ancora più evidente lo scopo politico: far apparire che l'aggressore giudaico è sotto aggressione, è utilissimo per rigettare le richieste della comunità internazionale (già deboli e vili) di un'interruzione dell'attacco.
Olmert ha detto anche questo: il cessate il fuoco ci sarà solo quando sarà insediata la forza d'interposizione internazionale.
Ossia fra mesi, se mai avverrà.
Tutti noi, vissuti in 60 anni di pace, manchiamo completamente di comprensione della guerra, delle sue tecniche  e dei suoi trucchi.
Soprattutto di questo tipo di guerra, che si combatte sui media più ancora che coi cannoni, con l'arma della menzogna più che con le bombe.
«Israele combatte per vincere la 'battaglia della percezione'», scrive il New York Times. (1)
E in questo tipo di «guerra della percezione», la sua superiorità è assoluta, grazie alle sue quinte colonne in ogni Paese del mondo.


Di come Israele domina la «percezione» ha dato un'accurata illustrazione Matthias Gebauer dello Spiegel, spiegando il «trattamento» che ricevono i giornalisti esteri inviati in Israele:
«Il telefono suona alle 9 del mattino».
«Buongiorno, qui è l'ufficio stampa del governo», dice una voce femminile: «Che cosa pensa di fare oggi? Ha bisogno di idee? E giù suggerimenti per servizi e articoli: offerte d'interviste, un giro alle case di Haifa colpite dalle kathiusce completo di interviste alle vittime; con la scorta di un esperto che spiega la natura dei razzi, anche in audio se vuole».
O se preferisce il giornalista, «offriamo un'intervista a Naharia coi genitori dei soldati rapiti.
I genitori aspettano in un hotel. Interprete? Non serve, 'parlano un buon inglese, non si preoccupi'» (2).
Notizie offerte sul piatto d'argento.
E naturalmente, nessun giornalista è al seguito delle truppe d'invasione, embedded o no.
Le foto del massacro di Qana sono state strappate da fotoreporter coraggiosissimi (li conosco, so quanto rischiano) in una terra di nessuno sotto il fuoco, quando ancora Israele bombardava dall'alto; oggi controlla il territorio, non c'è più alcun testimone delle loro atrocità.
Per quanto ne sappiamo, può non esserci alcun Hezbollah.
E forse mai esserci stato.


Dunque, bisogna che almeno i nostri pochi lettori aprano in fretta le proprie «porte della percezione».
Ho ascoltato una gentile signora, che telefonava a RAI3, chiedere ingenua: «ma chi pagherà per i danni materiali? Non esiste una qualche norma internazionale che impone: chi rompe paga?». Ecco, questo è l'indizio che tanti, e forse tutti noi, viviamo in un mondo mentale che non esiste più: il mondo dove si rispettano certe norme, dove vigono trattati internazionali, accordi e tavoli di negoziati e dove resiste un qualche spirito umanitario.
Questo mondo è stato volontariamente distrutto dal (falso) attentato dell'11 settembre.
Come ha sempre ripetuto Rumsfeld, come ripetono i neoconservatori ebrei al potere in USA, i trattati internazionali sono stracci di carta, il diritto pubblico non vale nulla.
Siamo entrati in un'epoca nuova: l'era della violenza come «prima ratio».
L'epoca in cui chi ha la forza militare assoluta ne usa senza limiti e senza controllo, «e senza nemmeno ragione».
Un'epoca in cui non c'è bisogno di aver ragione, quando si hanno le armi più potenti.
Abbiamo informazioni credibili sul motivo della nuova invasione: prendere possesso del fiume Litani.
Questa importante riserva d'acqua libanese è invidiata dagli ebrei fin dal 1917, al tempo della dichiarazione Balfour, e fu oggetto di una richiesta di lord Rotschild a Londra.


Ma il motivo della distruzione sistematica delle infrastrutture libanesi può essere meno chiaro. Il motivo, secondo le nostre informazioni, è questo: interessi economici israeliani volevano partecipare alla «ricostruzione del Libano» da loro abbandonato nel 2000, e liberato poco dopo dalla tutela siriana.
Ne sono stati lasciati fuori: ci sono nel mondo migliaia di emigrati libanesi di successo, imprenditori e capitalisti, che hanno partecipato alla rinascita della loro patria; capitali arabi ragguardevoli non aspettavano altro che di far rifiorire questa Svizzera islamica.
Sappiamo per certo che, poniamo, israeliani volevano costruire la centrale del latte di Beirut, e sono stati messi alla porta.
«La pagherete», fu sibilato in quell'occasione.
La gloriosa aviazione sionista ha bombardato anche la Centrale del latte.
La prossima ricostruzione del Libano, se mai ci sarà ancora un Libano, vedrà il dispiegarsi di capitali e profitti giudaici.
Israele, potenza regionale ed economia prospera (grazie a 3 miliardi di dollari annui versati dagli USA, il fiume di soldi della diaspora e a un armamento che non costa nulla a Sion) ha bisogno di un «mercato» attorno a sé.
Il trattato di pace con l'Egitto è stato molto insoddisfacente in questo senso: i due Paesi non sono più in guerra, ma l'interscambio non è decollato.
Ecco che Israele si apre il suo «mercato comune» a suon di bombe; volente o no, il mondo islamico dovrà commerciare con Giuda.



 ...e chi, bombardato, resiste.

Il libero mercato armato; far «fruttare» le armi.
L'imminente attacco alla Siria ha lo stesso scopo, consentire il passaggio dell'oledotto che deve consentire ai giudei di lucrare di più sul mercato del greggio.
La Siria è del resto sotto il dominio delle petrolifere occidentali e specialmente ebraiche (la Occidental): che volete che faccia.
I massacri indecifrabili che continuano in Iraq, addossati a «terroristi islamici» e sicuramente fatti dagli occupanti o dai loro complici (sauditi e Mossad), servono a ridurre il popolo iracheno a una poltiglia sociale senza autonomia, terrorizzata e dipendente.
Lo scopo generale è creare attorno a Israele un'area soggetta economicamente, simile a quella che gli USA hanno creato, con invasioni e aggressioni senza fine, in America Latina.
Bisogna aprire in fretta le porte della percezione.
Capire la nuova realtà.
Lo dico perché ancora un lettore mi scrive: «Una cosa che non mi è chiara è il motivo della reticenza di molti Stati nel prendere una posizione netta contro Israele. L'opinione pubblica italiana, come quella francese o inglese o a maggior ragione spagnola, sono sicuro sanno bene su chi ricada la responsabilità del disastro libanese. Ciò nonostante i politici sono molto cauti.
Mi chiedo: può essere che si tratti solo di prudenza, o magari c'è qualcos'altro sotto, magari delle minacce vere e proprie...?»
Come farlo capire?
Ho scritto libri sul potere ebraico-israeliano in USA (principalmente «Chi comanda in America», a cui rimando) e sul suo modus agendi.


Provo a farmi capire ancora meglio con un esperimento storico.
Immaginate che Hitler avesse la bomba atomica nel 1939.
Immaginate che, per di più, fosse alleato degli Stati Uniti.
Ma la metafora va spinta più in là: immaginate che il Terzo Reich atomico potesse disporre, inoltre, di una influentissima quinta colonna in ogni Paese occidentale.
Direttori di giornali e radio accanitamente filo-germanici, in grado di sovrastare o liquidare ogni voce critica sull'espansionismo tedesco; di strombazzare da tutti i megafoni le «ragioni» del Reich, il suo bisogno di «spazio vitale», di difendersi dai nemici, ed elogiare la sua civiltà e la sua razza superiore.
Immaginate che questa quinta colonna in ogni Paese disponesse di finanzieri importanti, gente che conta,  e che ha l'accesso più ampio ai politici locali, capace di distruggere carriere politiche e giornalistiche o di promuoverle; che agisce segretamente per linee interne, fuori da ogni controllo dell'opinione pubblica; favorita per di più da leggi speciali che vietano ogni «anti-germanesimo» come reato…
Nessuna Gran Bretagna avrebbe dichiarato guerra a un simile Reich al momento dell'invasione della Polonia (già lo fece con molta esitazione, temendo con buoni motivi la potenza tedesca). Nessuno avrebbe mai contestato alle SS dei crimini di guerra.


Ogni nuova aggressione di questo fantastico Reich sarebbe stata salutata come una «necessità difensiva»; molti giornalisti (pagati) e intellettuali di prima grandezza avrebbe addirittura lodato questa potenza espansiva, perché sono ben pochi gli uomini che non siano, dalla manifestazione pura della violenza senza ragione, conquistati, «convinti» persino in buona fede.
La violenza stessa, le armi in sé sono il mezzo più elementare di pressione psichica, devono intimidire e scoraggiare ogni opposizione.
L'uomo è fatto in modo tale, che l'esibizione di una violenza senza limiti, pronta non solo all'uso ma all'abuso, lo induce per di più a questa strana conclusione: i colpevoli sono gli aggrediti.
Perché, deboli come sono, osano reagire?
Non capiscono chi è al comando nel mondo?
E' accaduto in URSS, nel terrore bolscevico. E' accaduto in Francia nel Terrore rivoluzionario.
Lo scopo del terrore è proprio quello di soggiogare, e ci riesce benissimo.
Specie il terrore che non dà ragioni, e che quando gli si chiedono le ragioni dei suoi atti atroci, risponde gettando sulla bilancia la spada: «Vae victis».
Ebbene: questa è la situazione del mondo oggi.
Questa è l'epoca «nuova» in cui siamo entrati, intorpiditi da 60 anni di presunto dominio del diritto internazionale.
Ora vige un potere totale, deciso ad abusare della propria schiacciante superiorità bellica, che disprezza ogni trattato ed ogni trattativa oltrechè ogni spirito di umanità, e per di più ha le armi mediatiche per vincere la «battaglia della percezione».


Perciò, caro lettore, non chiedermi più come mai i politici europei sono «reticenti a prendere una posizione netta contro Israele».
Siamo disarmati, e quella è la seconda potenza atomica mondiale alleata con la prima; che pratica deliberatamente la politica del «cane arrabbiato».
E i nostri politici, che non sono dei coraggiosi, sono terrorizzati, oltrechè intimiditi «per linee interne», dietro le quinte, all'insaputa di noi elettori.
Svegliati, lettore.
E svegliati, cara lettrice che scopri una certa «emotività» nei miei articoli su Israele.
Qui non c'è nessuna emotività, ma un tentativo di svegliarvi alla realtà della nuova epoca, e di mantenere vivo lo sdegno per l'atrocità in corso: sapendo benissimo che la maggior parte degli uomini si abitua all'atrocità; basta ripeterla a lungo, e diventa la nuova «legalità».
Quando il KGB infornava decine di milioni di poveri esseri nei lager, e ne sterminava centinaia di migliaia col un colpo alla nuca, era diventato «normale» in Russia.
La gente si adattava: voleva sopravvivere e, come ci ha raccontato Solgenitsyn, era disposta a collaborare, a denunciare il vicino, a ripetere convinta le menzogne evidenti del regime terrorista,
a tutte le bassezze inimmaginabili.
Emotività?
Può darsi che il tono sembri stridulo.
E' il guaio di quando con la propria sola voce personale e flebile si cerca di sovrastare il coro potente della menzogna mediatica totale e globale.


Chi me lo fa fare a gridare?
Una frase di Solgenitsyn.
La sua decisione  di «vivere senza menzogna» di fronte al terrore.
Perché non c'è forza umana che possa bloccare oggi il Quarto Reich, tranne quella che distrusse alla fine il bolscevismo: la verità.
Questo teme il Quarto Reich; la forza spirituale di testimoniare è la sola cosa possibile, la sola degna di uomini ancora liberi, e anche quella che dobbiamo ai bambini massacrati e decapitati in Libano (3).
Alla forza spirituale necessaria allude un altro caro lettore, R.B., che è anche un profondo donatore di notizie e di riflessioni.
Egli spera nella forza, soprattutto forza d'animo, della Russia.
E cita il caso della Jugoslavia, quando Milosevic capitolò dopo che Mosca gli fece sapere che non l'avrebbe appoggiato.
«Quella fu la Monaco della Russia: spero e credo che la classe dirigente attorno a Putin abbia meditato a fondo sulle conseguenze di un nuovo cedimento, per esempio di fronte all'attacco alla Siria o all'Iran».
Continua R.B: «Se la Russia dice un fermo no, accettandone tutte le possibili conseguenze, il progetto neoconservatore fallisce, e gli USA entrano in una crisi forse non reversibile, perché incontrano un avversario che esprime una forza materiale paragonabile, e una forza spirituale superiore (i popoli, le culture, le religioni sono una realtà, l'impero globalizzatore è una invenzione ideologica).
Ti dirò poi che a parer mio, un peso non lieve sulla decisione russa lo avrà la posizione della Chiesa. Il Papa dice poco o niente, ma sinora almeno non cede…».


Qui, soprattutto qui, sono completamente d'accordo.
Il Papa sarà decisivo in questa guerra spirituale.
Il Papa non è una potenza militare, la sua unica forza sta nella verità.
La dica, costi quel che costi.
La dica tutta, non a metà.
Solo così può orientare alla riscossa contro il Terrore, e secondo RB persino richiamare la Russia al suo vero destino spirituale, alla rinascita cristiana di cui ha bisogno.
Ma non la dica a metà.
Fidando in Cristo crocifisso, sua unica forza spirituale (4).
Perché la Monaco di una Chiesa piegata alla mezza-menzogna sarebbe definitiva.
Il sale diventato insipido.
E per ora, parlano «voci della verità» come quella di Jacques Attali sul Corriere.
L'ebreo Attali era noto come utopista ridicolo e «riformatore sociale» radical-chic, ha delineato una nuova società «di amori plurimi», allegramente pansessualista e bisessuale.
Ma è stato ministro, un elemento potente della lobby in Francia.
Oggi riprende i panni reali, quelli della quinta colonna.
Ci parla così dei falsi missili Hezbollah: «Un giorno quei missili che oggi prendono di mira Haifa e Tel Aviv (sic) saranno puntati sul Cairo, Riad, Istanbul, Tunisi, Algeri, Casablanca prima di esserlo su Roma, Madrid, Londra e Parigi. L'ora della verità si avvicina. Occorre scegliere il proprio campo».
Pezzo da novanta nella guerra della percezione, Attali non solo mente, ma minaccia.
C'è un solo Paese che ha i missili a lunga gittata necessari, e che li ha puntati su Roma, Madrid, Londra e Parigi.
E quel solo Paese non si farà scrupolo di usarli, ora ne abbiamo la prova.
Aspettiamoci attentati che ci faranno «scegliere il campo» voluto da Attali.
Ma rispondiamo con la verità, se possibile dal più alto pulpito.

Maurizio Blondet

Note
1) Steven Erlanger, «Israel fights to win the 'battle of perception'»New York Times, 2 agosto 2006.
2) Matthias Gebauer, «New on a platter», Counterpunch, 2 agosto 2006.
3) L'Apocalisse evoca in questo senso le misteriose figura dei «due testimoni», i soli ad opporsi alla bestia che sale dall'abisso (capitolo11) sono testimoni armati di verità, e la Bestia li uccide, i loro cadaveri sono esposti per «tre giorni e mezzo» nella piazza della città «dove il Signore fu crocefisso». Ma saranno risuscitati. E' la verità che non può essere uccisa.
4) E basta con la preoccupazione per la proprietà e le case nei luoghi santi, che Israele comunque ci sottrarrà. Che c'importano le pietre? Il Santo Sepolcro è vuoto, Cristo è risorto. E' Lui il nostro Tempio, ed è con noi ogni giorno fino alla fine dei tempi. Nessuna santa pietra vale un bambino morto in Libano. E la nostra Pietra, la sola che conti per noi, è Pietro.

Tratto da: www.effedieffe.com




Questa č una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.

WOP!WEB Servizi per siti web... GRATIS!