MOSCA - L’accordo ENI-Gazprom lo stava facendo
Berlusconi: misteriosi bastoni tra le ruote, nel consiglio
d’amministrazione dell’ente, l’hanno
liquidato, o meglio ritardato fino alle elezioni e al cambio di regime
a Roma.
Ora si capisce perché: l’accordo lo
doveva fare Prodi.
Perché è un buon accordo, bilaterale,
da Stato a Stato e non abbandonato al «libero
mercato», secondo la tradizionale politica italiana - alla
Mattei, da quel che si può capire.
«Le nostre relazioni nel campo
dell’energia non sono più quelle tra venditore e
cliente», ha detto Prodi all’uscita dal Cremlino:
«ora si tratta della presenza italiana sul mercato russo e
della presenza russa sul mercato italiano».
Dal canto suo, Putin ha annunciato che Mosca
osserverà l’Energy Charter (vedi sotto)
«nei riguardi dell’Italia» (sottinteso:
esclusi gli altri) senza nemmeno che il parlamento russo lo approvi.
La cosa ha stupito non poco Andrey Kolesnikov, il
giornalista di Kommersant esperto del settore, che da settimane aveva
sentito Putin e i suoi scagliarsi contro l’Energy Charter
come «un documento che discrimina la Russia» e
«in contrasto con il concetto russo di sicurezza
energetica».
E la cosa si spiega: stipulato nel ‘91 e firmato a
Lisbona nel ‘94, ossia negli anni di Eltsin e del saccheggio
occidentale delle risorse russe (sotto il nome di
«privatizzazioni e liberalizzazioni»),
l’Energy Charter è il trattato che la Casa Bianca
e i suoi maggiordomi europei (Barroso e Solana fra i primi) usano per
criticare la mancata privatizzazione della Gazprom, il mancato accesso
occidentale agli oleodotti russi, e in generale il fatto che Putin usi
gas e greggio non come una merce, ma come un’arma strategica.
Inoltre, viene usato per rafforzare l’Ucraina
ostile - e Paese di transito - di fronte alla Russia. Sicchè
Putin non l’ha ratificato fino ad oggi.
Né adesso Putin ha cambiato politica, anzi:
proclamando che osserva l’Energy Charter, ma solo verso chi
pare a lui, conferma in pieno l’uso politico
dell’energia.
Prodi ha aperto a Gazprom il mercato italiano della
distribuzione (il cosiddetto downstream), cosa che gli eurocrati non
volevano concedere non essendo Gazprom una ditta privata; in cambio,
Putin dà all’ENI l’accesso allo sviluppo
dei campi di gas in Russia, dai quali ha tenuto fuori le
«sorelle» anglo-americane.
Una lezione per tutti gli altri aspiranti.
Infatti Putin ha sottolineato che la stessa cooperazione
è possibile con qualunque altro Paese «che ci
venga incontro e tratti su basi paritarie».
Ed ha poi ripetuto: «siamo pronti ad osservarlo
[il Charter] ma non per chiunque, solo per chi ci considera partner
uguali».
Per ora solo l’ENI e la tedesca BASF hanno aperto
i rispettivi mercati interni a Gazprom.
Prodi non si è fermato a questo.
Ha fatto un grosso regalo politico a Putin con una semplice
frase: «Ci preoccupa che l’Ucraina non pompi il gas
russo nei suoi serbatoi sotterranei; vorremmo evitare i rischi corsi
l’inverno scorso; faremo il possibile perché i
serbatoi siano riempiti e possiamo affrontare il prossimo inverno con
calma».
Come si ricorderà, nel gelido gennaio scorso
Gazprom chiuse i rubinetti all’Ucraina che non solo pagava il
gas russo molto al disotto dei prezzi di mercato, ma lo rubava a man
bassa, non facendone transitare abbastanza ai clienti europei
occidentali.
Di questo incidente, gli eurocrati e Washington hanno dato
sempre la colpa a Mosca (anche se a rubare era Kiew); ora dunque Prodi
è parso rimproverare all’Ucraina di non
costituirsi riserve per l’inverno, con la chiara intenzione
di continuare a spillare dai gasdotti, venuto il freddo, il gas
destinato da Mosca all’Europa occidentale.
Inoltre, Prodi e Putin sono apparsi molto vicini sulla
questione del nucleare iraniano.
«Per l’Italia, l’Iran
è un partner commerciale primario», ha detto il
nostro.
E Putin: «terremo presente la posizione italiana
nel corso dei negoziati» con l’Iran, che la Russia
sta conducendo con cinque membri (ma non l’Italia) della UE.
Questo atteggiamento non solo contrasta coi diktat di
Washington («isolare la Russia»,
«bombardare l’Iran»), ma contraddice nei
fatti la proclamata intenzione prodiana di «ridare vita al
progetto europeo», visto che l’accordo è
di tipo bilaterale e scavalca Bruxelles.
E’ tuttavia un accordo realistico, che segue
quello tedesco, basato sulla constatazione che l’Europa
dipende da Gazprom per un quarto delle sue forniture energetiche e ne
dipenderà sempre più.
Non basta.
Putin ha consentito a Finmeccanica di acquisire il 25 % con
la Sukhoi Civil Aircraft: ciò in aperta contravvenzione con
le norme, volute dallo stesso Putin, che limitano la partecipazione di
capitale straniero nell’industria aeronautica russa,
giustamente considerata strategica.
Le due imprese dovrebbero costruire insieme un aereo civile
a medio raggio, detto Russia Regional Jet, inteso a sostituire il
Tu-134 per il 2008.
Il contratto vale 1,5 miliardi di dollari; nella cifra va
compreso lo sviluppo del nuovo motore aereo SaM 146, che è
russo-francese.
Sarà la Alenia, sussidiaria di Finmeccanica, ad
acquisire la quota del 25% della Sukhoi Civil Aircraft dalla
«holding» Sukhoi, che è al 96% azienda
di Stato.
Maurizio Blondet
Tratto da: www.effedieffe.com
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