Siamo in grado di offrire ai lettori, in esclusiva, una previsione
certa e in grande anticipo: l’ideologia del privatismo ha i
mesi contati.
Presto, l'idea che «la mano invisibile del mercato»
cura tutte le inefficienze pubbliche sarà sottoposta a
critica spietata.
Ciò che viene chiamato a torto o a ragione
«tatcherismo» finirà ridicolizzato.
Ancora un poco, e lo slogan «meno Stato
più mercato» parrà a tutti un errore,
anzi una scemenza sorpassata, impronunciabile nei salotti che contano.
No, nessuna sfera di cristallo.
Il fatto è che la critica del privatismo è
cominciata in America: e dunque arriverà anche da noi,
s’intende con il consueto ritardo culturale.
In USA, la causa è il rapporto dell’Iraq Study
Group (ISG) di James Baker.
Per quanto debole, eufemistico e gonfio di ovvietà, il
rapporto sta producendo un enorme effetto liberatorio.
Si sente un sospiro di sollievo nell’intera grande nazione.
Finalmente, gli editorialisti di grido scoprono che «si
possono dire» certe verità, che fino a ieri erano
confinate negli ufficialmente disprezzati blog marginali:
sì, stiamo perdendo la guerra in Iraq. Sì,
è stata condotta con criminale incompetenza.
Sì, Bush e i suoi neocon ci hanno portato al disastro e alla
vergogna…
Erano cose che tutti capivano anche prima.
Ma che non potevano dire, senza temere che il vicino ti
denunciasse all’FBI per disfattismo e sabotaggio, e senza
essere attaccati come anti-patriottici, gente che «non
sostiene i nostri soldati», amici di Osama.
Oggi, si può per i fatto che a dirlo è stato
l’Establishment, ossia i membri dell’ISG, tutti
vecchie volpi del potere costituito: hanno reso ammissibile nel
discorso pubblico ciò che prima ne era censurato, espulso ai
margini sospetti dei complottisti e degli estremisti.
Una triste smentita della favola di Andersen: oggi, per accettare la
verità evidente, all’opinione pubblica democratica
non basta che sia un bambino a esclamare «il re è
nudo»; occorre che lo dica chi ha il potere, i consiglieri
del re.
Triste e pericolosa situazione.
Fatto sta che, ora, ci sono persino columnist che hanno il
coraggio di dire: aveva ragione la Francia, aveva ragione Chirac, aveva
ragione la vecchia Europa, che non ci ha seguito nella disastrosa
avventura.
Altri hanno fatto l’elenco dei (non molti) politici del
Congresso che hanno votato contro la guerra, prevedendone gli esiti con
precisione.
Paul Krugman, del New York Times, va oltre: attacca «il
carattere distintivo dell’amministrazione» Bush,
«l’appalto delle funzioni alle ditte private. La
privatizzazione», dice Krugman, «è la
causa dei fallimenti del governo su tutti i fronti». (1)
Gli esempi non mancano, naturalmente.
La Halliburton s’è accaparrata grossi contratti di
fornitura dell’esercito, dalla gestione delle mense alla
logistica, e per la ricostruzione.
In Afghanistan, l’addestramento della polizia è
stato appaltato alla DynCorp, una ditta di mercenari a noleggio: e dopo
aver speso 1,1 miliardi di dollari l’Afghanistan
collaborazionista non ha ancora una polizia degna di questo nome.
Meno noti i risultati dei subappalti all’interno degli USA.
La protezione civile americana, la FEMA (Federal Emergency Management
Agency) ha affidato ad una ditta privata, la Landstar Express America,
la funzione di evacuare la gente da aree disastrate.
Quando è arrivato l’uragano Katrina, la ditta non
sapeva nemmeno dove trovare gli automezzi (non li aveva in proprio); li
ha cercati freneticamente… esplorando i siti web di altre
ditte private, mentre a New Orleans la gente finiva
sott’acqua.
La Guardia Costiera, dovendo rammodernare la sua flotta (un affare di
17 miliardi di dollari), anziché fare da sé con
le sue competenze interne, ha affidato il progetto alla Lockheed Martin
e alla Northrop Grumman, due fra le massime imprese private del settore
militare.
Ora, la Guardia Costiera ha navi che non tengono il mare e le sono
costate un occhio.
«L’ente statale ha ignorato ripetute segnalazioni
dai suoi ingegneri interni che le nuove navi erano mal progettate e
forse insicure».
Ma Krugman non si limita ad elencare i casi pietosi.
Attacca direttamente l’ideologia liberista (e le sue falle)
che ha indotto il governo Bush a quelle disastrose privatizzazioni per
appalto.
«C’è evidentemente un errore
fondamentale nell’ideologia anti-statalista adottata dal
movimento conservatore americano. I conservatori guardano alle
virtù della concorrenza e del mercato, e saltano alla
conclusione che la proprietà privata sia, in sé,
un elisir magico.
Ma non c’è alcuna ragione di credere che una ditta
privata incaricata di svolgere un servizio pubblico lo faccia meglio
degli addetti alle dipendenze dello Stato».
Parole inaudite, in America.
Ma piene di ovvio buon senso.
Una ditta privata, appena si è aggiudicata una funzione
pubblica, la esercita in regime di monopolio. Perde perciò
ogni incentivo che sul libero mercato porta la concorrenza a lavorare
con più efficienza e meno spesa.
E come ha fatto nella storia ogni monopolio privato, essendo il suo
scopo massimizzare il profitto privato, limerà la
qualità (i costi) del servizio, offrendo servizi scarsi e
cattivi.
Accade, come sappiamo, anche in Italia.
Dove società pubbliche sono state privatizzate in modo
fittizio, diventando SpA in cui però il maggior azionista
è il Tesoro (o altro ente pubblico), e dunque a coprire le
perdite sarà ancora il contribuente; ditte pseudo-
«private» che non possono fallire, e che servono
solo a imbucare, in inutili consigli d’amministrazione
imitati dalle vere aziende di mercato, complici e politici trombati dei
partiti al potere, ma strapagati.
In USA, le compagnie private che si sono aggiudicate i più
grassi appalti pubblici e hanno commesso disastri, sono quelle che
hanno versato i più generosi contributi al partito
repubblicano.
Ora che al Congresso la maggioranza è ai democratici,
è facile che si aprano inchieste e incriminazioni per questi
sprechi e corruzioni.
E non solo sprechi: la privatizzazione della guerra, fortemente voluta
da Rumsfeld, ha portato alla sconfitta irachena.
L'irritazione della classe media, i cui salari sono calati mentre i
grandi manager incassavano stipendi da miliardi, si aggiunge alla nuova
temperie: la nuova maggioranza democratica è all'ascolto di
questa rabbia crescente, di stampo «populista», e
certo metterà in discussione più di un dogma del
liberismo selvaggio, a cominciare dalla globalizzazione fino, forse,
alla finanza senza regole.
Si prenderanno misure protezioniste.
E’ possibile che la funzione pubblica e la sua insostituibile
utilità venga ripensata da capo - perché
l’America, quando vuole, sa ripensare «out of the
box», fuori dai sentieri conformistici.
Krugman ne dà il chiaro segnale:
«Perché la presunzione che il settore privato non
sbaglia mai, e il settore pubblico non può fare nulla di
buono, ci impedisce di risolvere alcuni dei più gravi
problemi americani, in particolare il nostro sistema sanitario
malato».
Anche queste parole erano, fino ad ieri, eresie impronunciabili in USA.
Il fatto stesso che siano scritte sul New York Times indica che il
cambiamento sul pensiero economico è già in atto.
Ecco perché posso prevedere che presto anche in Europa, e in
Italia, si riscopriranno i benefici dello
«statalismo».
Come l’ideologia iperliberista di Friedman è nata
in USA ed è stata immediatamente adottata senza esame alcuno
da tutti i potenti e i politici (compresi gli ex-marxisti, che hanno
fatto finta di non esserlo mai stati), così anche la nuova
moda sarà accettata senza esitazione né analisi,
ossia senza pensiero.
Tutti diranno di non aver mai creduto alle privatizzazioni.
Magari anche Draghi, Prodi, Ciampi e Padoa Schioppa, che hanno svenduto
il patrimonio pubblico italiano e i gioielli dell’IRI da
allievi secchioni del liberismo, subalterni obbedienti ai finanzieri
anglosassoni venuti qui, anni fa, sul panfilo Britannia.
Anzi qualcuno farà bene ad avvertire proprio Padoa Schioppa,
che ha minacciato di fare ulteriori privatizzazioni (vuol svendere
Finmeccanica, uno degli ultimi gioielli) a chissà quale
complice straniero.
Perché proprio lui, che non ha mai avuto un’idea
sua nella sua testa spettrale e da trent’anni ha applicato
pedissequamente il «Washington Consensus» (ossia le
ricette liberiste del Fondo Monetario e del WTO), è il
più soggetto al ritardo culturale: sarà uno degli
ultimi ad accorgersi che la parola d’ordine è
cambiata.
E questo è il cuore del problema: la nuova ideologia
sarà accolta con il solito ritardo da noi - ed è
un ritardo culturale e intellettuale - non perché in Europa
manchino intelletti, ma semplicemente perché al potere ci
sono dei subalterni.
Che hanno fatto carriera proprio in quanto subalterni, idioti
ammaestrati.
E gli intelletti, che esistono, sono ridotti al rango spregiato di
Cassandre.
Non ci vuole nemmeno un intelletto superiore, fra l’altro.
Nel 2003, all’inizio della guerra in Iraq, il sottoscritto
scrisse sotto pseudonimo, per un giornale che non nomino, una
previsione che il giornale per cui lavoravo non accettò,
come eccessiva e assurda. Titolo dell'articolo:
«Perché l’America
perderà».
Una previsione azzeccata.
L’ho riletto di recente, e non vi ho trovato nulla di
sbagliato.
Ma non mi attribuisco doti paranormali.
Semplicemente, elencavo i dati - ormai noti -
sull’inefficienza dell’esercito americano,
sull’insufficienza delle truppe occupanti e sulla loro
logistica costosissima e pesantissima, sui guasti prevedibili che
avrebbe prodotto la scelta di Rumsfeld di appaltare a mercenari e a
privati la sola funzione pubblica (con la giustizia) per
principio non privatizzabile, ossia la guerra; non mancavano
valutazioni sulla difficoltà proibitiva del teatro afghano,
e sulla composizione etnica irachena.
Non erano idee nate nel mio intimo, ma dati e informazioni forniti da
analisti e centri di ricerca francesi e americani.
Ma in quel momento, non c’era un solo giornalista di grido
né un giornale importante, né una TV nazionale,
che non dicesse il contrario.
Tutti a ripetere le menzogne dei neocon, le parole d’ordine
egemoni in quel momento in USA; a dire che Saddam aveva
l’atomica, che era in combutta con al Qaeda, che gli iracheni
avrebbero accolto gli americani a braccia aperte.
E nei momenti liberi dalla ripetizione delle parole d’ordine,
questi maitres à penser si dedicavano ad insultare quei
poveretti senza potere che, come il sottoscritto, obiettavano e
prevedevano il disastro: complottisti, filo-terroristi, e antisemiti
(un’accusa che va sempre bene).
Ora non c’è rimasto che Ferrara e qualche altro
ritardato a tenere quelle posizioni; ma nel 2003 erano assolutamente
dominanti.
Molti dei coristi saranno stati poco informati, come spesso succede ai
giornalisti in carriera: il carrierismo è
un’attività a tempo pieno, che ne lascia
pochissimo per l’informazione e la riflessione. Troppo tempo
al telefonino, poco per cercare le notizie (non le dà
già l’ANSA?).
Ma non può essere stato così per tutti.
Le notizie cui attingevo io erano aperte e a disposizione.
L’intelligenza dei coristi non sarà eccezionale,
ma almeno è media.
E allora?
Ciò che produce il nostro ritardo culturale non è
la mancanza di intelletto, ma una mancanza di carattere: che si chiama
viltà.
Non si è incapaci di scoprire la verità, ma non
la si vuole dire se l’aria che tira non la rende conveniente.
Non si ha il coraggio.
Il conformismo nasce da questo: meglio andare sul sicuro, non farsi
criticare, non urtare chi ha il potere reale, non diventare Cassandre,
perché ciò nuoce alla carriera.
Mai pensare «out of the box».
Aspettiamo che lo facciano gli americani, e poi ci uniamo al loro coro.
Così non si è all’avanguardia
intellettuale, ma non si rischia.
La scelta del conformismo (che è la palla al piede
dell’Occidente, persino nella scienza, nell’arte e
nella filosofia) è, anzitutto, una scelta morale, o
immorale. (2)
Fra poco, vedrete, accadrà.
Celebri editorialisti strapagati diranno - col dovuto prudente ritardo
- le cose che ho scritto io qui, che ha scritto Krugman sul New York
Times.
Liberisti noi? Mai stati.
Quelli che ci tenevano lezioni di liberismo e di mercato dal Corriere e
da 24 Ore, dai TG e dalla Bocconi (3) (fate voi i nomi) ci terranno
lezioni di «statalismo», pensosamente rivaluteranno
la funzione pubblica, criticheranno la globalizzazione...
Senza mai riconoscere che qualcuno aveva visto giusto prima.
Quelli? Cassandre, Cassandre di malaugurio.
Marginali: tant’è vero che non fanno carriera.
E un po’ antisemiti, non fa mai male.
Maurizio Blondet
Note
1) Paul Krugman, «Outsourcer in chief», Herald
Tribune, 12 dicembre 2006. Si veda anche, di Krugman, «They
told you so», New York Times, 8 dicembre 2006.
2) Mai l’esistenza di una stampa libera è stata
d’ostacolo all’avvento di dittature, o ha impedito
i deliri più rovinosi del potere costituito. La stampa della
repubblica di Weimar era liberissima (divorzio, aborto, eccetera erano
le sue battaglie). Quella americana sotto Bush, pure. Ma il
mantenimento della libertà richiede, alla fine, coraggio,
magari anche solo il coraggio di sfidare il ridicolo o le mail di
insulti. Invece, questi giornalisti, tutti volonterosi carnefici del
totalitarismo del momento, gridano «il re è
nudo» quando lo dice, ormai, James Baker.
3) La Bocconi, ha recentemente invitato a tenere una lezione per i suoi
aspiranti manager a Briatore. Lezioni di che: di risse nelle
discoteche? Di coca? Di Santanchè? Questo per dire a che
cosa è ridotta la più prestigiosa
università privata italiota. (Forse lezioni di italiano;
Briatore, in televisione, ha recentemente detto: «Berlusconi
è un uomo che ho imparato molto»; nota
dell’editore).
Tratto da: effedieffe.com
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