Aumentano le voci allarmate sugli effetti della
globalizzazione dominata dal profitto finanziario: e aumentano fra gli
stessi fautori teorici della globalizzazione, i credenti ortodossi.
Alan Blinder, ex vicepresidente della Federal Reserve,
collaboratore fisso del Council on Foreign Relations, è
ovviamente uno di questi.
Ma è stato colto da dubbi che (come nota il
Financial Times, custode dell’ortodossia) lo avvicinano alla
«apostasia».
Blinder ha scritto una colonnina sul Washington Post il cui
titolo è eloquente della sua turbata fede: «Il
libero commercio è bellissimo, ma le delocalizzazioni dei
posti di lavoro mi spaventano».
Il commercio mondiale non è solo di merci; anche
i servizi vengono venduti e comprati oltre ogni confine.
Ora, la maggior parte dell’economia USA, da tempo
de-industrializzata, consiste in servizi, e in lavoratori impiegati di
servizi.
Presto, in pochi decenni, questi posti di lavoro finiranno
nei Paesi a basso costo salariale.
Blinder calcola che saranno 40 milioni gli americani che
vedranno emigrare i loro lavori in Cina e in India.
Blinder ripete il dogma con fede raddoppiata: «Il
libero commercio globale è complessivamente
benefico» per tutti.
Ma, aggiunge, «questa forza non appare
così benigna dal punto di vista di un contabile o un
programmatore di computer americano».
Lo strappo di un così importante credente pare
tanto grave, che il Financial Times ha pensato bene di incaricare Clive
Crook, uno dei suoi editor, di sbugiardare l’apostata. (1)
Come un teologo scolastico, Croock comincia col rilevare la
falla nel sillogismo di Blinder.
1) Blinder dice che il libero commercio mondiale
è un bene assoluto, perché mentre distrugge
lavori, ne crea anche, elevando il livello generale di benessere (la
premessa è il dogma centrale del liberismo).
2) Le delocalizzazioni (dice Crook) «Sono
semplicemente un’altra forma di commercio».
3) Ergo, le delocalizzazioni sono buone. La paura di Blinder
è dimostrata falsa.
Blinder teme che la perdita di lavori nei servizi in USA e
il loro trasferimento all’estero sarà
particolarmente «grande, lunga e dolorosa».
Croock gli ribatte: se gli effetti del commercio sono
vantaggiosi (il dogma centrale, indubitabile),
«più grandi sono gli effetti, meglio
è».
Se sono di lunga durata ancora meglio: lo stress sociale
derivante dalla perdita massiccia di posti di lavoro in USA,
sarà spalmato su molti anni.
Per questo motivo, «non sarà per niente
dolorosa».
Blinder è smentito un’altra volta.
La teoria ha trionfato.
Crook, si noti, non contesta che l’America
perderà 40 milioni di posti di lavoro.
E nemmeno che questo sarà un dramma per
«contabili e programmatori americani».
Non lo nega, anzi dice: «Questo è
vero».
Ma subito aggiunge: «Quanto apparve benigno il
liberismo globale agli operai industriali di vent’anni fa?
Forse i contabili hanno un maggior diritto alle nostre simpatie che gli
operai metallurgici?».
La risposta è ovviamente negativa.
Esseri umani che restano disoccupati non hanno alcun titolo
alla simpatia dei custodi del profitto finanziario, siano siderurgici o
programmatori.
Voglio sottolineare: non è solo che la finanza,
la sola che nella globalizzazione guadagna, non conosca
pietà né umanità.
E’ che Crook si comporta esattamente come il
custode di una ideologia totalitaria.
In URSS, per molti decenni, il primo ideologo del
PCUS - si chiamava Suslov - ebbe il potere di giudicare se le azioni
dei membri del Partito avessero aderito alla infallibile teoria
marxista-leninista, e poteva condannare quelli che se ne discostavano
come «deviazionisti».
Perciò Suslov era temuto persino
dall’alta nomenklatura.
Ma questo suo potere sui membri non era il suo compito
principale: Suslov aveva soprattutto il compito di sorvegliare che la
realtà obbedisse alla teoria.
E se la realtà della società sovietica
deperiva, soffriva e soffocava, tanto peggio per la
realtà: essa non ha il potere di smentire la
teoria infallibile.
Crook, sul Financial Times, ha esattamente lo stesso
atteggiamento.
La stessa spietatezza impersonale di Suslov, applicata
all’ideologia globalista.
Non è il solo.
Su Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign
Relations (ossia il «Vaticano» del dogma
globalista), appare un articolo di Benn Steil, direttore di
«economia internazionale» allo stesso CFR e autore
di un saggio intitolato «Financial statecraft», il
quale invoca «la fine delle monete nazionali». (2)
Più precisamente: Steil riconosce che la libera
circolazione globale dei flussi finanziari ha creato una
«instabilità planetaria, disastrose crisi
finanziarie che hanno provocato grandi sofferenze e anche
violenza», insomma che la realtà concreta
è sconvolta dei benefici del libero commercio.
Ma ciò che gli preme non è questo:
è invece contrastare le «tentazioni di
nazionalismo monetario» che, a causa di queste crisi e
sofferenze, emergono nei governanti e anche in certi economisti eretici
(fra cui il premio Nobel Stigliz).
A Steil, come ad ogni ideologo, non interessa salvare la
realtà, ma la teoria.
Ciò che propone è una dose
più forte di globalismo: l’adozione di una sola
moneta mondiale.
A-nazionale, ossia gestita dalle anonime reti finanziarie
trans-nazionali.
E soprattutto senza valore intrinseco, «nata dal
nulla» (fiat money).
Perché Steil riconosce che una sorta di
globalizzazione finanziaria ci fu all’inizio del
‘900: ogni moneta nazionale essendo rapportata
all’oro, gli scambi avvenivano nella moneta universale aurea
o in banconote che rappresentavano una determinata quantità
d’oro.
Ma, obietta Steil, accumulare oro nelle Banche Centrali
significa «sprecare risorse di valore»; meglio che
l’oro resti una merce, anch’essa soggetta a scambio.
Ma soprattutto «il ritorno al tallone aureo
è fuori discussione» per il seguente motivo:
«Nel diciannovesimo secolo, gli Stati spendevano meno del 10%
del reddito nazionale di un anno. Oggi, spendono il 50% o
più ogni anno, e quindi non subordineranno mai la spesa
pubblica alle condizioni severe richieste da un sistema monetario
basato su una merce» (l’oro).
L’oro infatti è in quantità
limitata, e limita la follia della spesa pubblica.
I governanti spendono quanto vogliono perché il
denaro che spendono ha natura di cambiale, di promessa di pagamento da
parte di insolventi, di debito.
E’ la moneta-debito che scatena la spesa pubblica
che noi tutti subiamo.
Interessante ammissione, che vale ancor più per
la finanza privata: la sua abnorme proliferazione è tutta
basata sull’emissione infinita di crediti, di crediti
frazionali, di moneta creata dal nulla e senza valore intrinseco.
Il testo è denso di altre interessanti
rivelazioni o ammissioni.
Steil dice che gli USA dovrebbero, se
«illuminati», rendere più facile e meno
costoso per tanti Paesi adottare il dollaro come loro moneta,
«riducendo i profitti da signoraggio che gli USA guadagnano
quando la gente detiene più dollari».
E definisce il signoraggio così: «Per
ottenere dollari, i Paesi in via di dollarizzazione consegnano alla
Federal Reserve attivi fruttiferi, come i Buoni del Tesoro, su cui
altrimenti gli Stati Uniti dovrebbero pagare gli interessi».
Ma ciò che preme a Steil è dimostrare
che gli Stati non devono avere nessun potere di controllo sui cambi e
sulla fuga di capitali; lascino al mercato questa cura.
In altre parole, ciò che propone e impone
è la privatizzazione totale della moneta, o di quel che ne
fa le veci nel mondo d’oggi.
Un passo graduale sarebbe che i Paesi più deboli
adottassero il dollaro o l’euro, rinunciando alle loro
divise: perché i disastri non sono causati
dall’ideologia liberista calata a forza sul reale, ma da
«150 monete nazionali create dal nulla che
fluttuano».
Dunque è colpa della realtà, non del
dogma.
Ma questo passo sarebbe solo l’inizio: il completo
successo della globalizzazione richiede una moneta unica mondiale,
sottratta alla sovranità pubblica e senza valore.
Steil cita Simmels: «Una moneta senza valore
intrinseco è il mezzo migliore di scambio in un ordine
sociale ideale».
Appunto: l’ordine sociale ideale non
c’è.
Ci sono guerre, sfruttamenti, disoccupazione,
delocalizzazioni catastrofiche, spietati impoverimenti.
Ma per Steil, «l’ordine
ideale» è quello definito dalla ideologia.
Bisogna adattare a forza la realtà
all’ideale teorico, quello dove la finanza presta una
ricchezza che ha fatto dall’aria e ne lucra gli interessi ai
lavoratori.
Perché viene ovviamente taciuto che è
il lavoro umano la vera ricchezza, e che la moneta fatta dal nulla
«comanda sul lavoro», e dunque tutta la finanza
consiste nel derubare della mercede gli operai.
Questo ideale vede oggi il più completo e
incontrastato successo negli Stati Uniti.
Risultato è che 37 milioni di americani, uno su
otto, vivono sotto la soglia di povertà, fissata a 19.971
dollari l’anno.
Credete che sia un male?
Al contrario, scrive Business Week: i poveri sono ormai
così numerosi, che costituiscono un mercato interessante per
la finanza usuraria.
Rosannie Tsosie, per esempio: 28 anni, madre nubile con
quattro figli, origine navajo.
Ha trovato un lavoro come badante: compensato con 15 mila
dollari annui.
Ma ha anche bisogno di un’auto per andare dal suo
sobborgo miserabile di Albuquerque, conosciuto come «War
Zone», ai quartieri alti dove abita la sua vecchia da curare.
Come fare?
Fino a ieri, nessuno avrebbe venduto a credito
un’auto a una come Rosanne.
Ma oggi sono nate come funghi aziende che fanno proprio
questo.
Rosie s’è rivolta alla «J.D.
Byrider System Inc», una finanziaria con annesso salone: ne
è uscita con una Saturn del 1999 con centomila chilometri
sul gobbo.
Prezzo, 7.992 dollari.
Pagabili in comode rate di 150 dollari: al mese, credeva
Rosanne, ma aveva capito male: 150 dollari ogni due settimane.
Il «finanziamento» concessole dalla
Bryde, ha capito poi, le richiedeva il pagamento di interessi pari al
24,9%.
Dopo poco, Rosanne non ha potuto pagare, ha dovuto
restituire l’auto su cui aveva già versato 900
dollari.
La metà della auto in vendita nel salone della
Byrider ha questa storia: già acquistate a credito,
restituite dai poveri insolventi, e rimesse in vendita dalla ditta.
Tutto un nuovo profitto, all’infinito.
La Federal Reserve riconosce che più si
è poveri in America, più sono alti gli interessi
da pagare. Nel 1989 chi guadagnava meno di 30 mila dollari
l’anno, se chiedeva un prestito, pagava il 16,8% in
più di chi guadagnava 90 mila dolari.
Nel 2004, la differenza tra gli interessi del povero e
quello del ricco è salita al 56%.
Lo stesso avviene per i mutui: i poveri pagavano il 6,4% in
più nell’84, oggi il 25,5% in più.
Il business del povero – dell’usura sul
povero - va a gonfie vele.
Il lucro netto che la Bryden strappa su ogni auto usata che
vende ammonta a 828 dollari; il quadruplo del profitto che rende
l’auto usata in un normale autosalone (223 dollari).
E lo stesso accade ai banchi di pegno e ai prestatori
«sulla paga», che anticipano ai miserabili i soldi
fino alla fine della settimana, quando prendono la paga.
Attività un tempo marginali e schifate
dall’alta finanza, ora la attraggono.
Ormai, finanziarie aristocratiche di Wall Street come
Merrill Lynch, Bank of America e Well Fargo sono entrati nel business.
Hanno acquistato a man bassa banchi pegni e ufficetti di
prestito, li hanno tramutati in «catene» con tanto
di marchio in franchising, e cinque di queste catene sono quotate in
Borsa.
Gli uffici di prestito sulla paga della Well Fargo, per ogni
20 dollari che ti danno, te ne caricano 2 di interesse.
Il 10% ogni 30 giorni; su base annuale l’interesse
lucrato è del 120%.
La Byrider, che vende auto usate ai navajos e ai messicani
col 25% d’interesse, è finanziata dalla Bank of
America con 110 milioni di dollari.
Come si poteva immaginare che si riuscisse a strizzare tanto
da persone che faticano a guadagnare 800 dollari al mese?
Ma la finanza è creativa, piena di invenzioni:
riesce a ricavare anche dai miserabili 650 milioni di dollari
l’anno.
Con le usure più creative: offre carte di credito
speciali a chi si è visto ritirare la carta di credito
regolare (interesse oltre 28%).
La BlueHippo s’è specializzata nel
finanziare poveri che hanno bisogno del computer: un computer che
costa, se hai i contanti, 600 dollari, ti costerà, alla fine
dei nove mesi di rate, 1.347,66.
Altri offrono mutui a gente con storie
d’insolvenza alle spalle: ovvio, con un interesse che al
minimo è dell’8%.
Nel complesso, ogni lavoratore povero da 800 dollari al mese
ne estrae ogni mese la quota della carta di credito, il rateo del
mutuo, la rata per il computer o l’auto usata; piccole quote
che nell’insieme si portano via la metà della paga.
E che affondano i poveri in debiti sempre più
grossi e impagabili, in media 160 mila dollari a famiglia. (3)
E’ il caso di Ronnie McBride, 44 anni.
In teoria non è povera, da programmatrice di
computer indipendente (partita IVA, diremmo qui) porta a casa 47 mila
dollari annui.
Ma la sua «casa» è una
roulotte piena di spifferi, che occupa in affitto a 590 dollari mensili.
La sua rovina è cominciata molti anni fa: si
è laureata a credito, ed è uscita
dall’università già con un debito da
pagare di 44 mila dollari.
Interesse da pagare, il 9,5%.
Ma lei ha tre figli.
Nubile (splendida, la libertà sessuale,
corollario dell’edonismo a rate!) - ha trascurato il debito,
ha usato troppi soldi per mangiare e vestire i bambini.
Gli interessi salivano ad ogni ritardo del pagamento.
Solo un anno e mezzo fa doveva alla banca 117 mila dollari;
oggi il suo debito è salito a 159.991.
Nonostante guadagni benino, non salirà mai la
china; tanto più che presto il lavoro suo, di
programmatrice, sarà delocalizzato in India, come una
qualunque merce.
E’ questo il mondo ideale per la teoria liberista.
Al diavolo le lacrime e la pietà, la teoria vince.
E’ il mondo dei Crook e degli Steil, dei Suslov
del mercato globale finanziario.
Maurizio Blondet
Note
1) Clive Crook, «Unfounded new fears in free
trade», Financial Times, 10 maggio 2007. L’ideologo
invita Blinder a pentirsi e a farsi missionario del verbo:
«Continua a spiegare con pazienza perchè, per
quanto sembri non plausibile a chi non sa di economia, il libero
commercio in beni e servizi è effettivamente un bene, sia
per gli importatori che per gli esportatori. Spiega instancabilmente
perché, per quanto sembri strano, la delocalizzazione di
posti di lavoro non è diversa dallo scambio di merci.
Soprattutto, non cedere mai sui fondamenti, non pensare mai che non
abbiano bisogno di essere difesi. E’ un lavoro arido e
ripetitivo, ma abbiamo bisogno che Alan Blinder faccia la sua parte,
finchè la sua parte non verrà
delocalizzata». Sinistro ummorismo.
2) Benn Steil, «The end of national
currency», Foreign Affairs, maggio-giugno 2007.
3) Brian Grow, Keith Epstein, «The poverty
business», Business Week, 21 maggio 2007.
Tratto da: effedieffe.com
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.