Libano-Israele:
l'ora della verità?
- Jacqueline Amidi -
02/08/2006
Il
bombardamento da parte dell’esercito israeliano del quartiere
di Haret Hreik è una «violazione del diritto
umanitario», ossia un crimine contro
l’umanità, ha dichiarato domenica 23 luglio Jan
Egeland, segretario generale aggiunto dell’ONU agli Affari
Umanitari.
«E’ orribile. Non sapevo che bombardassero gli
isolati di abitazioni gli uni dopo gli altri», ha detto,
visitando il quartiere devastato.
«E’ una violazione del diritto
umanitario» (1).
Ma il bombardamento di Haret Hreik non è certamente il solo
a essere una «violazione del diritto Umanitario».
E il bombardamento di questo quartiere non ha certo avuto luogo
perché lì «si trovava il Quartier
Generale dell’Hezbollah», secondo il miserabile
alibi che alcuni giornali e giornalisti «embedded»
offrono servilmente all’animalità degli assassini
israeliani.
Dal 12 luglio, infatti, tutto il Libano viene bombardato, bruciato,
distrutto, massacrato.
Tutto il Libano sarebbe dunque «il Quartier Generale
dell’Hezbollah»?
1.
La follia omicida di Israele e il suo delirio di Caino
Venerdì 21
luglio, a Beirut, davanti a giornalisti, il segretario di
Stato agli Affari Esteri d’Inghilterra, Kim Howells, ha
criticato apertamente la strategia militare israeliana.
«Non sono bombardamenti chirurgici. [...] Se [gli israeliani]
perseguono l’Hezbollah, occorre mirare
all’Hezbollah, non all’insieme della nazione
libanese», ha detto il segretario di Stato, che effettua una
visita nella regione.
Gli israeliani «distruggono l’insieme delle
infrastrutture libanesi e uccidono un numero enorme di
persone».
Queste parole - osserva L’Orient - Le Jour -
«contrastano nettamente con la posizione del primo ministro
Tony Blair, che si è astenuto accuratamente dal criticare
Israele e si è allineato senza riserve sulla posizione
americana» (2).
Sì. Ormai la follia omicida di Israele e il suo delirio di
Caino non hanno più limiti.
Il Libano subisce bombardamenti «preventivi»contro
tutto ciò che si muove, contro tutto ciò che
è vitale.
A parte le infrastrutture, i porti e gli aeroporti (quello di Beirut e
l’aeroporto militare di Ryaq), i bombardamenti di questi
ultimi giorni hanno come bersagli le fabbriche di ogni genere, i
depositi di prodotti alimentari, le ambulanze, i furgoni delle derrate
alimentari, le automobili civili e... chiese e moschee!
Alcuni camion bombardati la scorsa settimana erano semplicemente
adibiti al trasporto di cemento e di materiale da costruzione: sono
stati colpiti da fermi, a motore spento.
Tutti i pretesti sono buoni, dunque, per bombardare e distruggere.
Con o senza l’Hezbollah.
Infischiandosi di tutte le convenzioni internazionali, Israele fa uso
di materiali bellici proibiti, di armi chimiche, ecc.
Mio Dio,
come è tragicamente ripetitiva la storia!
Durante la rivoluzione francese, la feccia giacobina e massonica, per
potersi meglio gettare, come una bestia feroce, sul corpo della Francia
e della Vandea, spinse, con tutti i suoi mezzi di propaganda, a una
specie di «unione sacra», suscitando il mito della
«Grande peur», della «Grande
paura».
Oggi si direbbe che da alcuni anni c’è chi spinge
a una medesima «unione sacra»e a una
«grande coalizione» di tutti i complici della
canaglia usraeliana (Usraele: la coppia degli Stati-canaglia
USA-Israele), diffondendo il mito analogo di una «Grande
paura»: la «Grande paura» del vasto
complotto mondiale del «terrorismo»contro la
suprema e benefica perfezione della loro
«democra-zia» all’irachena, che ci viene
proposta - guarda guarda! - proprio dai due principali Stati-canaglia:
USA e Israele, i veri e principali Stati terroristi di oggi.
Allora, contro i malviventi giacobini e le loro truppe di assassini, i
contadini vandeani si sollevarono, presero le poche armi di cui
arrivarono a disporre e risposero alla chiamata del dovere e
dell’onore cristiano e francese.
Furono alla fine schiacciati e sterminati.
Ma la loro «guerra di giganti»indica ancora oggi la
strada di ogni «buona battaglia».
Oggi, «servata distantia», la Vandea potrebbe ben
diventare il modello del Libano.
Ma i giacobini di oggi - animati dal magistero di barbarie talmudico e
sionista - noi preghiamo di poterli vedere finalmente vinti.
Ed è qui che la storia prenderà un altro percorso.
2. Guerra
contro il Libano: «Déjà vu»
Su France 2,
la mattina di domenica 23 luglio, il vicario patriarcale dei maroniti a
Parigi, padre Saïd, raccontò questo episodio: verso
la metà degli anni ‘50, in un villaggio maronita
del sud molto vicino alla frontiera, l’esercito israeliano
venne «gentilmente»a chiedere agli abitanti di
abbandonare per 48 ore il loro villaggio, per «motivi di
sicurezza», dopo di che avrebbero potuto far ritorno alle
loro case.
Una volta abbandonato il villaggio, gli israeliani rasero al suolo
tutte le case, distrussero tutto il villaggio.
Ed è così che abbiamo avuto i nostri profughi
maroniti, molto prima dei «terroristi» islamici.
Durante l’invasione israeliana del sud del Libano nel 1973,
non dimenticherò mai l’immagine di una famiglia
intera (di cinque persone, credo), padre, madre e bambini, tra cui una
bambina di due anni, schiacciati deliberatamente all’interno
della loro automobile da un carro armato israeliano che vi
passò sopra.
Chi ha sentito parlare di questi due episodi, tra i tanti altri
ugualmente occultati e ignorati?
Il Libano non faceva ancora notizia sulla prima pagina dei giornali!
Un’amica mi disse un giorno: «Come? Non ci sono
ebrei per bene?».
«Ma certo che sì. E grazie a Dio», le
risposi. «Loro, almeno, quando testimoniano contro i crimini
di Israele, non li si può accusare di essere
antisemiti!».
Il progetto di invadere, destabilizzare e distruggere il Libano risale
a molto prima della presenza dell’Hezbollah.
Risale almeno al tempo in cui Sharon, nel 1982, era ministro della
Difesa.
«Così come nel 1982 – riferisce il 15
luglio scorso lo scrittore e giornalista israeliano Uri Avnery,
fon-datore di Gush Shalom – anche l’operazione in
corso [contro il Libano] è stata pianificata e viene
por-tata avanti in piena coordinazione con gli Stati Uniti».
«Come allora, non c’è dubbio che sia
coordinata con parte dell’élite libanese.
Questo è il punto principale. Il resto è clamore
e propaganda».
«Alla vigilia dell’invasione del 1982, il
segretario di Stato Alexander Haig disse ad Ariel Sharon che prima di
dare il via libera all’operazione, era necessaria avere una
‘chiara provocazione’, che sarebbe stata tenuta per
buona dal mondo» (3).
Quale fu, allora, la
«provocazione»? Questa: un gruppo di
Abou Nidal avrebbe tentato di assassinare l’ambasciatore di
Israele a Londra.
Quale il rapporto con il Libano?
Nessuno.
Eppure Israele, quell’anno, arriva fino a Beirut, seminando
le stesse distruzioni, causando lo stesso spargimento di sangue di
libanesi; insomma, lo stesso scenario di oggi. (Di passaggio,
è tempo che si sappia una volta per tutte che il massacro di
Sabra e Chatila non fu affatto un massacro
«cristiano», ma integralmente israeliano).
«Questa volta, la necessaria provocazione - continua Uri
Avnery - è stata fornita dalla cattura dei due soldati
israeliani da parte dell’Hezbollah. Tutti sanno che non
possono essere liberati
se non attraverso uno scambio di prigionieri. Ma l’enorme
campagna militare, che era pronta a par-tire da mesi, è
stata venduta al pubblico israeliano e internazionale come
un’operazione di salvatag-gio. [...] Naturalmente,
l’operazione in corso ha anche diversi scopi secondari, che
non includono la liberazione dei prigionieri. Chiunque capisce che
questo non si può ottenere con azioni militari. Ma
probabilmente è possibile distruggere una parte delle
migliaia di missili che l’Hezbollah ha accumulato negli anni.
A questo scopo, i comandanti dell’esercito sono pronti a
mettere in pericolo gli abitanti delle città israeliane che
sono esposte ai razzi. Credono che il gioco valga la candela, come in
uno scambio di pedine a scacchi. [...] Chiunque capisce che questa
campagna - sia a Gaza che
in Libano - è stata pianificata dall’esercito e
imposta dall’esercito» (4).
Déjà vu.
Nel 1954-55 Moshé Sharett racconta nel suo diario privato -
come riferisce Livia Rokach - le innumerevoli provocazioni organizzate
dal potere israeliano con l’obiettivo di trascinare i Paesi
arabi in guerra: «Il terrorismo e la vendetta continuano a
essere glorificati come la nuova morale, e anche come i valori sacri
della società israeliana… le vite degli
israeliani dovevano essere sacrificate per creare le provocazioni che
giustificassero le rappresaglie. Una propaganda martellante e
quotidiana, controllata dai censori [...], alimentava la popolazione
israeliana con immagini della mostruosità del
nemico» (5).
Gilad Atzmon
- autore e musicista, nato in Israele, dove ha svolto il servizio
militare, e ora residente a Londra - scrive: «Israele non
riuscirà mai a imporre la sua disgustosa nozione unilaterale
di ‘pace’. [...] Però la reazione
israeliana agli attacchi dei militanti palestinesi ed hezbollah
è abbastanza strana. Nonostante che sia i militanti
palestinesi sia l’Hezbollah abbiano inizialmente colpito
obiettivi militari legittimi, la controffensiva israeliana è
stata chiaramente diretta verso obiettivi civili, infrastrutture
civili, e ha visto uccisioni di massa dirette contro una popolazione
innocente. Non serve un genio per capire che non è certo il
modo per vincere una guerra o per affrontare un tipo di combattimento
particolare come la guerriglia. [...] Dalla fine della guerra fredda le
cose sono cambiate. Israele non è più minacciata
dagli Stati vicini, piuttosto negli anni più recenti
è diventato evidente che in realtà è
il popolo palestinese che alla fine distruggerà il sogno di
uno Stato ebraico nazionale. [...] Israele è una democrazia
a orientamento razziale. I suoi leader
sono impegnati in un’unica cosa, cioè mantenere il
loro potere politico. [...] In altre parole Peretz ed Olmert devono
fornire al popolo israeliano un glorioso spettacolo di spietata
rappresaglia. Devono dimostrare ai loro entusiasti elettori di avere
interiorizzato il vero significato biblico di ‘Occhio per
occhio’. Di fronte al massacro di oggi a Beirut sembra in
qualche modo che abbiano provato addirittura a dare al vecchio detto
ebraico un nuovo significato. Per quanto devastante possa sembrare,
è esattamente quello che gli israeliani vogliono che
facciano. All’interno del democratico Israele, il richiamo
biblico ‘Scaglia la tua furia contro i goyim’ viene
tradotto in una pratica politica pragmatica ebraica laica. Non
è solo triste, è una vera tragedia. E mi chiedo
se c’è qualcuno là fuori che
è ancora sopraffatto dall’agenda di pace
unilaterale israeliana» (6).
Chi meglio di Avnery e Atzmon può osare esporre queste
verità?
Israele, nel suo progetto messianico, ha ben dimostrato di essere
capace dei peggiori crimini, anche contro le proprie pecorelle.
Non sarebbe forse stata «suicidata»Livia Rokach,
nella notte tra il 31 marzo e il 1° aprile 1984?
Figlia di Israel Rokach, che fu un tempo ministro degli Interni del
governo di Moshé Sharett (1954-55),
«ciò che vide e visse vivendo in Israele nel
centro del potere - scrive Maurizio Blondet - fece crollare tutti i
suoi sogni di rinnovamento morale dell’ebraismo nella terra
promessa. Non volle più saperne di sionismo. Si
trasferì a Roma, dove si presentava come
‘scrittrice italiana d’origine
palestinese’» (7).
3. In quale
stato d’animo vivono oggi i libanesi
I libanesi -
del Libano e della diaspora - sono infuriati contro Israele.
Tutti, tranne evidentemente i
«compari»dell’aggressore che siedono al
governo e nella sedicente «maggioranza».
Ma i libanesi in maggioranza hanno capito che le rappresaglie non sono
contro l’Hezbollah, ma contro tutto il Libano, il suo
carattere, la sua anima, la sua unità, la sua
sovranità.
Ecco l’Appello lanciato da RJLiban il 20 luglio 2006:
«Appello ai libanesi, discendenti dei libanesi e amici del
Libano nel mondo.
Appello alla resistenza libanese - Hiroshima Libano.
No, signor Chirac. No, signor Bush. No, dirigenti di questo mondo.
Noi non vogliamo corridoi umanitari. Non vogliamo evacuazioni. Non
vogliamo pietà.
Il popolo libanese chiede il Diritto di vivere, la cessazione dei
bombardamenti sui civili e la fine del blocco dell’aeroporto
internazionale e dei porti del Libano, il nostro Paese, che non
è fuorilegge!
Voi ci prendete in ostaggio, decimate le nostre famiglie e le nostre
città, ci riducete a carne da cannone.
Basta!
Di cosa ci accusate? Di avere rapito due soldati nemici? Il fronte del
sud esiste ancora e noi abbiamo il diritto di rapire soldati per
chiedere la liberazione di decine di libanesi torturati nelle carceri
israeliane.
Noi siamo fieri del nostro Paese. Siamo fieri del nostro popolo in
tutte le sue componenti. Siamo fieri di avere manifestato, a milioni,
nel marzo 2005 per reclamare un Libano democratico, lasciato libero
dalle truppe siriane che detengono ancora decine di libanesi torturati
nelle prigioni siriane.
Voi accusate l’Hezbollah di terrorismo, voi inventate
menzogne, voi create motivi per giustificare l’aggressione
barbara di Israele contro il nostro Paese.
No. L’Hezbollah non esisteva ancora al tempo degli attentati
contro le truppe francesi e americane a Beirut nel 1983. Non ha
bombardato civili israeliani al tempo della grande resistenza nel sud
del Libano che ha permesso di sconfiggere Israele nel maggio del 2000.
Non ha utilizzato bambini israeliani come scudi umani.
Voi rimpatriate i vostri cittadini per poterci massacrare meglio, col
pretesto di distruggere l’apparato militare
dell’Hezbollah. Voi fate sprofondare il nostro popolo in uno
stato generale di panico collettivo. Ci date una dilazione, prima della
soluzione finale. Quanti combattenti si trovano, tra le centinaia di
vittime cadute da una settimana o sotto le macerie della fabbrica di
trattamento del latte ‘Candia Liban Lait’?
Persone di buona volontà, libanesi, discendenti di libanesi
e amici del Libano nel mondo, vi chiediamo di manifestare,
là dove siete, di pregare, là dove siete, per il
popolo libanese, che è sul punto di essere distrutto.
I nostri carnefici stanno per concedere ancora una settimana allo stato
ebraico per trasformare il Libano in una nuova Hiroshima.
Ma non avere paura, popolo del Libano. Non fuggire. Continua la tua
resistenza. Abbiamo resistito già a 25 anni di guerra.
Il Libano ci appartiene.
Viva il Libano!» (8).
In Libano,
una sola parola d’ordine: «Tutti uniti contro
l’invasore!».
Dove si rifugiano i nostri sciiti del Libano meridionale?
Trovano rifugio nelle nostre chiese, che sono state loro fraternamente
aperte, nelle nostre scuole, nei nostri conventi, nelle nostre case,
ecc.
Conosco personalmente famiglie cristiane che hanno aperto le porte
delle loro case ai loro amici sciiti. Le suore che si occupano della
Caritas aiutano tutte le famiglie dei rifugiati.
Un giornalista di France 2 chiede a una di loro: «Anche le
famiglie di Hezbollah?».
«Tutte, senza eccezione. Noi - risponde la suora - siamo
tutti libanesi e oggi tutto il Libano è bombardato ed
è in guerra.
Oggi più di prima siamo responsabili gli uni degli altri,
perché la situazione è più tragica e
decisiva. Le mie nipotine (Juliette di 13 anni, Marie-Claire di 11 anni
e Rita di 10 anni), come molti altri della loro età,
accompagnati dai loro genitori, vanno ogni pomeriggio a fare compagnia
ai bambini dei rifugiati sciiti e a giocare con loro».
Begli esempi di «divisioni confessionali»e di
«guerra civile», non è vero?!
Negli anni ‘80 l’ex primo ministro libanese
Saëb Salam, sunnita, aveva detto: «Lasciate i
libanesi fra loro: si soffocheranno di abbracci!».
Israele conosce questa
realtà.
Per questo decide di bombardare città e quartieri cristiani
dove la milizia dell’Hezbollah non è mai stata
presente.
Perché? Per capovolgere la situazione e spingere i cristiani
a volgersi contro l’Hezbollah (fino a prendere le armi contro
di esso, forse), perché l’Hezbollah sarebbe stato
il «motivo»di tante distruzioni in Libano.
Ma questa volta Israele sogna.
Non solo il gioco non è riuscito, il gioco crudele delle
distruzioni e dei massacri senza fine, ma anzi e al contrario la
stragrande maggioranza del Libano si è saldata intorno alla
guerra dell’Hezbollah contro le bestie immonde israeliane -
impregnate di odio e pazientemente
«educate»all’odio dal magistero di
barbarie e di crimine dell’halakhah talmudica - che
distruggono e uccidono il mio Libano e che sulle loro fronti portano
solo il marchio di Caino.
E alcuni giornalisti cominciano ad averne abbastanza di tenersi la
museruola sulla bocca.
Alcune piccole misere notizie sulla sproporzione mostruosa
dell’uso israeliano della forza cominciano infatti, pur molto
timidamente, a filtrare.
Risultato: a Baabda, proprio vicinissimo all’edificio
occupato esclusivamente dai giornalisti di tutto il mondo che si
trovano in Libano per la loro missione, la notte di giovedì
20 luglio sono cadute alcune bombe israeliane.
Sul tetto dell’edificio era scritto a grandi caratteri:
«Presse», «Stampa».
Che [messaggio] si è capito da questa vicenda?
Questo: «Giornalisti, attenzione, badate bene alla vostra
museruola!».
Non è un
déjà vu? Dove? In Iraq, durante la
guerra nel 2003: gli americani spedirono le loro bombe direttamente
sull’hotel dove si trovavano tutti i giornalisti.
A quel tempo Lilli Gruber, giornalista italiana di RAI 1, si trovava in
Iraq come corrispondente (oggi è deputata europea, bel
bottino di guerra!): aveva tuonato, urlato, fatto fuoco e fiamme,
all’inizio.
Ma subito dopo è rientrata nei ranghi.
Giornalisti simili, falsi profeti del giorno, a quando la
verità, a quando l’indipendenza e la rettitudine?
In Israele i mass-media («revisionisti»anche
loro?!) avanzano l’ipotesi che il numero dei morti in Libano
sia stato molto probabilmente gonfiato.
Ma come?, proprio loro, i cui morti (e il loro numero) sarebbero
intoccabili, si prestano a questo gioco vergognoso e cinico sul
conteggio dei morti altrui?
Ci sono forse morti di prima e di ultima classe?
C’è un sangue
«eletto»(ebraico) e un sangue spregevole (il
nostro, quello dei non-ebrei, i goyim, i «gentili»)
che si potrebbe spargere senza scrupoli e senza limite.
Per un certo rabbinato, per l’halakhah talmudica e sionista e
per la «purezza delle armi»ebraiche, evidentemente
sì! (9).
Ciò è del resto confermato dalle parole del
miserabile John Bolton, degno ambasciatore americano all’ONU,
secondo cui tra vittime libanesi e vittime israeliane non sarebbe
possibile nessun paragone: «sul piano morale, non ci sarebbe
nessuna misura comune tra coloro che muoiono in Libano [...] e quelli
che muoiono in Israele [...]» (10).
«Soffrire purifica l’anima e la rende
più saggia e più lungimirante», dice
san Giovanni della Croce.
Ma le loro sofferenze, a loro, a queste ipotetiche eterne
«vittime» di tutti, che cosa hanno insegnato?
A renderli più ingiusti, rancorosi, ripugnanti, odiosi?
Se è vero che essi avrebbero tanto sofferto, come possono
causare tante sofferenze agli altri?
4. In che
situazione si trova oggi Israele?
Israele è insoddisfatto dell’effetto prodotto
sull’opinione pubblica israeliana e internazionale.
Sabato 22 luglio: in Israele, manifestazione di israeliani che
denunciano i «crimini contro
l’umanità»commessi
dall’esercito israeliano in Libano.
Si leggeva tra l’altro su alcuni striscioni:
«Fermate i crimini di Israele!».
Lunga vita ai giusti e coraggiosi ebrei infuriati contro il loro Stato
criminale!
Ma anche fra gli israeliani che appoggiano la guerra contro il Libano,
l’opinione è disorientata e il morale è
al peggio.
Non è infatti necessario essere un genio militare o un
esperto di studi strategici per accorgersi che questa guerra
è sul punto di prendere una brutta piega per Tsahal,
l’esercito israeliano.
Ho la netta impressione che questi miserabili soldati ebrei siano
più bravi in azioni criminali (per esempio nei bombardamenti
di civili, nell’uso di armi proibite,
nell’assassinio di disarmati, nella tortura di prigionieri
ecc.), che in azioni di combattimento.
Per una buona guerra infatti non basta solo munirsi di armi
ipersofisticate, ma urge soprattutto disporre di uomini che siano veri
combattenti.
E francamente, per quanto riguarda la qualità degli uomini
di combattimento, l’esercito israeliano fa pena.
Malgrado le apparenze, Israele non guadagna affatto terreno
nell’opinione pubblica internazionale, nonostante la
vigliaccheria di tutti i governi d’Europa che non chiedono
ancora e non impongono, apertamente e virilmente, il cessate il fuoco e
la fine dell’aggressione contro il Libano.
Ho visto per esempio in televisione - domenica 16 luglio, su RAI 3 -
dei rimpatriati italiani, di origine italiana, piangere per il Libano e
denunciare la barbarie israeliana.
Onore a loro.
E onore a tutti gli stranieri - e ce ne sono! - che hanno scelto di
restare in Libano.
Ciò può sembrare paradossale: hanno preferito la
«vita»alla cultura di morte che hanno nei loro
Paesi d’origine (aborto, eutanasia, pedofilia, matrimoni
omosessuali, adozione di bambini da parte di coppie omosessuali ecc.).
Fedele alle sue idee
criminali, Israele sarebbe capace di organizzare e di
fabbricare non importa dove (in Europa? Negli Stati Uniti?) un grande
atto di terrorismo: per sviare l’attenzione dai massacri
perpetrati in Libano (come in Palestina), per legittimare Israele a
moltiplicare dovunque i massacri e i saccheggi e per far rullare i
tamburi del mondo per la guerra contro il terrorismo
«islamico».
L’esito delle guerre nazional-sioniste israeliane
dipenderebbe dalle reazioni possibili: da una parte quelle dei governi,
dall’altra quelle dei popoli.
Sulle reazioni dei governi d’Europa e del mondo, Israele
è tranquillo: qualche miagolio e gesticolazione ipocrite e
nient’altro, come sempre.
Perché tutti conoscono la provenienza della vera minaccia
terrorista (e la temono): Israele e la malavita nazional-sionista, che
gestisce attualmente il regime israeliano e contemporaneamente
l’amministrazione americana.
Le reazioni dei popoli del mondo occidentale potrebbero al contrario
recare molti fastidi a Israele, visto che sulla gente e su alcuni rari
media Israele non è ancora riuscito a far regnare
l’istupidimento selvaggio che Israele si augura e promuove
per mezzo dei suoi Shylock e dei suoi tesorieri.
Una maggioranza di europei ha ben percepito che Israele rappresenta
senza mezzi termini la più grave minaccia per la pace nel
mondo (11).
Ma Israele, è minacciato?
L’esperto militare israeliano Martin van Creveld, docente di
storia militare all’Università ebraica di
Gerusalemme, già nel 2003 - esprimendo in tal modo la sua
collera contro i paesi d’Europa (la Francia in particolare) a
causa della loro evidente mancanza di entusiasmo per la guerra
universale degli Sharon-Bush «contro il
terrorismo»- si era fatto portatore di minacce esplicite,
peraltro
confermate nel corso di svariate interviste.
Il professor van Creveld ci avvisava dunque che:
«Noi possediamo diverse centinaia di bombe atomiche e
missili, e siamo in grado di lanciarle in ogni direzione, eventualmente
anche su Roma. La maggioranza delle capitali europee sono bersagli per
le nostre forze aeree [...]. Le nostre forze armate sono le seconde o
le terze al mondo, per potenza.
Abbiamo la capacità di trascinare il mondo intero nella
nostra caduta. E posso assicurarvi che questo accadrà, nel
caso in cui precipitassimo nell’abisso» (12).
È dunque minacciato, Israele?
Non esattamente.
È proprio il contrario, direi.
Israele è la vera minaccia per «la pace e la
sicurezza», che gli sono tanto care!
Malgrado le apparenze,
niente prova, in definitiva e realmente, che Israele sia sul punto di
vincere.
Dopo più di due settimane di combattimenti, infatti, una
delle più forti potenze militari ancora non riesce ad avere
il sopravvento sulla guerriglia libanese hezbollah.
Inoltre, proprio qualche giorno dopo l’inizio degli scontri,
l’esercito israeliano è stato costretto a
mobilitare i suoi riservisti: venerdì 21 luglio, le
autorità israeliane si sono trovate nella
necessità di richiamare tra 3000 e 6000 riservisti;
venerdì 28 si parla già di 15 mila e perfino di
30 mila.
E «l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti,
Daniel Ayalon, ha indicato che l’offensiva militare non era
‘facile’, ma che Israele faceva progressi. Il
ministro israeliano Eytan Cabel, segretario generale del partito
laburista, ha ammesso di essere stato deluso dai risultati ottenuti
fino a quel momento dall’offensiva israeliana in Libano.
‘Ammetto di aver sperato di meglio, per
l’esercito’, ha dichiarato al canale 10 della
televisione israeliana» (13).
Poi, domenica 23 luglio, Israele fa arretrare i suoi abitanti del nord
fino a 40 km più a sud dei suoi confini.
E sebbene all’inizio Israele abbia assolutamente rifiutato di
discutere la questione di «forze multinazionali
d’interposizione», sempre domenica 23 luglio
comincia a cedere e finisce per accettare questa ipotesi. Spera forse,
Israele, di riuscire così a trascinare queste forze
(dell’ONU o della NATO) a continuare contro il Libano, e
dall’interno del Libano, la guerra di cui non riesce a venire
a capo?
Infine, come per magia (e come tutte le volte che questi magliari della
pace si trovano in difficoltà), gli usraeliani fabbricano e
fanno uscire dai loro nascondigli e dalle loro «case di
produzione specializza-te»i loro burattini:
giovedì 27 luglio diffondono dunque il loro ennesimo video
falso del sedicente vice di Osama bin Laden - o più
esattamente di Osama bin Mossad, secondo il felice titolo di uno dei
saggi di Maurizio Blondet (14) - che promette aiuto ai libanesi e ai
palestinesi «contro i crociati e i sionisti».
Palestinesi e libanesi, è evidente, hanno rifiutato
pubblicamente qualsiasi aiuto o collaborazione con la perfettamente
sospetta Al-Qaida (l’altra faccia della medaglia CIA-Mossad,
di cui Al-Qaida è nello stesso tempo, e fin
dall’inizio, la creazione, la produzione e l’alibi)
e ha rispedito al mittente CIA-Mossad l’aiuto offerto.
Ma che sincronismo! Non sbaglia mai.
Come per un colpo di bacchetta magica, quando gli usraeliani si trovano
nei guai Al-Qaida tende
caritatevolmente la mano - offrendo un video o un attentato o una
provocazione qualsiasi - per tirarli fuori dai pasticci.
Per noi, già avvisati, la buffonesca uscita di questo video
è un ottimo segno.
Significa, fortunatamente, che gli usraeliani non sanno esattamente a
che santo - per così dire - votarsi.
5.
«Confida nel Signore e agisci bene!»
Constato con tristezza che coloro che abbandonano il Libano sono
libanesi dalla doppia nazionalità. Posso capirli.
E provo anche pietà: possono esserci dei casi tragicamente
impellenti...
Ma tutti questi figli del Libano ritorneranno.
Mi domando invece cosa aspettino ad andarsene (e per sempre!) i
politici venduti, provvisoriamente «maggioranza».
Loro che hanno permesso che arrivassero rovine e disastri.
Loro che di padre in figlio si trasmettono le peggiori
eredità: tradimenti e corruzione.
A questi politici grido: Il Libano non ha bisogno di voi.
Il Libano ride dei vostri cuori di coniglio.
Ride dei camaleonti.
Il Libano vive dei veri cuori di leone, cioè della gente che
resiste senza abbassare la testa (né le braccia), sfidando
la morte, senza vili paure: come un tempo gli eroi vandeani seppero
battersi contro la feccia «illuminata»giacobina e
massonica che compì il primo genocidio della
modernità, quello franco-francese della Vandea.
Il Libano ha bisogno di Michel Aoun.
Di lui, nel corso di un’intervista al nostro grande poeta
nazionale Saïd Akl, scrivevo nel dicembre 1989: «Il
generale Aoun è il solo a fronteggiare, fermo,
l’impossibile [...]. Avendo la verità per
compagnia, avanza con cuore di leone. [...] Il generale non ha paura di
nulla e di nessuno: è pulito e valoroso. Ha dalla sua parte
la verità. Un giorno saprete che il generale Aoun
avrà lavorato non soltanto per respingere gli invasori del
Libano, ma ugualmente per il Libano creatore» (15).
E noi sappiamo che Satana, sebbene scatenato in questi giorni (anche a
causa delle nostre colpe), è pur sempre una bestia alla
catena.
San Michele saprà bene - saprà presto, di questo
lo preghiamo! - respingerlo nella sua tana.
Sarà ricacciato, Israele, nella sua cuccia.
«Non ti infiammare contro i malvagi, non essere zelante
contro i criminali, poiché appassiranno presto, come
l’erba, e come vegetazione appassiranno. Confida nel Signore
e agisci bene... Ho visto l’empio abusare della sua forza e
dispiegarsi come una pianta tenace» (16).
«Tutto riesce bene a chi sa attendere», dice il
proverbio.
6. Cosa
è possibile sperare per il Libano?
La gioventù libanese può diventare un potente
antidoto contro la putrefazione dei politici, di cui soffre il Libano.
Lo si vede, questi giovani vogliono sbarazzarsi di
un’eredità politica che non è altro che
una vecchia carcassa inutilmente pesante da portare.
Hanno la ferma volontà di amare e di salvare realmente il
loro Paese.
Per decenni, hanno lasciato fare quelli che decidevano per loro.
Oggi, quando si parla con dei giovani libanesi, si percepisce
nettamente il legame nuovo che hanno stabilito con il Libano.
Una maturità e un risveglio nazionale nuovo si sono
instaurati.
Forse meglio di chiunque altro hanno capito che dipendono dal loro
Paese e che altrove non potrebbero vivere.
In Libano abbiamo molti canti popolari patriottici che i nostri
genitori ascoltavano da giovani e che la gioventù di oggi
ascolta e canta ancora.
Canzoni sempre attuali, malgrado l’usura del tempo.
Vi si dice, nell’una o nell’altra di esse:
«Libano, tu, il più bel cielo, non
c’è un tuo pari sulla terra»,
«Il tuo Paese, figlio mio, il tuo sangue
bisogna che tu gli doni», «La terra dei cedri vale
più dell’oro», «Dio
è con te, o casa che resisti nel sud»,
«Ti amo, Libano, patria mia, ti amo», «Di
fronte alle grandi tribolazioni non si dorme, la morte è
sulla punta del fucile», «Non si piegheranno le
ginocchia, resisteremo di fronte ai cannoni».
L’anima libanese è anche l’anima di
questi canti.
E la gioventù libanese ha degnamente ereditato dai suoi
antenati.
Veniamo dalla montagna del Libano, noi.
La montagna può renderci rudi, ma forma uomini coraggiosi,
che rispondono alla chiamata.
È come se questi giovani libanesi avessero ora nel cuore la
mirabile strofa del canto di Émile Jacque-Delcroze in onore
delle guardie svizzere massacrate alle Tuilleries e a Parigi nel 1792
(17).
Strofa che ben merita - per la salda fiducia, la speranza e la
preghiera che la animano - di essere dedicata a questa audace
gioventù del Libano oggi rinascente:
«Seigneur,
accorde ton secours au
beau pays que mon coeur aime, celui
que j’aimerai toujours, celui
que j’aimerai quand même. Tu
m’as dit d’aimer et j’obéis. Mon
Dieu, protège mon pays». «Signore,
concedi il tuo soccorso al
bel Paese che il mio cuore ama, quello
che amerò sempre, quello
che amerò nonostante tutto. Tu mi
hai detto di amare e io obbedisco. Mio
Dio, proteggi il mio Paese».
Il mese di luglio è dedicato al prezioso Sangue di Cristo.
Ha dunque permesso, Dio, che proprio in questo mese fossimo chiamati a
spargere il nostro sangue per sbarrare la strada alla barbarie e
all’animalità di Israele?
I soldati israeliani fanno mettere ai loro bambini dediche sulle bombe,
prima di spedirle da noi, indirizzate ai nostri bambini («Da
Israele con amore!»).
Il loro Talmud insegna loro l’odio.
Ma il sangue di Cristo è stato sparso anche per loro.
Al loro odio noi rispondiamo con le nostre preghiere.
Ma alle loro armi ingiuste, noi opponiamo le armi giuste della nostra
legittima difesa e della nostra «buona battaglia».
Io non ho nessun timore.
Il Libano risorgerà.
A prezzo del sangue libanese sparso dal Caino-Israele.
Come scarafaggi, fuggiranno di fronte alla luce.
Gli scontri di questi ultimi giorni si svolgono intorno ai due villaggi
di Maroun er Ras e di Bint Jbeil.
Quale velario di simboli questi due nomi sollevano...
Maroun er Ras indica San Marone il Capo.
E Bint Jbeil significa La figlia di Byblos.
Presume dunque, Israele, di combattere contro questa doppia
eredità cristiana e fenicia del Libano, e di vincere?
Ardua impresa!
Perché dall’alto delle nostre montagne vigilano,
tra cielo e terra, temibili guerrieri, nelle loro corazze nere: i loro
bruni e luminosi abiti monastici.
Vigilano sul Libano: il Libano fraterno di comunità
intrecciate e molteplici: cristiane, sciite, sunnite, druse, alawite.
Vigilano invincibili san Marone, san Charbel, sant’Hardini,
santa Rafqa.
Essi sostengono con la loro forza celeste la forza e il coraggio di
tutti i combattenti che oggi in terra proteggono l’anima e il
corpo del Libano.
Si ha a volte tendenza a
disprezzare coloro che tengono al patrimonio della loro storia e delle
loro tradizioni, ma bisogna sapere una volta per tutte che nessuno
potrà radere al suolo l’eredità - le
eredità . della nostra civiltà.
Quando i fenici attraversavano i mari alla scoperta di nuovi mondi e
offrivano il loro alfabeto unico (in seguito adottato dal mondo
occidentale, che si è potuto civilizzare proprio grazie al
nostro alfabeto), il mondo era ancora ai balbettii e ai primi passi
della civiltà.
E come un tempo siamo stati tra coloro che hanno aperto generosamente
ad altri le vie della civiltà, noi saremo forse ancora una
volta, in questo mondo fangoso che agonizza nel sudario di tutte le sue
lebbre, di tutti i suoi vizi e di tutte le sue viltà, noi
saremo forse il popolo fedele che affida alle altre nazioni - con la
nostra testimonianza di rettitudine, di coraggio, di irremovibile
combattimento - la fiaccola della riconquista e della rinascita.
Jacqueline Amidi
Note 1) Egeland
denuncia «una violazione del diritto
umanitario»nella distruzione della periferia sud, in
L’Orient - Le Jour, 24-7-2006. 2) Downing
Street nega ogni disaccordo in seno al governo sul Libano, in
L’Orient - Le Jour, 24-7-2006. 3) Uri
Avnery, The real aim, in Gush Shalom, 15-7-2006:
zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery/1152991173/.
Traduzione italiana: Uri Avnery, Il pacifismo israeliano e la guerra,
in Peacereporter, 18-7-2006: www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=5869.
4) Uri
Avnery, Ibidem. 5) Livia
Rokach, Israel sacred terrorism, pagina 5.
Citato in Maurizio Blondet, Il sacro terrorismo, in http://www.effedieffe.com/,
19-7-2006. 6) Gilad
Atzmon, Israel’s raids on Gaza and Lebanon. Echoes of the
Wehrmacht, in CounterPunch, 14-7-2006: www.counterpunch.org/atzmon07142006.html.
Traduzione italiana: I raids israeliani su Gaza e il Libano.
Riecheggiano la Wehrmacht, in Come don Chisciotte, 19-7-2006: www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=2324 7) Maurizio
Blondet, Il sacro terrorismo, in effedieffe.com, 19-7-2006: www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1300¶metro=esteri. 8)www.rjliban.com/appel-francais.htm.
9) In due
articoli intitolati «Le ‘benedizioni’
della violenza» e «La scuola
dell’odio», apparsi sul Corriere della sera il
10-11-1995, Lorenzo Cremonesi, corrispondente di riguardo del giornale
e notoria «voce di Israele», ci dà
un’idea della «dottrina» predicata da
sempre da una percentuale considerevole e [oggi] crescente del
rabbinato, tra cui il «pio»e
«timorato» rabbino Ido Ebla, che nel marzo 1995 -
in un volume in omaggio al medico-colono Baruch Goldstein (che, non
meno «pio»e «timorato», aveva
massacrato 29 musulmani in preghiera a Hebron) - aveva avuto cura di
ricordare che quello dei dieci comandamenti che prescrive
«non uccidere», ebbene, tale comandamento
«non è valido se ebrei uccidono
non-ebrei»(Corriere della sera, citato). Se infine i goyim -
i non-ebrei, i «gentili»- pretendessero un giorno
di proteggere la loro vita ingiustamente aggredita o i loro beni
ingiustamente saccheggiati dai loro aggressori
«eletti», ciò li collocherebbe ipso
facto nel campo in cui «nessun gentile [nessun non-ebreo]
[...] è innocente» (Ibidem).
Confronta riguardo al magistero di barbarie dell’halakhah
talmudica, Israel Shahak, Jewish history, jewish religion. The weight
of three thousand years, Pluto Press, London, 1994, pagina 128;
traduzione francese: Israël Shahak, Histoire juive, religion
juive. Le poids de trois millénaires,
Prefazione di Gore Vidal, Introduzione di Edward W. Saïd, La
Vieille Taupe, Paris, 1996, pagina 232. Confronta inoltre Israel
Shahak, Israeli foreing and nuclear policies, Foreword by Christopher
Hitchens, Pluto Press, London, 1997, pagina 215; e Israel Shahak e
Norton Mezvinsky, Jewish
fundamentalism in Israel, Seconda edizione, Pluto Press, London, 2003,
pagina 224. 10) Fady
Noun, Le sang, le miel et le lait, in L’Orient - Le Jour,
22-7-2006. 11) Questo
sondaggio, riguardante la percezione della guerra contro
l’Iraq da parte dell’opinione pubblica europea e la
percezione delle minacce attuali per la pace nel mondo, è
stato formalmente richiesto dalla Commissione Europea. Affidato a Eos
Gallup («Taylor Nelson Sofres coordinated by Eos Gallup
Europe»), è stato condotto nell’ottobre
2003.
Il full report, la relazione integrale, contenente l’analisi
e i risultati completi offerti dal sondaggio, è stato
pubblicato sul sito della Commissione Europea, in «Flash
Eurobarometer 151», nel novembre 2003, con il titolo:
«Iraq and peace in the world. Fieldwork 8-16 october 2003.
Publication november 2003. Full report. Realised by Eos Gallup Europe
upon the request of the European Commission. Survey organised and
managed by Directorate-General ‘Press and
Communication’ (Opinion Polls, Press Reviews, Europe
Direct)», pagina 162: http://europa.eu.int/comm/public_opinion/flash/fl151_iraq_full_report.pdf.
L’opinione pubblica dei diversi paesi europei indica
apertamente Israele come la principale minaccia attuale per la pace nel
mondo (59%, vedi pagine 81 et 144); gli Stati-Uniti arrivano a malapena
ad attestarsi al secondo posto (53%, vedi pagine 87 et 140).
In eventuali olimpiadi degli Stati-canaglia, dunque, i primi due posti
sarebbero già aggiudicati: primo premio e medaglia
d’oro a Israele, secondo premio e medaglia
d’argento agli USA. 12) Vedi
David Hirst, The gun and the olive branch [Il fucile e il ramo
d’ulivo], 2005, Terza edizione, che riporta ampiamente le
affermazioni di Martin van Creveld. Confronta il resoconto del volume
in Israel Adam Shamir, La storia definitiva del sionismo (in inglese),
in South China Morning Post, 8-11-2003 (e in www.israelshamir.net).
David Hirst, come ricorda Israel Shamir,
espone nel suo volume i casi «di quelle spie israeliane che
fanno saltare ambasciate americane, biblioteche britanniche, sinagoghe
irachene e navi dove si ammassano rifugiati ebrei, quando si tratta di
provocare la reazione che si attendono. Ci narra la lunga sanguinosa
carriera di Ariel Sharon, dal massacro di 60 contadini nel piccolo
villaggio di Kibyeh, mezzo secolo fa, fino ai massacri in Libano e
altrove». Sul pensiero di van Creveld e le «lezioni
di distruzione e massacro» date agli americani in Iraq sulla
base della ricca esperienza acquisita dagli israeliani soprattutto al
tempo delle loro distruzioni e dei loro massacri a Jenin, confronta
Chris McGreal, Mandate i bulldozers: ciò che ha detto
Israele ai marines sugli scontri di strada (in inglese), in The
Guardian, 2-4-2003. Vedere inoltre Israel Adam Shamir, È
mezzanotte meno cinque, dottor Sharon, in www.israelshamir.net,
13-11-2003. 13)
L’Orient - Le Jour, 24-7-2006 14) Maurizio
Blondet, «Osama bin Mossad», Effedieffe, Milano,
2003, pagine 144, € 11. 15)
Jacqueline Amidi, Said Akl: un géant mais près du
coeur, in La Revue du Liban, n° 1569, 30-12-1989 / 6-1-1990,
pagine 30-32. 16) Salmo
37, 1-3 e 35-36. 17) Il 10
agosto 1792, alle Tuilleries, 626 guardie svizzere, dopo che il re
aveva dato l’ordine di cessare il fuoco, furono massacrate
dalla feccia giacobina e massonica. Altre 200 furono massacrate in
seguito, nelle prigioni di Parigi, tra il 2 e il 10 settembre dello
stesso anno. Il canto
di Émile Jacque-Delcroze si può ascoltare nel
bello e recente cd, intitolato «Vandea», del
«Choeur Montjoie Saint-Denis», diretto da Jacques
Arnould (www.choeur-montjoie.com). Il cd
«Vande-a» raccoglie inni e marce del tempo (o
riferite al tempo) di quella fioritura di grandezza e di eroismo che fu
la «guerra di giganti»dei contadini, dei giovani e
del popolo intero della Vandea contro le «colonne
infernali» dei massacratori giacobini.