La
bancarotta del «meno Stato» (in USA e Italia)
Maurizio Blondet
27/06/2006
Mai avrei immaginato di leggere su un grande giornale
americano una critica del concetto stesso di
«privatizzazione».
Invece ciò è avvenuto: sul New York
Times, l’editorialista Frank Rich espone in un puntiglioso,
furente articolo tutti i fallimenti dell’ideologia
iper-liberista che ha voluto trascinare a forza il
«mercato» nello «Stato».
Se questo avviene, vuol dire che la bancarotta
dell’ideologia privatista è ormai irreversibile.
Bancarotta soprattutto morale.
Che cosa dice il New York Times?
Proverò a sunteggiare, invitando il lettore a
leggere gli scandalosi casi americani con la mente all’Italia.
Frank Rich mette sotto accusa il concetto di
«competitive sourcing».
Ossia quella concezione dello Stato voluta da Bush, Cheney e
dai liberisti conservatori, secondo cui l’
«efficienza» consiste nell’appaltare le
funzioni pubbliche a ditte private, messe in concorrenza con concorsi
d’appalto competitivi.
Uno Stato sempre più
«piccolo» che non ha più apparati
propri, non fa nulla in proprio, riducendosi ad agente pagatore dei
servizi che un tempo erano pubblici.
L’illusione ideologica è che
«il mercato» e «il privato»
siano sempre più efficienti e competitivi della mano
pubblica.
L’obbiettivo di Bush, come ha detto lui stesso,
era di fornire ai cittadini «servizi di alta
qualità al costo più basso possibile».
I risultati sono esattamente il contrario:
«servizi di bassa qualità ad alti
costi», scrive Rich.
E l’emersione di «un settore
pubblico-ombra di compagnie private piene di incompetenza e di
corruzione».
Il fatto è che la messa all’asta di
servizi pubblici, ancorchè per concorso competitivo, non ha
nulla in comune col «libero mercato».
Ne è al più una goffa contraffazione.
Il vantaggio competitivo delle aziende che vincono gli
appalti non è quello stesso che assicura la vittoria
nell’aria aperta del mercato libero; è qualcosa di
molto diverso e più sporco.
Un esempio: dal 2000 al 2005, i contratti pubblici
che si è aggiudicata la Halliburton sono cresciuti del 600
%, e il perché è ovvio.
La Halliburton è l’azienda di cui
è stato presidente Dick Cheney (che continua ad percepirne
gli stipendi): è questo il suo «vantaggio
competitivo».
Un altro esempio.
John Ashcroft, si ricorderà, è stato
ministro della Giustizia nel primo quadriennio di Bush, supercristiano
«rinato», moralista di ferro, intransigente
lottatore contro il «terrorismo globale».
Appena lasciata la carica pubblica, Ashcroft ha messo su un
ufficio di lobbysta, «vendendo» i suoi agganci
politici alle aziende vogliose di appalti pubblici da privatizzare.
Risultato: la città di Saint Louis - che
è la città natale di Ashcroft ha ricevuto dal
Dipartimento della Sicurezza Interna (Homeland Security) un aumento del
30 % dei fondi per la sorveglianza «contro il
terrorismo», mentre New York e Washington, le due
città effettivamente colpite dall’11 settembre, le
più esposte ad attacchi (ammesso si creda che i terroristi
siano islamici), hanno visto ridurre i propri fondi del 40 %.
A vincere gli appalti non sono le ditte più
efficienti, ma le più ammanicate: proprio quelle ditte che
probabilmente perderebbero posizioni sul mercato, e perciò
cercano la protezione della mano pubblica.
Avviene in Italia, persino alla Regione Lombardia di
Formigoni, dove solo l’iscrizione delle aziende alla
Compagnia delle Opere «qualifica» per ottenere
appalti.
Avviene a livello centrale, per il solo fatto che la
«democrazia» in fase terminale risponde alle lobby
più che ai cittadini, specie dal momento che alti funzionari
pubblici vanno e vengono liberamente dal «privato»
(pensate a Monti, Draghi, Prodi; fate voi altri nomi).
Ma anche ammettendo che le gare pubbliche
d’appalto fossero totalmente trasparenti e oneste (cosa
impossibile nella democrazia terminale degli affari), il momento della
«concorrenza» trionferebbe per un solo istante.
Poi, una volta vinta la gara, la competizione non
c’è più.
L’azienda vincitrice, da quel momento, agisce come
un monopolio.
Non deve più temere alcuna concorrenza.
E siccome ciò che ha vinto è una cifra
fissa per fornire certi servizi o opere, il suo incentivo al profitto
la spinge, in qualche modo la costringe, a fare la cresta
più grossa che può sul denaro dato.
Così trae il suo profitto: dal risparmio all’osso
sui costi per la fornitura di opere e servizi, insomma abbassandone la
qualità.
L’incentivo privatistico funziona al contrario,
appunto fornendo i servizi peggiori al costo più alto.
Così, in USA, migliaia di profughi
dell’uragano Katrina continuano ad abitare in roulottes
fornite dal settore privato, in attesa di essere affogati di nuovo
dall’ormai imminente stagione degli uragani del Golfo del
Messico.
Così in Italia Ferrovie, Poste e Telecom
«privatizzate» funzionano come i peggiori monopoli
possibili, perché devono rendere agli azionisti.
Inutile mettere a loro capo dei bocconiani con tanto di
Master in Business Administration: i monopoli agiscono secondo la
logica di monopoli.
I liberisti alla Einaudi sapevano ben distinguere i monopoli
«naturali» che non bisogna affidare ai privati:
questa ovvia intelligenza s’è oscurata nei nostri
«privatizzatori» senza testa, scimmiottatori di
ideologie che non capiscono a fondo.
In questo caso, parlo di Berlusconi e dei suoi boys delle
«grandi opere».
Ma certo il Nobel della stupidità spetta a Donald
Rumsfeld.
Questo storico cretino ha appaltato per concorso-appalto il
più inevitabile dei monopoli naturali: la guerra, convinto
di aumentarne «l’efficienza».
Così in Iraq, soldati di Stato che vanno incontro
alla morte per 17 mila dollari l’anno sono ogni giorno
affiancati da mercenari forniti da ditte private, come la Kellogg Brown
& Roots (filiale Halliburton), che guadagnano 12-15
mila dollari al mese: splendido incentivo al morale della truppa e alla
disciplina bellica.
La guerra privatizzata si rivela insieme disastrosa e
costosissima.
Forse, la sua stessa enorme durata dipende
dall’«incentivo» dei fornitori privati di
servizi bellici a farla durare quanto più possono.
Ultra-privatizzata anche la cosiddetta ricostruzione
dell’Iraq: la causa stessa, secondo Rich,
dell’invelenimento della popolazione occupata contro gli
americani, dell’odio degli iracheni per questi violenti che
sono allo stesso tempo incapaci di fornire energia elettrica, acqua
pulita e ospedali efficienti - che erano un dato assicurato sotto lo
statalizzatore Saddam.
La ditta che ha vinto il più degli appalti dopo
l’Halliburton, la Parson Corporation, doveva riattare 150
ospedali iracheni; ne ha riadattato venti.
Doveva costruire muri di cinta in 17 fortilizi che, secondo
Rumsfeld, avrebbero bloccato l’infiltrazione di
«terroristi dall’Iran».
Nemmeno una di queste muraglie è stata elevata.
Spesi già due milioni di dollari su quattro per
ridare l’elettricità alla gente, la maggior parte
degli iracheni riceve energia elettrica per un’ora al giorno,
spesso per un’ora ogni quattro giorni.
Bambini, malati e feriti muoiono negli ospedali
senz’aria condizionata, nel proibitivo clima iracheno.
Privati di lusso fanno miliardi fornendo (hanno vinto
l’appalto) giubbotti corazzati ai soldati USA: i marines li
hanno rifiutati perché facilmente perforabili.
Il corpo del Genio ha obbligato la Parson ad abbandonare la
costruzione di nuovi carceri (appalto da 100 milioni di dollari) visto
che la ditta è in ritardo di due anni per la consegna.
Nel complesso, almeno 30 miliardi di dollari (40 mila
miliardi di vecchie lire) di soldi dei contribuenti sono stati ingoiati
in queste inefficienze e malversazioni del
«privato» goloso di appalti.
E naturalmente i responsabili privati del disastro pubblico
non vanno in galera, perché hanno buoni amici nel governo.
C’è da chiedersi se
l’alternativa - la giudiziarizzazione della vita, il
tintinnare permanente delle manette e le intercettazioni continue su
ogni atto privato per il solo fatto di essere in rapporto col pubblico
- sia davvero appetibile.
Eterogenesi tragicomica dei fini, la privatizzazione per
«concorso d’appalto competitivo» amplia
enormemente il controllo pubblico sul «mercato»
presunto.
Gli americani che pensano, almeno, stanno cominciando a
capire che il «mercato» e le «iniezioni
di privato» non possono sostituire il senso dello Stato.
Che le privatizzazioni hanno profondamente demoralizzato,
ossia privato di moralità, il settore pubblico, trascinando
nel fango (ma la parola deve essere più forte) la
legittimità e la dignità dello Stato: ormai
trasformato in un’accolita di cricche intese a saccheggiare i
fondi pubblici per profitti privati, anche a costo di vite umane -
irachene ed americane alla pari.
Ma proprio per questo, la resipiscenza non ci rallegra.
La bancarotta della privatizzazione applicata al settore
pubblico, che presto diventerà una cultura nuova negli Stati
Uniti e implicherà una certa misura di ritorno
all’antico, «meno mercato e più
Stato» (Frank Rich rievoca il New Deal di Roosevelt, che fu
un grandioso tentativo di nazionalizzazioni e lavori pubblici contro i
disastri della crisi privatista del ‘29), da noi
avrà un solo effetto probabile: fornire alibi agli
statalizzatori ideologici attardati, paleo-comunisti e burocrati.
Da noi, il senso dello Stato negli statali è
stato sempre debole, infinitamente più debole che in USA e
in Gran Bretagna; l’orgoglio e la competenza nella gestione
di monopoli naturali, sempre vacillante.
Per troppi, lavorare nello Stato non significa un alto
impegno morale (che viene ritenuto «fascista») a
servire la cittadinanza nel modo migliore possibile.
Si tratta di servirsi, invece, riempiendosi il piatto: negli
ultimi 5 anni, le paghe degli statali sono aumentate del 30 %, mentre
quelle dei dipendenti privati del 15 %; è questo
l’andazzo dominante. Negli anni delle cosiddette
privatizzazioni, i grand commis pubblici hanno lucrato e approfittato
dell’ideologia privatizzatoria; ora lucreranno nel nuovo
clima ideologico statalista.
Già sacralizzano - vedi Ciampi, Scalfaro,
Napolitano - i loro privilegi indebiti, di casta sicura e inamovibile,
e proteggono la loro inefficienza truffaldina con la maestà
della legge.
E guardano con ostilità non celata alla domanda
che viene dal settore privato vero, ossia dai cittadini che vogliono
semplicemente vivere e migliorare senza sconti, ma anche senza troppi
legami inutili.
Una gragnuola di regolamentazioni - puntigliose, minuziose e
ostili - sta per cadere addosso a questo settore, che è la
sola vera risorsa, e che già ne subisce troppe, mai
smantellate nell’era ideologica precedente (2).
La soffocherà.
Soffocherà la libertà:
l’esercizio della volontà, che è la
libertà privata, viene sempre più messa sotto
controllo, anzitutto giudiziario e intercettatorio.
Si salvi chi può.
Maurizio Blondet
Note
1) Frank Rich, «A shadow government rife with
corruption», New York Times, 26 giugno 2006.
2) A questo proposito, consiglio la lettura del
blog www.limprenditore.blogspot.com.
Un’azienda privata non riesce ad ottenere dal settore
pubblico l’autorizzazione per asfaltare una rampa,
che è suo proprio terreno, dove deve far passare i TIR.
Alcune leggi fiscali più dure del passato diventano
retroattive grazie al governo di sinistra (sicurezza del diritto). Le
strane banche italiane (la loro liberalizzazione non è mai
avvenuta) si comprano l’un l’altra crediti
inesigibili, evidentemente per nascondere i profitti enormi sotto
perdite fittizie. Un imprenditore riceve oggi il rimborso di un suo
credito che giaceva…dal 1992. E’ solo qualche
esempio. Lettura altamente istruttiva.
Tratto da: www.effedieffe.com
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.