«Otto morti nell’ospedale di Taranto, il ministro
ordina ispezione», dice l’Ansa.
Livia Turco potrebbe utilmente indagare su come si diventa primari
negli ospedali, nel sud come nel nord.
Come si gestiscono le ASL.
Il Servizio Sanitario Nazionale è in realtà
«regionale»: un assurdo logico.
Ma lo hanno voluto così, perché le cricche
regionali
potessero riempire i loro ospedali di raccomandati di partito.
Un servizio chiamato «nazionale», offre in
realtà ai
pazienti cure regionalizzate, pessime al sud, un po’ migliori
al
nord, con grandi sprechi dovunque.
Ad essere «nazionale» è solo il pagatore
dei conti
in rosso: il contribuente italiota, convinto pure che la medicina sia
più o meno gratis, a parte il ticket.
Il 70% del disavanzo del servizio sanitario nazionale è
dovuto a
sole tre regioni: il Lazio (da solo, il 30%), la Campania e la Sicilia.
Sono le tre regioni che andrebbero abolite - per indegnità e
clientelismo criminale - e assoggettate ad un governo e ad un controllo
assolutamente centralizzati.
Come podestà di queste tre regioni si dovrebbero richiamare
in servizio, se sono ancora vive, delle vecchie SS tedesche.
Con carta bianca.
Anche per appendere ai lampioni gli individui che identificheranno, con
sul petto un cartello (in gotico): «Ha preso
tangenti»,
«Ha raccomandato la figlia come primario».
Invece no.
Lo Stato ripiana di continuo le perdite e le ruberie delle regioni
mascalzone.
La burocrazia inadempiente statale sostiene le burocrazie inadempienti
locali.
Prodi, dalla Finanziaria con cui ci ha risucchiato gli ultimi
quattrini, ha assegnato 2,3 miliardi di euro al servizio sanitario del
Lazio, che in tre anni ha accumulato un deficit di 3,9 miliardi di
euro: ecco altri soldi, continuate a malaffare.
La colpa è della giunta precedente, tenuta da AN; ma quella
di poi, del sinistro Marrazzo, non è da meno.
La ministra Turco potrebbe indagare sulla seguente questione:
perché un apparato di cura e sanità - compiuto
essenzialmente tecnico - deve essere assegnato alla politica
politicante?
Perché i consigli d’amministrazione delle ASL sono
pieni
non di medici, ma di trombati dei partiti, che così almeno
si
lucrano i gettoni di presenza, e possono trafficare in favori e posti?
Altre regioni, Campania, Abruzzo, Molise, Liguria, Sicilia, si
spartiranno 2,5 miliardi dei contribuenti.
Con nessunissima garanzia che gestiranno seriamente la salute.
Anzi.
Almeno, le regioni Piemonte, Lombardia, Veneto hanno aumentato
l’addizionale IRPEF per ripianare: riconoscono la
loro
responsabilità nel malaffare sanitario, e si prendono le
rabbie
dei cittadini italioti.
Le più inadempienti, come Lazio e Sicilia, hanno
«abolito» i ticket sui farmaci: misura demagogica
che
sarà gradita dai loro elettori italioti.
Tanto, paga il contribuente.
Gli elettori italioti, poi, sono però quelli che muoiono
perché i delinquenti raccomandati, la figlia del mafioso
(come
in Calabria) o il laureato per il rotto della cuffia ma col
papà
potente in Regione, scambiano la bocchetta del perossido di
azoto
con quella dell’ossigeno.
Aumenta il numero degli italioti che entrano per farsi rifare il naso
dal chirurgo plastico siculo, che s’è pagato il
posto con
tangenti ed ora si rifà con vari trucchi, ed escono morti
stecchiti.
Stecchiti e contenti.
L’ultima riforma ha cambiato il nome delle USL in ASL:
così, per miracolo, sono diventate
«aziende»,
gestite da «manager».
Ovviamente, la magia non funziona: i «manager» sono
i
vecchi politici trombati, a cui il titolo di
«manager» ha
fruttato paghe da «manager», e non da fancazzista
statale.
Il nome doveva introdurre «l’efficienza del
privato».
Ma naturalmente non ha cambiato la natura delle ASL, di cosche di
malaffare mafioso, e ne ha solo aumentato i costi.
Gli emolumenti sono, infatti, quelli del «settore
privato»:
emolumenti che, se fossero davvero nel privato, sarebbero collegati a
responsabilità massime, al licenziamento in tronco per chi
sbaglia o truffa o si dimostra incapace.
No, per questo aspetto le ASL sono «pubbliche».
Ci sono 195 ASL in Italia, altrettanti centri di spesa inconsulta e di
gestione irresponsabile a piè di lista (e di cimitero).
Ciascuna ha un direttore generale, un «manager» che
è nominato dalla Regione, ossia nella clientela politica al
momento al potere.
Questo presunto «manager» a sua volta si sceglie i
compari, un direttore amministrativo e uno sanitario.
La Regione inoltre elegge una serie di consigli (sanitario, sindacale,
di direzione): altrettanti gettoni di presenza agli amici, e amici
degli amici.
Il risultato è un disavanzo pari allo 0,4% del prodotto
lordo nazionale, accollato al contribuente nazionale.
Tanto denaro servirà almeno a pagare i fornitori di siringhe
e pannoloni?
No: la Campania e il Lazio paga con un ritardo medio di 600 giorni,
quasi due anni.
No, i soldi per i fornitori non ci sono mai.
Ci sono per i gettonati e i compari, i politici di professione falliti,
i mafiosi di riferimento, i vincitori di concorsi primariali truccati e
di docenze collusive.
E gli italioti, contenti.
Contenti di pagare.
E anche contenti di morire quando i raccomandati in quota-partito,
dunque per definizione i più incompetenti, li ossigenano con
l’azoto.
Contenti, o almeno consenzienti: i morti di Taranto mica si lamentano
per chi hanno votato.
Hanno praticato, burocraticamente, il silenzio assenso.
Chi giace, come si sa, acconsente.
Maurizio Blondet
Tratto: da effedieffe.com
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.