L’ultimo messaggio di Osama bin Laden - quello
dove il protagonista fa l’elogio funebre della sua
«spalla», Al-Zarkawi - era stato addirittura
annunciato in anticipo.
Un sito web islamico (come al solito, nulla viene
specificato in proposito) avrebbe annunciato un imminente messaggio del
capo diretto «alla nazione islamica, ai mujaheddin in Iraq e
alla Somalia».
Un annuncio pubblicitario che portava il marchio di
As-Sahab, descritta dalla Associated Press (non scherzo) come
«la casa di produzione dei video di Al-Qaeda».
Ma di fatto, a segnalare il «prossimamente sui
vostri schermi» sono stati due istituti americani, il SITE
Institute e l’IntelCenter, definiti (senza ridere)
«due gruppi indipendenti con sede in USA che forniscono
informazioni anti-terrorismo al governo e ai media».
IntelCenter ha informato che il messaggio promesso sarebbe
stato diffuso entro le 36 ore (1).
Quando è arrivato, l’audio messaggio,
di 19 minuti, è risultato adorno di vecchi video di
Al-Zarkawi e di una foto fissa di Bin Laden.
La Cia ne ha confermato l’autenticità.
E’ dal 2004 che Bin Laden non appare
più in video.
Nel 2005 non ha diffuso alcun messaggio.
Ma quest’anno la casa di produzione si
è attivata a pieno ritmo: quattro audio, una vera campagna
mediatica.
L'immagine realizzata dalla IntelCenter, mostra Osama bin
Laden con sotto il logo As-Sahab.
In gennaio, Osama bin Mossad disse di aver pianificato un
ulteriore attacco contro gli USA (non avvenuto, ma ha prodotto qualche
brivido di prima serata).
Ma nei tre seguenti, il capo si è dato
soprattutto al giornalismo d’opinione, limitandosi a
commentare i fatti del giorno: sul progetto ONU di una forza di pace in
Sudan, su Zacharias Moussaoui, condannato per essere «il solo
terrorista dell’11 settembre sopravvissuto»
(sopravvissuto perché era in carcere da agosto) e che Bin
Laden ha scagionato.
Nell’ultimo messaggio, si stupisce Diaa Rashwan,
un esperto egiziano di gruppi militanti, Osama rivela (forse suo
malgrado) una scarsa conoscenza diretta di quel che fa in Iraq la sua
associazione, «Al Qaeda in Irak» appunto.
Non sembra conoscere il nome del successore di Zarkawi (che
risponde allo pseudonimo di Abu Hamza al-Muhajer,
«Emigrante»), e dice soltanto: «La
bandiera non è caduta, è passata da un leone a un
altro».
In generale, si tiene sul vago.
Osama risponde alla domanda, scomoda per il Pentagono, che
tutti si pongono: come mai Al-Zarkawi, anziché dedicarsi
alla guerriglia contro l’occupante, s’è
prodigato a massacrare esclusivamente sciiti?
La risposta di Bin Laden e della sua casa di
produzione: Zarkawi ha avuto «chiare
istruzioni» di concentrarsi sulle forze USA in Iraq, ma anche
«su coloro che si mettono in mezzo per combattere dalla parte
dei crociati contro i musulmani; egli doveva ucciderli chiunque
fossero, senza riguardo alla loro setta o tribù».
Strano, perché il 28 settembre 2001 Osama disse
il contrario.
Non in un audio o video di ignota provenienza, ma in
un’intervista rilasciata al giornale
«Ummat» di Karachi, dove il giornalista aveva visto
di persona il vero Osama.
Costui, fatto notevole, aveva negato ogni sua partecipazione
al mega-attentato dell’11 settembre:
«Ho già detto che non sono coinvolto
nell’11 settembre. In quanto musulmano, evito di mentire. Non
avevo nozione di questi attacchi, né considero un atto
lodevole l’uccisione di donne, bambini o esseri umani
innocenti. L’Islam vieta rigorosamente di fare danno a donne,
bambini ed esseri umani innocenti. Tale pratica è vietata
anche durante una battaglia».
Il sito Public Action reca per intero
l’intervista, che ebbe luogo a Kabul.
A seguito di questa intervista (mai diffusa in America), la
nota casa di produzione dei trucchi dovette correre ai ripari: produsse
e diffuse, il 7 ottobre 2001, il video dove un Bin Laden più
grasso, più vecchio e più scuro di pelle, in una
«casa di talebani», si rallegra sghignazzando con
ospiti e amici islamicissimi del massacro dell’11 settembre.
Abile montaggio, esterni ed interni, con almeno due
telecamere in azione.
Era all’opera un vero regista; probabilmente
As-Sahab era già stata fondata.
A quanto pare Osama ha cambiato parere.
C’è un’evoluzione nel suo,
chiamiamolo così, pensiero strategico.
Ora è bene ammazzare sciiti e donne innocenti in
massacri indiscriminati; al punto che può definire
Al-Zarkawi «un cavaliere, un leone».
Ma le contraddizioni e le lacune non spaventano la fabbrica
dei trucchi.
Basta organizzarne un altro, sempre nuovo, per far vedere
che i terroristi ci assediano da ogni parte, e che «la lunga
guerra» (nuovo termine che ha sostituito ufficialmente quello
di «guerra al terrorismo globale») è
dunque più che giustificata: fra poco anche contro
l’Iran e la Siria.
L’esempio più recente è il
caso dei «terroristi islamici» americani al cento
per cento, abitanti a Liberty City, il quartiere povero di Miami, che
volevano distruggere la Sears Tower di Chicago.
Il gruppo si autonominava «Mare di
Davide», e mescolava elementi teologici di cristianesimo,
islamismo ed ebraismo: insomma una delle tante fanta-religioni che
l’America crea senza risparmio. Il capo della setta, un uomo
di colore di 32 anni chiamato Narseal Bastiste, ha preso contatto con
quello che credeva «un rappresentante di Al Qaeda»
per l’acquisto di esplosivi.
Il contatto non doveva essere quello giusto,
perché subito dopo una torma di agenti dell’FBI
hanno fatto irruzione negli scantinati usati dalla setta arrestando
tutti.
Con loro grande delusione (dell’FBI), nessuna
traccia di esplosivi ed armi.
Le sole cose prossime all’armamento erano
quantità di «anfibi» militari usati dai
«terroristi» nelle loro
«esercitazioni»: oggetti che ogni americano
possiede (2).
Adesso l’avvocato David Markus, che presiede
l’Associazione dei Difensori Penali della Florida, dice:
«Un tempo a Liberty City giravano soprattutto informatori ed
agenti sotto copertura che incastravano i ragazzi per droga; oggi
sembra che stiano creando cellule terroristiche».
I genitori degli arrestati parlano del guru, Bastiste, come
di uno che aveva reso scemi i figli, inducendoli con le sue chiacchiere
mistiche ad ore ed ore di lavoro gratuito.
Pierre Augustine (haitiano d’origine) dice che i
suoi figli «sono diventati musulmani», ma aggiunge:
«Non vanno mai da nessuna parte. Come possono aver avuto
contatti con Al-Qaeda? Nemmeno sanno cosa vuol dire
terrorista».
Cuore di padre, d'accordo,
Ma intanto, la notizia della scoperta della pericolosissima
setta era già su tutti i media; enormi interviste ad
«esperti del governo», che proclamavano il rischio
evidente di «vedere nascere cellule terroristiche in casa
nostra».
David Heyman, uno degli esperti dell’Homeland
Security, s’è prodotto in confronti con le cellule
«islamiche» di cittadini britannici che hanno
provocato gli attentati nel metrò di Londra…
Grandi brividi in prima serata.
Quel che ci vuole, quando le cose vanno male in Iraq per
Bush; i sondaggi vanno anche peggio, e Israele sta massacrando i
prigionieri di Gaza con atti da Norimberga.
I ragazzotti haitiani di Miami saranno sicuramente assolti
da un giudice appena serio, che sappia distinguere tra
«membri di Al Qaeda» e gente che
«aspirava» a diventare membro di Al Qaeda, o che
probabilmente si è vista offrire da un agente (non di Al
Qaeda, ma dell’FBI) di entrare nell’organizzazione.
Ma l’effetto mediatico è raggiunto.
La fabbrica dei trucchi deve lavorare a pieno ritmo, in
questi tempi difficili.
Tanto ci saranno sempre un Magdi Allam, un Giuliano Ferrara,
in mancanza di meglio un Massimo Introvigne a confermare che il
pericolo è reale, che il messaggio è autentico,
che la voce è proprio quella di Osama, che
l’esistenza stessa di Israele è in pericolo se non
si bombardano Iran e Siria.
Maurizio Blondet
Note
1) Lee Keath, «Bin Laden lauds Al-Zarqawi; readies
message», Associated Press, 30 giugno 2006.
2) Carmen Gentile, «US terror plot: separating
fact from fiction», ISN Security Watch, 30 giugno 2006.
Tratto da: www.effedieffe.com
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.