L’EVASIONE NUOCE AGLI
ONESTI, MA
LE TASSE GIOVANO AI LADRI.
RISPOSTA ALLA GUARDIA DI FINANZA
Il
Col. Dino Pagliari, Comandante provinciale delle Fiamme Oro, nella sua
intervista pubblicata su La Cronaca di Mantova del 6 Luglio, denuncia
innanzitutto la natura culturale del problema dell’evasione
fiscale: un circolo vizioso di furbizia e sfiducia, tipico della
mentalità italiana. In un paese in cui si sa che tutti o
quasi, di fatto, violano le regole (evadono le tasse), a cominciare da
chi è alla guida delle istituzioni, come mostra il celebre
libro La Casta di Stella e Rizzi, è semplicemente logico
violarle per non restare svantaggiati e pagare anche per gli altri.
Tanto più che, essendo un po’ tutti a violarle,
è improbabile essere puniti. Una logica insuperabile. Come
sottolinea giustamente il Col. Pagliari, è un circolo
vizioso, anzi un vortice vizioso: chi la fa, l’aspetta; ma
chi l’aspetta, cerca di farla per primo!
Da queste corrette premesse deriva una prognosi di sfascio
irreversibile.
Primo punto: quel circolo vizioso non riguarda solo gli
obblighi fiscali, ma tutte le regole, giuridiche e organizzative.
Ossia, la popolazione e la Casta che la governa non credono nelle norme
in generale, non si aspettano che vengano rispettate, e non le
rispettano. Dato che il rispetto delle norme è
l’essenza di ogni organizzazione, gli Italiani non riescono a
organizzarsi, a costruire un sistema-paese efficiente,
perché ciascuno o ciascun gruppetto si fa gli affari suoi e
cerca di fregare gli altri approfittando del potere o delle risorse che
si ritrova. Mordi e fuggi. Di fatto, il sistema-paese non funziona o
funziona molto male. Così, un corpo in cui le singole
cellule si mettessero a comportarsi in modo non coordinato, ciascuna a
suo talento: sarebbe non un organismo vitale e competitivo, ma un
organismo malato di cancro. Gli italiani non riescono a creare forme
organizzative complesse ed efficienti, in grado di reggere la
concorrenza globale, perchè vivono (quasi tutti) secondo
quella mentalità e la legge del Menga. Questo significa che
il sistema paese Italia è, e sempre più
sarà, perdente, in un mondo che richiede sempre
più alte forme di organizzazione e specializzazione,
organismi con un numero sempre crescente di
“cellule” sempre più specializzate. Gli
italiani riescono ad organizzarsi efficacemente solo a livello
rudimentale, in organismi centrati su scopi elementari e mai di lungo
termine: le società commerciali, le corporazioni, le cosche
mafiose, i comitati d’affari, i vertici dei partiti politici.
Forme equivalenti, in termini biologici, a quelle di vermi composti da
poche centinaia di cellule. Si può uscire da questa
situazione? Si è mai visto nella storia un popolo, che dopo
aver perso la fiducia nelle regole e nei valori, sia riuscito a
recuperarla? No.
Secondo punto: premesso che tasse e contributi per i
dipendenti costituiscono per le imprese un fattore di costo di
produzione (ossia, quanto più l’imprenditore deve
pagare di tasse e contributi per produrre, tanto più aumenta
il costo che deve sostenere per produrre), per molte imprese
evadere il fisco è la condizione oggettiva per restare
competitive con la concorrenza (soprattutto di paesi con tasse e
contributi minimi), per poter restare sul mercato, per non chiudere,
per non licenziare. Se venissero costrette a pagare tutte le tasse e i
contributi, dovrebbero o cessare l’attività (e
magari trasferirsi all’estero) oppure (potendo) scaricare sui
loro prodotti il maggior costo di produzione, aumentando i prezzi.
Entrambe le soluzioni sono dannose per la collettività.
Quindi è semplicistico, demagogico e illusorio dire che sia
desiderabile costringere tutti a pagare le tasse. È uno
slogan che non tiene conto delle conseguenze. E che dire di quei
milioni di italiani che hanno un primo o secondo lavoro in nero? Se il
loro lavoro fosse costretto a emergere, costerebbe di più,
quindi probabilmente finirebbe. E per quale ragione logica o etica o
economica un giovane lavoratore dovrebbe pagare i contributi
pensionistici, dato che, per ben che vada, quando andrà in
pensione potrà recuperarne solo la metà,
poiché che la Casta, per ragioni clientelari, ha
concesso pensioni a milioni di persone che non avevano
versato o avevano versato poco, per non dire dei falsi invalidi?
Terzo punto: affermare che la popolazione avrebbe vantaggio
se non ci fosse evasione, presuppone che i soldi delle tasse siano
usati meglio, per gli interessi della collettività, dallo
Stato italiano che dai contribuenti. Ma, per gli interessi della
collettività, chi usa meglio i soldi: il piccolo
imprenditore che li usa per far andare avanti la sua azienda, per
mantenere i posti di lavoro, per competere con la concorrenza cinese,
rumena, marocchina; oppure la Casta (lo Stato, la Pubblica
Amministrazione)? In mano a chi, dei due, i soldi sono più
produttivi? La Casta li usa perlopiù per la spesa corrente
dell’apparato amministrativo più costoso e
inefficiente d’Europa, per aumentarsi gli stipendi, per le
sue auto blu (18 euromiliardi l’anno), etc.: il libro di
Stella e Rizzo non lascia dubbi. La piccola e piccolissima
imprenditoria e il lavoro autonomo sono, al contrario, la struttura
portante dell’economia nazionale e del lavoro reale, quella
che finora ha salvato il paese. Perché ha potuto evadere.
Quarto punto: non è vero che se pagassero tutti
le tasse, la pressione fiscale scenderebbe. Sarebbe vero, se il
fabbisogno dello Stato fosse determinato oggettivamente e onestamente.
Ma non è così: esso è in buona parte
creato ad arte, per scopi precisi. La Casta tende a prelevare in tasse
il massimo possibile, e sempre di più, perché usa
i soldi delle tasse per arricchire se stessa e per comperarsi il
consenso elettorale; gran parte della spesa pubblica è
inutile o sprecata. Le tasse che noi paghiamo, in buona parte, sono
usate per fini illegittimi. A cominciare da quei circa 90 miliardi
l’anno che lo Stato regala agli azionisti privati (in buona
parte stranieri) della Banca d’Italia per quei pezzi di carta
stampata che sono le banconote e per i relativi interessi sul debito
pubblico. Basterebbe una bella revisione dei bilanci della Banca
d’Italia e dello Stato, che riflettesse la realtà
economica togliendo di mezzo i criteri contabili fasulli che lo Stato
concede alle banche, per raddrizzare finanziariamente le cose.
Quinto punto: la Casta aumenta quanto può la
pressione fiscale, indipendentemente dai bisogni oggettivi, anche
perché quanto più toglie alla gente e alle
imprese, tanto più rende la gente e le imprese dipendenti
dalla redistribuzione (incentivi, sussidi, assistenza, etc.),
cioè dalla benevolenza della Casta stessa. Quindi rende
l’una e le altre più obbedienti e sottomesse a
sé stessa. Meno capaci di ribellarsi. La Casta riesce a
mantenersi al potere nonostante sia tanto palesemente e notoriamente
inefficiente e corrotta, proprio perché ha grandi
quantità di soldi dei contribuenti da usare per comperarsi
voti e supporti anche mediatici. Grazie a questi soldi, quindi, riesce
a vanificare i meccanismi (teorici) della democrazia rappresentativa e
a restare fissa al potere. È questa l’implicazione
principale del libro di Stella e Rizzi: la Casta è il
fallimento della democrazia rappresentativa perché legifera
e governa in rappresentanza dei suoi propri interessi e a spese del
popolo, anziché legiferare e governare per il popolo
elettore.
Sesto punto: se la Casta che impone e raccoglie le tasse non
rappresenta il popolo e non è possibile sostituirla
perché essa si compera i sostegni grazie ai soldi delle
tasse di cui dispone e alle leggi elettorali che essa vota a proprio
beneficio, allora, in base al principio fondamentale “niente
rappresentanza, niente tassazione”, le tasse sono
illegittime. Anzi, poiché la Casta ha vanificato il
principio della rappresentanza democratica, che è alla base
della legittimazione del potere politico, in Italia il potere politico
stesso, in base ai principi della nostra Costituzione, è
delegittimato.
Si potrebbe continuare, ma è ora di trarre le
conclusioni: i mezzi elettorali e i mezzi giudiziari hanno fallito, la
Casta rimane dov’è, a rubare e distruggere risorse
prodotte dal lavoro dei cittadini. I Francesi avevano una Casta, nota
come Ancien Régime, la quale, come la nostra, divorava e
distruggeva risorse, gonfiando il debito pubblico e opprimendo la
nazione. L’aveva portata alla bancarotta, allo sfascio,
all’inefficienza. E i Francesi se la sono tolta dalle spese
con la Rivoluzione. Sono insorti, e il colonnello delle guardie regie,
al momento giusto, alle Tuileries, non ha fatto sparare sul popolo, ma
contro il Palazzo delle tasse e dei debiti. Però gli
Italiani non sono i Francesi. Non ne hanno il coraggio, il senso di
dignità, di libertà. Non hanno la fiducia nelle
regole e la capacità di organizzarsi, necessarie per mettere
insieme una rivoluzione. Non sono nemmeno una nazione unica.
L’unica via d’uscita da questa situazione, che sia
a loro disposizione, e che del resto stanno tornando a praticare,
è l’emigrazione verso sistemi-paese più
efficienti e più sani.
Non stupiamoci che, in questa fase di declino, la
“grande” politica della Casta consista, a parte
dalla tassazione, nel privatizzare monopoli di servizi e beni pubblici
essenziali (per estorcerci con le tariffe monopolistiche quanto non ci
sottraggono col fisco), e nel privatizzare e vendere al
capitale straniero le imprese e i mercati strategici (chimica,
cantieristica, grande distribuzione, autostrade…). E grandi
pezzi della Banca d’Italia. Non stupiamoci che
l’azienda Italia segua le sorti delle grandi aziende in crisi
che non riescono a risanarsi da sé, e che vengono quindi
rilevate, a pezzi, dalla concorrenza.
Non perdiamo tempo a stupirci o in altre cose inutili
Perché gli ultimi ad andarsene saranno quelli che
alloggeranno peggio. Già 120 miliardi di Euro sono scappati
dall’Italia, nel primo anno del Governo Prodi.
MDL
Mantova, 12 Luglio 2007
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