C'è
uno Stato al mondo che ha violato 72 risoluzioni ONU e mai
nessuna superpotenza o nessuna coalizione internazionale è
intervenuta per obbligarlo a rispettarle.
Questo stato è Israele.
C'è uno Stato che ha invaso territori da cui non
si è mai ritirato, che ha sradicato popolazioni autoctone,
sostituendole con altre appartenenti ad una sola nazionalità
religiosa, provenienti da parti lontanissime del mondo, senza che
nessuno abbia osato parlare di pulizia etnica.
Questo stato è Israele.
C'è uno Stato al mondo che fa della lotta la
terrorismo il pretesto per esercitare uno spietato terrorismo di Stato
e una politica di spopolamento portata avanti a marce forzate e senza
che nessuno intervenga.
Martin van Creveld, noto docente di storia militare
all'università ebraica di Gerusalemme ha evidenziato che
ciò corrisponde ad una strategia precisa, perché
«se dovesse protrarsi a lungo, il governo potrebbe perdere il
controllo del popolo. In campagne come questa le forze anti-terrorismo
perdono perché non riescono a vincere e i ribelli vincono
perché riescono a non perdere. Considero inevitabile la
disfatta totale di Israele. Ciò significherebbe il crollo
dello Stato e della società israeliani. Distruggeremmo noi
stessi».
E in questa situazione, proseguiva, sempre più
israeliani finiscono per considerare il
«trasferimento» dei palestinesi (cioè la
loro deportazione negli Stati limitrofi nda) l'unica salvezza.
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato al mondo che ha violato il trattato
di non proliferazione nucleare e contro il quale non è mai
stata presa alcuna forma o anche solo minaccia di sanzione.
Questo Stato è Israele.
C'è
uno Stato al mondo dove un suo scienziato di nome Mordechai Vanunu,
che aveva collaborato alla realizzazione di quel progetto atomico, nel
1986 mostrò al giornale britannico Sunday Times fotografie
degli impianti nucleari di Dimona, nella regione settentrionale del
deserto del Negev, affermando che lì erano stivate ben 200
testate atomiche.
Prima che la notizia venisse pubblicata, i servizi segreti
di quel Paese, il Mossad, rapirono a Roma quello scienziato,
riportandolo a forza in patria e condannandolo a 18 anni di carcere
dopo un processo segreto.
Quello scienziato ha scontato i primi 11 anni e mezzo in
isolamento.
Quello Stato è Israele.
L'8 luglio 2004, secondo quanto riferito dalle agenzie AGI e
Reuters, «le autorità israeliane hanno detto al
direttore dell'AIEA El Baradei che il programma nucleare iraniano
rappresenta una minaccia per Israele. E certamente, se si vuole
seriamente avviare una prospettiva di disarmo in Medio Oriente, occorre
partire dalle dittature fanatiche e sostenitrici del terrorismo che non
nascondono neppure i loro propositi genocidi, non da una democrazia
costretta a difendersi per sopravvivere».
Peccato che molti anni prima un suo ex ministro della
Difesa, Moshè Dayan avesse affermato:
«Israele dev'essere come un cane rabbioso, troppo
pericoloso per darsi pensiero. Ritengo che a questo punto non ci sia
più speranza. Dovremo cercare di evitare che si arrivi a
quel punto, se è ancora possibile. Le nostre forze armate,
però, non sono al trentesimo posto nel mondo,
bensì al secondo o al terzo. Abbiamo la capacità
di trascinare il mondo intero nella nostra rovina. E vi assicuro che
accadrà, prima che Israele affondi».
Questo Stato è Israele.
C'è
uno stato al mondo che per anni ha collaborato con il Sudafrica
dell'apartheid per ottenere la fornitura di circa 550
tonnellate di uranio per l'impianto di Dimona e che nel settembre 1979
tenne con il regime di Pretoria un test nucleare congiunto nell'Oceano
Indiano.
Secondo il quotidiano ebraico Ha'aretz del 20 aprile 1997
all'inizio degli anni Ottanta questo Stato avrebbe aiutato il governo
del Sudafrica a sviluppare armi nucleari.
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato al mondo dove ancora l'apartheid
è «il principio primo di tutto il suo sistema
legale, oltre che la dimensione evidente e verificabile ad ogni livello
sociale, residenziale, del viver quotidiano. Tuttavia, la maggior parte
delle leggi approvate dal parlamento, non sembrano discriminatorie,
almeno nella forma. Se si analizzano con un po' di attenzione, si vede
subito che, alla base dì tutte c'è la
discriminazione tra 'ebrei' e 'non ebrei'».
Questo stato è Israele.
Chi afferma ciò non è un pericoloso
antisemita, ma Israel Shahak, ebreo, internato nel campo di
concentramento nazionalsocialista di Bergen Belsen e dal 1945
stabilitosi in Israele.
Secondo la legge - prosegue Shahak - «in questo
Stato deve considerarsi 'ebreo' chi ha avuto una madre, una nonna, una
bisnonna e una trisavola ebrea, di religione ebraica, oppure
perché si è convertito al giudaismo da un'altra
religione, secondo i criteri riconosciuti e accettati come legittimi
dalle autorità d'Israele.
Chi si sia convertito dal giudaismo a un'altra religione non
è più considerato 'ebreo'».
Questo Stato è Israele.
In questo Stato «vi è una legislazione
discriminatoria nei confronti dei non ebrei, che favorisce
esclusivamente gli ebrei in molti aspetti della vita».
Pochi sanno
- afferma Shahak - che il diritto di residenza, si fonda
«sul fatto che, in Israele, il 92% della terra è
proprietà dello Stato ed è amministrato dalla
Israel Land Authority secondo i criteri del Jewish National Fund (JNF),
affiliato all'Organizzazione Sionista Mondiale (World Zionist
Organization). Sono regole fondamentali del JNF la proibizione a chi
non è 'ebreo' di stabilire la propria residenza, di
esercitare attività commerciali, di rivendicare il proprio
diritto al lavoro e questo soltanto perché non è
ebreo. Al contrario, agli ebrei non è in nessun caso
proibito stabilire la propria residenza o aprire attività
commerciali in qualsiasi località d'Israele […].
Secondo le regole del JNF, ai non ebrei si proibisce ufficialmente di
lavorare le terre amministrate dalla Israel Land Authority.
[…]. E' severamente proibito agli ebrei insediati sulla
National Land subaffittare anche una parte delle loro terre agli arabi,
persino per tempi brevissimi e chi lo fa incorre in pesantissime multe.
Al contrario, non c'è nessuna proibizione se si tratta di
non ebrei che affittano le loro terre ad altri ebrei».
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato che pratica l'apartheid e non
subisce sanzioni né reprimende dal consesso internazionale.
C'è un legge in quello Stato, la Legge
dell'Ingresso del 1952, secondo cui «chi non è in
possesso di un visto o di un certificato d'immigrazione sarà
immediatamente deportato e non potrà più chiedere
il rilascio del visto».
Sembra una legge neutrale, precisa Shahak.
Peccato che la
definizione di chi ha le qualifiche per ottenere il visto d'immigrazione
si trova nella parallela Legge del Ritorno: solo «gli
ebrei».
Spiega Shahak che «la clausola della deportazione
degli 'stranieri' è applicabile solo ai 'non ebrei'. Il
Ministero dell'Interno non ha l'autorità d'impedire a un
ebreo, anche se ha precedenti penali e può costituire un
pericolo per la società, di esercitare il suo diritto a
stabilirsi in Israele. Solo un cittadino straniero non ebreo ha bisogno
del permesso, ma agli ebrei che giungono da altre nazioni vengono
subito concessi tutti i diritti e i privilegi previsti per i cittadini
d'Israele: il 'certificato d'immigrazione' conferisce automaticamente
la cittadinanza, il diritto di votare e di essere eletti anche se non
conoscono una sola parola di ebraico. Il 'certificato d'immigrazione'
dà diritto immediato alla 'cittadinanza' in virtù
del ritorno nella 'terra madre d'Israele' e a molti benefici finanziari
che variano a seconda della nazione da cui provengono gli 'ebrei'.
Per esempio, quelli che provengono dall'ex URSS ricevono
subito una 'gratifica complessiva' di $ 20.000 per famiglia. Le leggi
sulla cittadinanza del 1952 che, senza mai menzionare 'ebrei' e 'non
ebrei', sono il fondamento primo dell'apartheid, insieme alle leggi
sull'istruzione pubblica, alle norme della Israel Land Authority, che
garantiscono la segregazione delle terre e le leggi matrimoniali
religiose che sono mantenute separate dal codice matrimoniale
civile».
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato dove «nei documenti
d'identità che tutti sono tenuti a portare con sé
e ad esibire in qualsiasi momento, sotto la dicitura
'nazionalità' figurano le seguenti categorie: 'ebreo',
'arabo', 'druso', 'circasso', 'samarita', 'caraita' o 'straniero'. Dal
documento d'identità i funzionari dello Stato sanno subito a
quale categoria appartiene la persona. Malgrado innumerevoli pressioni,
il Ministero dell'Interno si è sempre rifiutato di accettare
la dicitura 'nazionalità israeliana'.
Sembra una beffa, ma a quelli che l'hanno richiesto, viene
risposto su carta intestata 'Stato d'Israele' che 'si è
deciso di non riconoscere una nazionalità
israeliana'».
Questo Stato è Israele.
C'è
uno Stato che impedisce a una parte dei propri cittadini di entrare
nell'esercito, riservando ad una
«nazionalità» solo, quella ebraica, il
monopolio dell'uso della forza militare: «la legge sulla
coscrizione militare del 1986 non sembra discriminatoria
perché usa l'espressione 'giovani di leva arruolati' come
termine universale e riferibile a tutti i cittadini d'Israele. In
realtà contiene un semplice marchingegno che ne fa una delle
leggi più discriminatorie, un vero e proprio pilastro
dell'apartheid: è la figura dell'enumerator, autorizzato a
chiamare i giovani ad iscriversi nelle liste di leva, a convocarli al
distretto con uno specifico richiamo alle armi. Nella legge si fa uso
del termine 'autorizzato', il che implicitamente lascia all'enumerator
la facoltà di chiamare, o di non chiamare alle armi, i
giovani in età di leva. Quelli che non ricevono la chiamata
sono automaticamente esentati dal servizio militare. E' semplicissimo:
quelli che dai documenti d'identità risultano appartenenti
al 'settore arabo' non vengono chiamati». (1)
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato dove oltre 100 palestinesi, tra cui
oltre 30 bambini, sono stati uccisi dall'inizio dell'anno dalle forze
armate e dove perfino Amnesty International ha denunciato l'uso
sproporzionato della forza contro i civili palestinesi.
Questo Stato è Israele.
C'è uno Stato in cui esistono due tipi di targhe
d'auto, immediatamente riconoscibili dal colore, giallo e azzurro: uno
per i cittadini israeliani ebrei, e l'altro per i cittadini israeliani
arabi.
Questo Stato è Israele.
C'è uno stato in cui - come riferisce il
quotidiano di Gerusalemme Haaretz - una neonata è stata
trattenuta per due mesi in un ospedale di Gerusalemme Est in attesa che
i genitori pagassero il costo del parto.
Quella bambina era la terza di tre gemelli e la
clinica ha dimesso solo 2 fratellini in attesa del saldo del conto.
Quella bambina è figlia di genitori che sono
sì cittadini israeliani, ma di
«nazionalità araba». (2)
Questo Stato è Israele.
Allora diciamolo: se deve essere, sia per tutti.
Esportiamo la democrazia.
In Israele.