Effetto - voto in USA:
Prodi manderà soldati in Afghanistan
12 novembre 2006
STATI UNITI
- L'effetto del voto in USA sarà questo, vedrete: che su
richiesta americana, Prodi D'Alema
e Parisi manderanno più soldati italiani in
Afghanistan.
E non in presunte operazioni di pace; a combattere i
Talebani.
Non è un'ipotesi: lo scrive a tutte lettere il
New York Times: «L'Europa
dovrà sobbarcarsi un peso maggiore»
nelle guerre di Bush.
Perché adesso che è stato licenziato
Rumsfeld, è più difficile dire di no alla Casa
Bianca.
Per capire che finirà così, basta
leggere i giornali della sinistra italiota, da La Repubblica a
L'Unità, a Il Manifesto, a Liberazione: tutti contenti
perché, dicono, in USA hanno vinto le sinistre.
C'è da ridere.
Ha vinto il partito democratico, che è cosa
completamente diversa.
I democratici USA si distinguono dai repubblicani
perché sono a favore dell'aborto e dei matrimoni gay; ma
sulla politica estera, vogliono la stessa cosa: garantire ed ampliare
l'impero americano. Chiamare Nancy Pelosi, la potentissima speaker
della nuova maggioranza democratica al Senato, una di sinistra,
è come chiamare «signora»
Vladimir Luxuria: il risultato di un malinteso davanti alla toilette.
Sul Medio Oriente, Nancy Pelosi è sulla linea,
diciamo, di Sharon.
In agosto,
quando i bombardieri israeliani devastavano il Libano dalle fondamenta,
proclamò che «Israele
si sta solo difendendo».
Gli israeliani la amano tanto che, ad Haifa, hanno
intitolato uno stadio di calcio al nome di suo padre, ex-sindaco di
Baltimora.
Nancy Pelosi - come la maggior parte dei democratici, del
resto - ha sempre votato a favore di tutte le avventure del presidente
Bush: sì all'invasione dell'Afghanistam, all'aggressione
all'Iraq, alla riduzione delle libertà personali motivate
dalla «lotta al terrorismo», sì alla
tortura, sì alla eliminazione delle garanzie legali per i
sospetti di terrorismo, sì ad una eventuale guerra anche
all'Iran.
Ciò che ha innervosito la Pelosi, i democratici e
il loro elettorato, non è che Bush abbia fatto delle guerre,
ma che le stia perdendo, e malamente.
Che Rumsfeld abbia fatto pasticci tali, e con tale arroganza
e incompetenza, che una decina di generali hanno chiesto le sue
dimissioni: fatto di gravità inaudita, che ha fatto capire
ai poteri forti statunitensi (il cosiddetto Establishment) che si
rischiava ormai una rivolta dell'apparato bellico più
potente del mondo.
I democratici
vogliono porre rimedio all'orrendo pasticcio, e riportare
l'egemonia imperiale americana al prestigio e alla
credibilità di prima.
Non a caso Nancy Pelosi ha dichiarato che
«l'impeachment per Bush è fuori
discussione» (e pensate se non lo merita, in confronto
all'impeachment di Clinton per quell'affaruccio di sesso), ed ha subito
offerto «collaborazione» al presidente azzoppato.
Sì, Rumsfeld è stato cacciato, e
tiriamo tutti un sospiro di sollievo.
Ma l'uomo che l'ha rimpiazzato, Robert Gates, non
è una colomba, anzi nemmeno un democratico: è un
duro, pragmatico conservatore, per decenni amico di Bush padre in tutte
le ascese di potere.
Perché in realtà è accaduto
questo alla Casa Bianca: che Bush padre, col blocco di potere che
guida, ha messo sotto gestione controllata il figlio fallito.
Non è la prima volta.
Anche negli anni '80, quando Bush figlio si buttò
nel business del petrolio e fondò una sua impresa in Texas,
chiamata Arbusto (l'equivalente spagnolo di
«Bush»), il ragazzo - che beveva parecchio - si
rovinò in pochi mesi.
La sua Arbusto, che aveva un buco di 1,3 milioni di dollari,
fu comprata (per 2,2 milioni) dalla Harken, ditta di un amico di Bush
padre dal nome abbastanza famoso, George Soros; che lasciò
che Bush figlio vendesse le sue azioni prima che la Arbusto dichiarasse
le perdite.
Un piacere fatto a papà.
Oggi, è
accaduto di nuovo.
Papà aveva dato al figlio la presidenza
dell'unica superpotenza rimasta, e lui ha fatto ancora un disastro.
Si è fidato di cattive compagnie, soprattutto
quei neoconservatori che hanno affiancato Rumsfeld come vice-ministri e
che l'hanno convinto fare «la guerra al terrorismo
globale» colpendo Saddam che con Al Qaeda non c'entrava
niente e che non aveva armi di distruzioni di massa, e che stavano
spingendolo a bombardare l'Iran.
Parlo di Paul Wolfowitz, Douglas Feith e di Dov Zakheim, i
tre vice di Rummy, che dentro il Pentagono avevano creato l'Office of
Special Plan, appunto la centrale neocon che, a forza di false
informazioni, propaganda e sottovalutazioni («Sarà
una passeggiata, ci accoglieranno a braccia aperte»),
ha portato l'America nel pantano sanguinoso dell'Iraq.
E si noti: mentre Rumsfeld ha pagato per la sua
incompetenza, questi signori non hanno pagato nulla, anzi.
Paul Wolfowitz è stato messo a capo della Banca
Mondiale, dove prende stipendi milionari e manovra miliardi (in
dollari); gli altri due si sono dimessi alla chetichella e se ne sono
tornati a capo delle loro attività, nell'industria e nel
commercio degli armamenti tra USA e Israele. Nessuno li chiama in causa
nemmeno in questi giorni.
Fatto sta che
papà Bush - il padrone della Carlyle, il
più grosso e potente fondo d'investimento per pochi intimi
ricchissimi, in cui erano soci anche i Bin Laden, e che prima dell'11
settembre si è accaparrato grosse quote delle aziende
militari di mezzo mondo - sta ora aiutando il figlio a raccogliere i
cocci.
Gli ha affiancato un suo amico fidato, James Baker, classe
1930, ministro sotto Reagan e segretario di Stato con Bush senior,
nonché vecchio volpone della politica (basti dire che lo
chiamano «Martello di Velluto»): Baker guida ora un
«Iraq
Study Group» che ufficialmente deve
«studiare» per il presidente fallito cosa fare in
Iraq, ma che in realtà gli darà gli ordini.
Secondo i ben informati, è stato Baker a
licenziare Rumsfeld: «Non
voleva», ha detto un ben informato, «uscire
con un piano per l'Iraq e vederselo distruggere da Rumsfeld. Si
è assicurato prima di avere al Pentagono un ascoltatore
recettivo».
Robert Gates è l'uomo giusto.
Anche lui vicinissimo a Bush padre da decenni, alla CIA ed
oltre; allievo per di più di Bent Scowcroft, un'altra
vecchia volpe della «vecchia banda» che
è tornata in scena a fare l'amministrazione controllata
della Casa Bianca.
Sono, va detto, dei realisti, dei pragmatici.
Non proclameranno, come Bush figlio, di avere il mandato
divino per combattere il terrorismo mondiale.
Né grideranno, come Bush figlio, che chi ha
votato per i democratici è complice dei terroristi: anzi
cercheranno l'aiuto dei democratici, perché si tratta di far
uscire l'impero americano dalla palta; e i democratici, che all'impero
ci tengono quanto loro, hanno già promesso la massima
collaborazione.
James Baker
Soprattutto non commetteranno la
cretineria di Rumsfeld: il quale, di fronte alle obiezioni
degli europei sull'intervento in Iraq, sputò sopra la
«Vecchia Europa» (la sola con degli eserciti
credibili, Francia e Germania) e si inventò la
«coalizione dei volonterosi», cioè di
chi ci stava senza discutere: e si trovò con alleati i
polacchi, i lituani, l'Italia di Berlusconi e l'Inghilterra di Blair.
No, anzi. Questi, i pragmatici, le vecchie volpi
dell'Establishment finanziario, all'Europa chiederanno collaborazione e
aiuto; la condivisione dello sforzo comune per risolvere l'orribile
problema creato da Bush figlio.
E per risolvere il pasticcio, anzitutto bisogna mandare
più truppe, stroncare in Iraq il massacro reciproco delle
milizie etnico-religiose, debellare in Afghanistan la riscossa dei
Talebani.
Probabilmente lo chiederanno già nell'imminente
riunione della NATO che sta per aprirsi a Riga in Lettonia. «Rumsfeld,
con la sua 'coalizione dei volonterosi', di fatto ha indebolito la
Nato», ha spiegato Toms Baumanis, capo
dell'Atlantic Council in Lettonia, e ciò ha dato la scusa ai
maggiori membri europei della NATO di chiamarsi fuori. «Adesso,
con la nuova maggioranza al Congresso, gli europei si trovano in una
situazione scomoda», ha concluso Jens van
Scherpenberg, un analista dell'Istituto Tedesco di affari
internazionali di Berlino: «Gli
si chiederà di addossarsi una parte del peso».
E non potranno dire di no.
Come dire di no,
ora che al potere non ci sono più i folli ma i pragmatici, e
al Congresso i democratici?
Il fatto è che l'appello alla NATO delle vecchie
volpi non lascia molte vie d'uscita agli europei: bisogna obbedire,
è un'alleanza militare.
All'indomani dell'11 settembre l'allora segretario NATO,
George Robertson (americano, naturalmente) invocò l'articolo
5 del trattato di fondazione dell'Alleanza: quello che stabilisce che
l'attacco ad uno degli alleati va inteso come aggressione all'intera
NATO.
Fu Rumsfeld a lasciar cadere la cosa: pensava di riuscire a
far tutto da solo, con 150 mila soldati americani e inglesi.
Le vecchie volpi di papà Bush non commetteranno
questo errore: Robert Gates, il nuovo ministro, invocherà
l'articolo 5.
E cosa credete che
farà Prodi?
Cosa faranno D'Alema, Rutelli e Bertinotti, dopo aver
salutato il voto americano come una vittoria «delle sinistre
americane»?
Manderanno i nostri soldati.
Specie in Afghanistan non possono dire no: perché
qui l'intervento è «legittimato» da una
risoluzione dell'ONU, e perché oggi la guerra la stanno
facendo da soli 8 mila soldati inglesi che sono ormai alle corde, e la
NATO chiede da mesi rinforzi per questi inglesi disgraziati, troppo
pochi per reggere ancora l'attacco dei Talebani.
I nostri soldati partiranno, e stavolta a combattere.
E i no-global, i pacifisti, le bandiere arcobaleno non
fiateranno, vedrete.
Non si tratta di servire l'impero capitalista, ma di aiutare
«i compagni al Congresso» ad uscire dal pantano.
E come si vide già quando D'Alema
mandò i nostri caccia a bombardare la Serbia, quando una
guerra è di sinistra, diventa buona e giusta, anzi pacifica.
Arcobaleno.
Maurizio Blondet
Tratto da: Effedieffe.com
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.