“Pensavo si trattasse di pazzia, ma ora comincio a
temere che si tratti di una cosa ignominiosa.”
Robert Louis Stevenson
Il mondo dell’informazione è una vera
macina, che tutto mastica, tritura e digerisce: se, poi, la digestione
richiede parecchio bicarbonato, questi sono affari nostri, non
dell’informazione.
Le recenti affermazioni di Mr. Luke di Montezemolo
– “il sindacato dei fannulloni”
– subito, peraltro, smentite dal dottor Fiat, sono state
troppo presto gettate nel dimenticatoio: non tanto per il tono
offensivo e terribilmente démodé
dell’esternazione, quanto per la sottovalutazione delle cause
che possono averla generata.
Qualcuno ha scorto in quella frase – sprezzante,
da vera”razza padrona” – il ticket per un
futuro ingresso in politica del signor Fiat: vuoi vedere che, alle
prossime elezioni, potremo scegliere fra Fiat e Mercedes, Lancia ed
AUDI? Poi, ripensandoci un attimo, ho scosso la testa: per operare
simili scelte, basta recarsi da un concessionario auto.
Forse un nuovo partito? E quale? Il MENEF, Movement
ENgeenering and Entourage Fiat, oppure il REGOF, Raggruppamento Esterno
Giovani Operatori Finanziari?
Di certo, il primo problema del nuovo partito sarebbe la
leadership: scartati la Moratti e Veltroni (entrambi parcheggiati nelle
due capitali dell’impero, nell’attesa di future
destinazioni) non rimarrebbero che il dottor Fiat e Mr. Luke.
La scelta sarebbe ardua perché i due individui
– pur ammettendo una certa somiglianza fisica –
divergono, e parecchio, per le loro impostazioni ideologiche.
Mentre il dottor Fiat sembra guardare più alla
tradizione – meglio quattro soldi da Prodi, sopportiamo il
sindacato, paghiamo qualche tassa in più e campiamo
tranquilli – Mr. Luke, come un rinato Brenno, getta
pesantemente la spada nella contesa: distruggiamo la Triplice ,
affondiamo Roma Ladrona, annettiamo l’Italia Meridionale alla
Libia ed il resto come nuova stellina della Stars and Stripes.
Inutile ricordare che, da simili prodromi, la linea politica
del futuro partito (d’ora innanzi, per comodità,
nel testo sarà MENEF-REGOF) nasce viziata da frantumazioni
laceranti.
Mai come oggi, per riuscire a dissipare almeno un
po’ di nebbia che avvolge il futuro
politico-industrial-finanziario del paese, conviene gettare lo sguardo
indietro, capire come si è giunti a tanto.
In simili frangenti, quando l’oggi è
così frastagliato da sembrare una ratatouille – e
non distingui nemmeno una melanzana da un peperone – conviene
affidarsi alla memoria. Sempre meglio dell’isteria vigente ed
istituzionalizzata.
Ricordo, in anni molto lontani, intorno al 1980,
un'intervista concessa da quello che allora poteva essere considerato
un altro signor Fiat: oggi, sappiamo che quel signor Fiat non ci fu
mai; a quell’epoca, però, non potevamo saperlo.
Non ricordo se la rivista era “Oggi” o
“Gente”, chi fu il giornalista che raccolse
l’intervista, ma ricordo bene quale signor Fiat rispondeva
alle domande e ne fui molto, molto stupito.
Un giovane Edoardo Agnelli – prima di Malindi,
prima del suo incomprensibile arrovellarsi su sé stesso
– rispondeva alle domande di un giornalista sul futuro della
FIAT. Non era forse l’erede dell’avvocato Agnelli?
Parlava di futuro industriale, di rapporti internazionali,
del cugino Giovanni Alberto, che aveva appena terminato il servizio
militare nei Carabinieri. Altra epoca.
Il fulcro dell’intervista era la visione che il
giovane Agnelli aveva del futuro, dell’azienda di famiglia.
Qualcuno, in quegli anni, ipotizzava una rivalità
fra i due cugini, ma era lo stesso Edoardo a dissiparla:
«Sono contento che mio cugino desideri occuparsi della FIAT
auto, della parte industriale, perché io vorrei occuparmi
dei rapporti internazionali del gruppo.»
Insomma, ben lontano dall’icona del giovane
debosciato che è passata alla storia (che dire, allora, del
nipote Lapo e del suo amore per le “piste”?),
Edoardo Agnelli spiegava qual era il suo pensiero, la sua visione della
più grande azienda italiana. E c’è da
stupirsi.
Erano anni nei quali si discuteva sul futuro dei trasporti
– mica come oggi, che si decide soltanto per il diktat di
questo o quel gruppo finanziario, per le vicinanze o per le divergenze
con la burocrazia europea – e la FIAT , ovviamente, era il
fulcro della discussione.
Il pensiero di Edoardo Agnelli, sinteticamente, era questo:
ritengo la FIAT una grande opportunità per
l’Italia. Il futuro tecnologico del paese, ovviamente,
dovrà essere deciso dalla classe politica: il compito della
FIAT sarà quello di farsi trovare preparata
all’appuntamento.
Il giovane Agnelli portava anche degli esempi: se la classe
politica deciderà di dotarsi di centrali nucleari (tema
molto sentito in quegli anni), la FIAT dovrà essere in grado
d’entrare in quel mercato. Se, invece, si
sceglierà la ferrovia, l’azienda
produrrà locomotori. Oppure navi, aerei: insomma, la visione
di Edoardo Agnelli era quella di un’azienda che era al
servizio del paese, mica quella di un gruppo che piegava il paese ai
suoi desideri.
Aprendo una parentesi, notiamo che questa impostazione fu
quella dei grandi gruppi industriali tedeschi (Krupp, Blohm &
Voss, Thyssen, ecc) che – nel bene e nel male –
seguirono le vicende politiche della nazione, nazismo compreso,
compiendo la loro funzione di produttori di beni.
Anche il cugino Giovanni Alberto, che diresse per pochi anni
la Piaggio , confermava quel modo d’intendere il futuro
industriale del paese: il sindaco comunista di Pontedera
dell’epoca, lo ricorda come una persona con la quale si
riusciva sempre a ragionare ed a trovare una soluzione soddisfacente
per tutti, un vero capitano d’industria, ma anche un sereno e
pacato mediatore fra interessi non sempre convergenti.
Non sapremo mai se le riflessioni di Edoardo Agnelli e il
comportamento del cugino avrebbero aperto una nuova stagione nei
rapporti fra il potere politico e gli imprenditori, fra chi deve
decidere cosa fare e chi deve attuarlo: un destino tragico si frappone
fra noi e quelle risposte.
Ma la FIAT è a Torino, verrebbe da dire, e mai
detto fu più vero.
A Torino regnava incontrastata Sua Maestà
Giovanni Agnelli, che oscurò per decenni anche il fratello
Umberto: lo inviò addirittura a Roma, a fare il senatore,
mentre il destino industriale dell’azienda lo decidevano lui
e Romiti. Già, Romiti.
Se ricordiamo la solidità dei modelli FIAT
dell’epoca, possiamo comprendere che non si puntava certo
sulla qualità, ma sul risparmio per accumulare capitali. Il
Paese? Il futuro del gruppo industriale? Il primo era visto come un
plebeo parco buoi: acquistate le nostre auto, altrimenti non trovate i
pezzi di ricambio, e quando iniziano a marcire – quando le
carrozzerie “fioriscono” di ruggine come cavolfiori
– metteteci dello stucco. Così s’andava
avanti.
Il Paese, inoltre, era considerato come
un’entità informe, da piegare, dirigere, sostenere
o cassare avendo come guida i soli obiettivi del gruppo FIAT. Memore
dei tempi che furono, soltanto pochi anni or sono, il giovane Lapo si
lamentò perché “lo Stato non acquistava
solo prodotti FIAT”.
L’accoppiata Gianni Agnelli-Cesare Romiti fu
vincente sotto l’aspetto finanziario: i due raggranellarono
fior di quattrini, per l’IFI e per gli azionisti, ma non
s’accorsero (?) che stavano scavando la fossa alla parte
industriale dell’azienda.
Venne il 1989, e fu rivoluzione.
Per comprendere la portata del 1989, riflettiamo che il
più esperto Ministro degli Esteri che mai l’Italia
abbia avuto – Giulio Andreotti – prima del fatidico
anno, giunse a dire che non avrebbe puntato il becco di un quattrino
sull’unificazione tedesca.
Quel mondo, quelle persone – nate e cresciute nel
mondo diviso in blocchi – non riuscivano nemmeno ad
immaginare il cambiamento. S’aprirono le porte del Paradiso o
dell’Inferno, secondo chi era sottoposto al giudizio di un
mercato diventato internazionale, globale, nel quale chiunque vendeva
ed acquistava senza più curarsi di frontiere e nazioni.
Il gruppo, in quegli anni, perse importanti collaborazioni
ed accordi (pensiamo alla vicenda SEAT, prima consociata FIAT e poi
finita nel gruppo Volkswagen) per giungere all’accordo con
General Motors – che doveva sancire l’ingresso
della FIAT nel “salotto buono”
dell’industria automobilistica mondiale – e che
terminò con un’ignominiosa
“liquidazione” da parte del gruppo americano.
Beccatevi ‘sti soldi ed andatevene: fate più danni
ad esserci che a non esserci.
Insomma, ci sono tanti modi di far soldi, di fare
l’imprenditore, ma non tutti portano alla buona manutenzione
ed alla crescita del pollaio: taluni, finiscono per vendere tutto al
macellaio, chiudere la porta alle loro spalle ed andarsene. Gli esempi
si sprecano: De Benedetti e Olivetti, Gardini e Montedison, Tanzi, la
Parmalat e “l’hobby” di falsificare i
certificati di credito con uno scanner.
Non sapremo mai se le risposte di Edoardo Agnelli era puri
idealismi oppure meditate analisi, così come non potremo mai
verificare se la “concordia” sviluppata a Pontedera
da Giovanni Alberto sarebbe migrata senza danni nei tetri corridoi di
Corso Marconi.
Di certo, sappiamo che il giovane Agnelli fu
“beccato” a Malindi, in Kenya, a farsi delle canne
o altra roba locale. Che strano, viene da pensare. Mezzo Parlamento si
fa le canne, sniffa e non ne beccano mai uno: se lo prendono, gli danno
un buffetto.
Nell’aria di Roma è presente la cocaina
e, stranezza, nessun rampollo di nobile lignaggio incappa in un
pattuglia antidroga. Nei paradisi delle vacanze, il fior fiore della
gioventù italiana si reca per dedicarsi a sontuosi festini,
dove la droga non è certo estranea. Oh, ne beccassero mai
uno!
Se chiamassimo a raccolta i commissari Maigret, Montalbano,
Sarti ed altri famosi inquirenti della tradizione letteraria, sono
certo che sarebbero insospettiti dalla veemenza e della risonanza che
ebbe, su tutti i media dell’epoca, la vicenda di Edoardo
Agnelli. Manco fosse stato il figlio di un impiegato
dell’anagrafe.
Probabilmente, chiederebbero un supplemento
d’indagine, seguirebbero qualche pista legata ai servizi
segreti internazionali: Maigret, alla fine, tormenterebbe la pipa,
Sarti si farebbe l’ennesimo caffé e
Montalbano, probabilmente, finirebbe per scrivere su un bigliettino
spiegazzato un indirizzo.
Di chi? Ah, saperlo.
Certo, non depone a favore di un tranquillo tran tran
familiare sapere che Margherita Agnelli – figlia di Giovanni
e sorella di Edoardo – sia ai ferri corti, carte bollate ed
avvocati in campo, per questioni d’eredità con i
figli. I quali, guarda a caso, si chiamano Elkann.
Questi rampolli Elkann, poi, sembrano d’acciaio
inossidabile: Edoardo fu preso a farsi le canne a Malindi, e fu
spiaccicato come il peggior debosciato della Terra su tutti i tabloid
dell’epoca. Lapo è stato preso, colmo di cocaina e
quasi in catalessi, in casa di un noto transessuale, in compagnia di
persone che definire “poco affidabili” è
solo un eufemismo: eppure, è già rientrato dello
staff FIAT. Miracoli dei tempi che cambiano? No, qui i miracoli sono
altri, solo che dovremmo chiederlo a Montalbano.
Se, da un lato, troviamo John e Lapo Elkann,
dall’altro ci sono il dottor Fiat e Mr. Luke, ai quali
l’azienda è stata affidata in extremis, prima del
definitivo tracollo.
Forte dell’esperienza maturata in Ferrari, il
dottor Fiat ha trovato un buon amministratore delegato –
Marchionne – e si è ricordato che la sua
“guida”, Gianni Agnelli, andava a vedere la
Juventus insieme a Luciano Lama.
Ha acconsentito alla politica sparagnina di Prodi: si
potrà togliere, forse domani, qualche punticino di tasse, ma
in cambio vogliamo la pace sociale. Insomma, il dottor Fiat vivacchia,
s’accontenta di quel che passa il convento: non ride, ma
nemmeno si dispera.
Talvolta riflette, e medita che quelle vecchie idee di
Edoardo – una grande azienda, moderna ed al servizio di un
paese avanzato – non erano poi tanto male, sì, non
c’era malaccio. Poi, sospira e se ne dimentica.
A volte – nessuno però ne conosce la
ragione – s’arrovella e si tormenta: non sappiamo
dove finisca in quelle notti di sofferenza, dove anneghi i suoi
tormenti. Come per magia, alla sua scomparsa, riappare Mr. Luke.
Costui ha la forza di Ulk e l’arroganza di un vero
capopopolo: arringa le folle imprenditoriali scatenando gli appetiti
più viscerali: siano schiavi! Noi, razza eletta!
Il giorno seguente il dottor Fiat smentisce, riunisce
capannelli di giornalisti per stemperare le follie notturne del suo
alter ego, ma il risultato non è sempre
all’altezza delle aspettative
Forse, la ragione di tanta sofferenza è tutta in
quell’antico dilemma: un gruppo industriale che punta
solamente a soddisfare gli azionisti – ma allora non bisogna
mai chiedere soccorso allo Stato, soprattutto quando le cose vanno male
– oppure una collaborazione sugli obiettivi e sui percorsi da
attuare – paritaria, con la verifica dei piani industriali
– con lo Stato e il sindacato?
Vorremmo fornire alla coppia una risposta univoca, ma
ciascuno faccia il suo: chi scrive, espone soltanto dei fatti e delle
idee. Ognuno, poi, ne tragga le conseguenze.
Di certo, però, in un momento nel quale
s’appressano grandi mutamenti –
bisognerà passare, prima o dopo, dai combustibili fossili
alle rinnovabili, dalle auto a benzina a quelle ad idrogeno –
una maggior collaborazione fra lo Stato e le grandi aziende produttrici
sarebbe auspicabile.
In Germania, dove questa tradizione è
più viva, sono già riusciti a compiere il primo
giro di boa: là, centinaia di migliaia di persone lavorano
nell’alta tecnologia legata alle rinnovabili.
I nomi? Alcuni nuovi, come Wuerth o Vestas ma altri sono
quelli di sempre, Siemens, ad esempio. E’ addirittura rinata
la Zeppelin , quella dei dirigibili, che oggi si chiama Zeppelin NT
(Neue Technologie), perché la rivoluzione nei trasporti che
porteranno i nuovi modelli tecnologici potrebbe trovare nicchie di
mercato anche per i vecchi “sigari volanti”, che
consumano pochissima energia.
Qualcuno si diverte a dissertare che i
“numeri” delle energie rinnovabili sono ancora
troppo esigui per assicurarci il futuro in campo energetico: in parte
è vero. Le stesse persone, però, dovrebbero
riflettere in una prospettiva storica (che non tutti sanno attuare): la
marineria velica continuò ad esistere per quasi un secolo
dopo l’avvento del vapore.
Anche se l’oggi non è completamente
soddisfacente sotto l’aspetto dei rendimenti energetici ed
economici, sappiamo che questi processi, una volta avviati, conducono a
regolari miglioramenti delle tecnologie utilizzate man mano che scorre
il tempo. Finché, un giorno, diventano economicamente
vantaggiosi e tutti richiedono quelle soluzioni.
Domanda: quando ciò avverrà, chi
sarà a beneficiarne? Chi avrà alle spalle decenni
di studi e realizzazioni, oppure chi si sarà soltanto
divertito a cassare tutte le ipotesi, senza proporre nulla? Le
“nuove” proposte sarebbero il carbone e il
nucleare?
Qualcosa del genere sta già avvenendo: la Cina ha
ripartito equamente i suoi investimenti in campo energetico fra il
nucleare e l’eolico. Chi sarà a ricevere quei
contratti, se quasi tutte le aziende del comparto eolico sono tedesche
e danesi?
E ritorniamo al nostro dilemma: perché
l’imprenditoria italiana piange miseria,
s’arrabbia, ricatta, foraggia e cerca appoggi nel mondo
politico? Queste schizofrenie non servono a niente: sarebbe meglio
stendere dei piani industriali convincenti.
L’indiana Tata produrrà dal prossimo
anno auto ad aria compressa, negli USA si studiano accumulatori
d’energia elettrica (batterie) che funzionano con reazioni
biologiche al posto delle tradizionali pile chimiche, per ovvi e
convincenti vantaggi di rendimento, e soprattutto, ecologici.
Tutto il mondo della trazione ad idrogeno è da
esplorare: dalla captazione d’energia alla trasformazione,
per giungere alla distribuzione ed all’utilizzo. BMW ed Honda
sono già un passo avanti rispetto agli altri.
Sull’energia, ci sono settori ancora poco
studiati: la geotermia – in Islanda hanno iniziato lo
sfruttamento delle caldere dei vulcani, non dei soli geyser –
oppure le correnti sottomarine. Inglesi e norvegesi hanno affondato
degli aerogeneratori modificati per sfruttare i passaggi obbligati,
dove la corrente marina è più forte, ma siamo ai
primordi, e chi trovasse valide soluzioni in quel campo assicurerebbe
al suo paese consistenti contratti e ricadute tecnologiche.
E’ mai possibile che nessuna azienda italiana sia
presente in questi settori? Nemmeno una produzione su licenza? In
Austria, esistono oramai consorzi ed associazioni che promuovono il
“fai da te” per la costruzione dei collettori
solari (acqua calda)! In Italia, il nulla.
Ci piacerebbe sognare una nuova Italia, dove lo classe
politica sapesse indicare le direttive da seguire e
l’imprenditoria facesse il suo mestiere, ovvero produrre
ciò che serve, privilegiando la qualità sulla
quantità. Forse, era il sogno di quel ragazzo che si
gettò da un cavalcavia autostradale – difficile
affermarlo con certezza, forse si trattò solo di un sogno di
mezza estate – ma, anche se così fosse, sarebbe
l’unico sogno che ci condurrebbe fuori dalle peste, e che
farebbe sparire finalmente i pessimi incubi, quelli di Mr. Luke.
Carlo Bertani
Tratto da: disinformazione.it
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