Avvicinarsi al regno animale ed alla natura, osservandone i
rapporti col regno umano, conduce alla possibilità di
soppesare il valore degli interessi conviviali di tutto
l’organismo sociale. Se possiedi un cane, sai probabilmente
che vi è più amore nei cani che negli umani, e
convivere con gli animali è a volte più facile
rispetto al convivere con i nostri simili. Come mai?
Le seguenti riflessioni sull’umana
convivialità sono dedicate a tutti coloro che per un motivo
o per l’altro si sentono oltraggiati da uno Stato,
controllato dai signori del bestialismo materialistico pratico,
occidentale ed orientale, che tengono in mano le sorti dei cittadini di
tutto il pianeta.
Premesso che la convivialità è opera
esclusiva di persone in grado di motivare la giustezza dei mezzi usati
(non secondo l’ottica del fine che giustifica il mezzo ma
secondo quella che ogni mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto) e
capaci di opporsi:
1°) alla corruzione del linguaggio quotidiano;
2°) all’idolatria della scienza;
3°) ed alla svalutazione delle procedure formali
mediante le quali vengono prese le decisioni sociali (senza
quest’opera il costo della difesa dello status quo non
può che salire vertiginosamente determinando esclusivamente
scontento, deprofessionalizzazione e progressiva depressione
economica);
premesso tutto questo, l’avvicinarsi al collettivo
PER LA CONVIVIALITÀ DI TUTTI è un bisogno
universale, spirituale e materiale, di ogni essere umano.
Questo bisogno di interazione con gli altri è
benefica comunione se capace di offrire continua sicurezza,
così come per esempio è rassicurante sapere che
il nostro frigorifero è pieno, o che vi sono persone che si
occupano di noi, per cui possiamo contare su un buon gruppo di amici,
colleghi, compagni, ecc., interagenti con altri, anche per vedere se le
rispettive esigenze si incontrano.
Senza il soddisfacimento di tale comunione, nascono
sostituzioni compensative, surrogati insoddisfacenti che sfociano poi
nella dinamica alienante della rimozione psicologica: come la carenza
di amore per gli animali (vedi ad es. l’uso delle cavie per
gli esperimenti scientifici) genera eccessi di amore per gli animali
diventando animalismo, sovvertendo così i relativi valori e
bisogni, così la carenza di comunione fra la gente diventa
comunismo. Nella misura perciò del sovvertimento dei valori
e dei bisogni universali umani, la comunione diventa comunismo. I
principi di qualsiasi relazione sono allora stabiliti in modo inverso:
si decide in un senso o nell’altro in quanto i principi non
si incontrano, scattano le divisioni, e nasce l’esigenza
della “rivoluzione”. Ma la rivoluzione per la
convivialità può generare sangue?
La capacità di riflettere sugli interessi
conviviali è infatti pure facoltà di prendere una
decisione netta di fronte ai principi dei nostri simili: o ci si
incontra coi nostri principi oppure non ci sarà relazione.
L’osservazione spregiudicata di un ordinamento
legislativo permette di distinguere fra comunione e comunismo nella
misura in cui nell’enorme quantità di leggi sulla
produzione, ce ne sia almeno una, in grado di garantire giuridicamente
al cittadino il godimento dei beni. Infatti, fra produzione e godimento
dei beni vi è necessariamente un rapporto funzionale, dato
che se io non sono certo di godere del risultato di una mia
attività, il mio incentivo a produrre viene meno.
La condizione essenziale per instaurare qualsiasi
procedimento produttivo è ovviamente la certezza del
diritto. Se però non solo non vi è neanche una
legge che garantisca il godimento dei beni, ma tutta la legislazione
inibisce al cittadino la proprietà dei mezzi di
produzione, tale certezza viene meno, e di fatto tutto concorre ad
espropriare il cittadino a favore dei governi. E dato che in un
organismo sociale non può esistere un patrimonio senza
proprietario, delle due l’una: o la proprietà
è dei cittadini, oppure è dei governanti: non
può essere dello Stato, inteso come pura astrazione,
poiché i fantasmi non esistono!
È paradossale che proprio là dove vige
il materialismo, si finisca poi per credere ai fantasmi. Ma
è la verità.
Il paradosso del materialismo, tipico della cultura di
Stato, consiste infatti nell’arrivare ad
un’immagine indefinita e nebulosa dello Stato stesso.
Questa è l’osservazione più
importante che puoi fare come cittadino per sviluppare al massimo la
tua sovranità, che è in realtà tuo
potere genetico connesso al diritto alla vita. Il diritto alla vita che
l’animalismo reclama per gli animali, dovrebbe essere
attribuirlo anche all’uomo. Ma non è
così.
Infatti ogni tentativo riflessione materialistica degli
interessi conviviali, deve necessariamente cominciare con la formazione
di nostri pensieri sugli oggetti osservabili. Iniziando col pensiero,
per es., della proprietà materiale o con quello dei processi
materiali di produzione (o col pensiero di qualsiasi altra materia),
abbiamo già di fronte due distinti gruppi di fatti: il primo
è quello degli oggetti del mondo materiale, il secondo
è quello dei pensieri immateriali sul primo. A questo punto
cosa fa (consciamente o inconsciamente) il materialista, o il
legislatore materialista, o il politico materialista? Per eliminare i
pensieri immateriali, dato che essi disturberebbero la sua concezione
materialistica del mondo (scrupolosamente poggiante
sull’oggettività scientifica per cui è
reale ciò che è materialmente percepibile, e di
cui si possa legittimamente dire “prendo atto”),
egli cerca di comprenderli, attribuendo al pensare la
facoltà di prodursi nel cervello, esattamente come
attribuisce al digerire quella di prodursi nell’intestino,
cioè concependo i pensieri come processi materiali. Cosa
succede allora? Succede che attribuendo alla materia
proprietà meccaniche e organiche, il pensatore (o il
legislatore) materialista attribuisce alla materia anche la
capacità di pensare, senza accorgersi che, così
facendo, non fa che spostare il problema: invece che a se stesso,
attribuisce la capacità di pensare alla materia. Ed eccolo
ritornato al punto di partenza: com’è che la
materia può pensare sulla propria natura, non
accontentandosi di accettare senz'altro la propria esistenza?
Ecco perché salta fuori poi la cosiddetta
“persona giuridica”, cioè lo Stato
fantasma, formato da uomini fantasma senza sangue e senza carne:
attraverso il materialismo distogliamo lo sguardo da un soggetto
determinato, dal nostro proprio io, ed attribuendolo ad una
“persona giuridica” da noi creata sulla carta,
arriviamo ad un'immagine indefinita e nebulosa, ritrovandoci di fronte
lo stesso enigma di partenza. Come fa un contenuto cartaceo a
svilupparsi per esempio economicamente?
Certamente il legislatore crea leggi scientificamente esatte
atte a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che
impediscano lo sviluppo. Però di fronte alle persone di
carne e di sangue è costretto a chiamarle “persone
umane”, come se esistessero anche persone non umane!
E di fatto è così! Le persone non
umane esistono, ma le ha create lui: le persone non umane, o le persone
senza contenuto umano, o le persone di carta, sono infatti create con
la denominazione “persone giuridiche”! Qui
però vi è un sovvertimento, dato che
l’io umano è trasformato in un
“non-io” cartaceo (“non-io” in
quanto la carta non può avere un “io”).
Allora vi è qui una vera e propria deformazione
pregiudiziale di ogni valore!
Proviamo allora a verificarlo nei fatti.
L’Art. 3 della nostra Costituzione infatti recita:
"[…] È compito della Repubblica rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la
libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana […]”. Delle due
l’una: o la parola “umana” è
una precisazione inutile, oppure è la prova che per il
legislatore esistono anche persone senza contenuto umano, dunque
fantasmi. La creazione dello Stato fantasma è dunque la
dimostrazione che la concezione materialistica non può
risolvere il problema, ma solo spostarlo: lo Stato di uomini di carne e
sangue è inteso come Stato di persone giuridiche cartacee.
Infatti, là dove vi è sovvertimento o
deformazione dei giudizi di valore, si generano i paradossi del
materialismo, tipico delle scuole di Stato.
L'art. 6 del capitolo 1° della costituzione
sovietica, affermava, per es., la seguente norma: “La terra,
il sottosuolo, le acque, i boschi, le officine, le fabbriche, le
miniere, le cave, i trasporti ferroviari, acquei ed aerei, le banche, i
mezzi di comunicazione ecc., sono di proprietà dello
Stato”, ed anche a questo punto dell’art. 6 il
legislatore precisava: “cioè patrimonio di tutto
il popolo”. Ma se è necessario precisare dove
è facile confondere, perché deve essere
necessario distinguere dove la distinzione non dovrebbe essere
necessaria?
Esattamente come nell’art. 3 della costituzione
italiana è percepibile l’inutile precisazione
espressa nella parola “umana”, allo stesso modo
nell’art. 6 della costituzione sovietica è
percepibile l’inutile precisazione espressa nelle parole
“cioè patrimonio di tutto il popolo”.
Queste inutili precisazioni sono infatti utili solo a
generare di fatto deformazioni psicologiche, che portate alle loro
estreme conseguenze, come teoria socialista, in ultima analisi NEGANO
LA PROPRIETÀ AL CITTADINO PER ATTRIBUIRLA ALL'ORGANO
STATUALE.
Quando infatti l'art. 6 parla di
“proprietà di Stato”, intendendo
“proprietà dell'organo dello Stato”, ha
bisogno di coniare un nuovo termine: “comunismo”.
Ciò significa che “communio”,
l’antico termine latino già coniato dal diritto
romano, che significa comunione, e che indica un modo di essere della
proprietà privata, lì non conta più,
anche se - e qui sta il paradosso - affermando che il patrimonio dello
Stato è di proprietà di tutti i cittadini, si
dovrebbe attribuirne la titolarità alla
collettività, cioè alla
“comunitas”, onde appunto
“communio”!
Dunque la parola “comunismo” non
significa proprietà di cittadino: perché LA
PROPRIETÀ DI CITTADINO È (e non può
essere altro che) PROPRIETÀ PRIVATA. E poiché le
scuole comuniste negavano la proprietà privata sui mezzi di
produzione, esse non potevano affermare di intendere la dizione del
citato art. 6 della costituzione sovietica nel senso che la
proprietà dello Stato sia di tutto il popolo,
cioè di tutti i singoli individui che compongono il popolo!
Oggi si crede ancora che la parola comunismo significhi
comproprietà, e su questo equivoco si regge fondamentalmente
tutta la carica falsamente rivoluzionaria del comunismo e
dell’anticomunismo attuali.
Il concetto di comunismo marxista è completamente
differente ed antitetico, infatti, a quello di comunione,
perché comunismo non è proprietà di
popolo - vale a dire comproprietà fra i cittadini - ma
attribuzione del potere patrimoniale al potere politico.
Quando però si va a vedere come si determini
praticamente nella società comunista il modo di vivere degli
individui, ci si rende conto che la distribuzione dei beni di consumo
è attuata mediante l'esercizio di un potere discrezionale da
parte dell'organo dello Stato, cioè da parte di chi detiene
il potere politico.
Siccome la proprietà è "godimento
giuridicamente protetto dei beni”, e siccome
l'“organo” è costituito dalle sue
cellule, “le persone fisiche che esercitano la funzione",
quando si attribuisce la proprietà all'organo, si ammette
l'assurdo che il componente l'organo possa godere per conto dei
cittadini!
Il soppesamento degli interessi conviviali è
dunque il potere di equanimità spirituale capace di
sperimentare il contenuto reale dell’idea di rapporto
organico che lega lo Stato al cittadino: infatti, delle due
l’una: o quel rapporto è retto secondo i principi
di uno Stato di diritto, poggiante su pensiero logico conforme alla
realtà, oppure non ha ragione di esistere, perché
altrimenti si crea schiavitù, vale a dire un rapporto
organico senza funzionalità in cui non è lo Stato
che serve il cittadino, ma è il cittadino che serve lo
Stato.
Il “sabato per l’uomo” di cui
parlava Gesù di Nazaret è allora invertito
nell’“uomo per il sabato”, appunto: lo
schiavo attuale.
Quando questa deformazione psicologica si determina,
all'irrazionalità dell'ordinamento corrisponde, nella
pratica della vita, una concezione allucinata di tutto il mondo dei
valori spirituali, perché tutti i giudizi di valore vengono
deformati.
Riflettere sugli interessi conviviali è dunque
l’unica via per ponderare la differenza tra la posizione del
cittadino e quella dell'uomo politico, fra il sabato per
l’uomo e l’uomo per il sabato, fra communio e
comunismo, fra patrimonio economico e proprietà giuridica,
fra rapporti con persone umane e rapporti con fantasmi
(“persone giuridiche”), fra convivialità
reale e “facsimile” di convivialità, ecc.
È normale che in uno Stato di diritto meramente
cartaceo vi siano problemi di giustizia, di libertà di
pensiero, e di fraternità fasulla chiamata
solidarietà.
Detenzioni ingiustificate di cittadini, imprigionati in
quanto dissidenti rispetto a leggi da loro ritenute inique, esattamente
come nei gulag o nei lager, diventano la norma sottaciuta da tutti
coloro che lo Stato ha spaventato attraverso la carta, vedi per esempio
in Italia la non giustificata detenzione - fino a prova contraria - di
Francesco Pazienza.
Al cittadino spaventato e turlupinato non resta pertanto che
chiamare “Ugo” il suo cane, tanto per proiettare
Fantozzi fuori di sé, e percepire da esso
quell’amore, che lo Stato fantasma non può dare,
dato che non può nemmeno arrivare ad animarsi animalmente,
essendo di carta.
N.V.
Questa č una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.