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COERENZA UMANA e ANIMALE


01-07-2006

Nel mondo animale può senz’altro dirsi coerente un esemplare il cui comportamento non contraddice la sua natura. Se per esempio una chioccia, dopo aver fatto le uova, non le covasse, potrebbe essere detta incoerente. Ma in tal caso bisognerebbe considerare che la coerenza animale non ha alcuna implicazione etica, dato che la coerenza qui riguarderebbe il mero istinto di sopravvivenza. La “logica” del mondo animale è sopravvivere, star bene, e la chioccia cova per star bene, come è nella sua natura animale.
Nel mondo umano si attribuisce di solito alla coerenza della chioccia un aspetto morale, ma si cade in errore: osservando che, dopo aver deposto le uova, la chioccia si pone dolcemente su di esse, si attribuisce a tale agire sincera dedizione, dato che di tanto in tanto, con la preveggenza di esperta massaia, la chioccia rivolta poi le uova in modo che il fecondo calore del suo corpo raggiunga tutte le parti dei grembi calcificati dove si sta sviluppando la sua covata. Così, grazie alla sua costanza e sollecitudine, infine le uova si schiudono, e ne escono i pulcini. Allora il mondo umano ingenuo trova qui un genuino esempio d'intelligente e responsabile maternità, che influisce perfino sul linguaggio e si dice per esempio “madre chioccia” per indicare una madre molto protettiva. Presto però il giudizio critico del mondo umano scopre che le cose non stanno proprio così. Infatti i dati di osservazione scientifica indicano che in seguito a certi processi ghiandolari, la chioccia, dopo aver deposto una covata di uova, avverte al petto un calore inconsueto; allora si guarda intorno in cerca di qualcosa di fresco che possa alleviare quella sgradevole sensazione di calore al petto, e si abbassa sulle uova perché le trova fresche; dopo un po' però queste cominciano a scaldarsi, e la chioccia le rivolta in modo che il lato fresco venga a trovarsi in alto, per poi tornare subito a godersi il refrigerio che esse continuano ad offrirle. Dopo che ha ripetuto questa manovra un sufficiente numero di volte, le uova si dischiudono e la chioccia, sbalordita, si trova davanti ad una covata di pulcini. In pratica essa è stata indotta con uno stratagemma del suo mero istinto naturale a star bene a sedersi sulle uova, e ciò ha dato risultati eccellenti come se la chioccia avesse saputo coerentemente che cosa stava facendo. È dunque una consolante illusione credere la chioccia sia dotata di coerenza morale quando, diretta dalle proprie ghiandole, si accovaccia sulle uova. La sua coerenza riguarda la ricerca del refrigerio, non l’accudimento protettivo dei suoi futuri pulcini.
Nel mondo umano è detto coerente colui che, con fatti o con parole, non disdice o contraddice ciò che prima ha affermato o pensato.

La coerenza in quanto umana è complessa, dato che c’è per esempio chi segue il bene per pigrizia intellettuale - vale a dire dando per scontato che le regole morali dettate da altri siano il bene - oppure chi segue il male per coerenza animale – vale a dire credere che l’uomo viene dalle scimmie e dunque è logico anche per l’uomo che il pesce grosso mangi il pesce piccolo.
Una filosofia della coerenza si pone pertanto come un’esigenza. Soprattutto oggi. Infatti oggi si crede nel valore di una “praxis” morale, con la medesima ingenuità con cui si ritiene la chioccia dotata di coerenza morale, e la Madre Patria dotata del protezionismo della “chioccia”, rivolto ai suoi figli, che obbliga a munirsi di cinture e caschi, per la loro sicurezza ma che in realtà è cablatura cerebrale.
Si crede che l'azione morale sia quella che obbedisce ad una moralità. Ma l’azione morale è davvero questo? O non è forse vero che essa deve avere in sé forze immateriali non cristallizabili in regole, o in sistemi? Se io sono libero secondo decreto sono libero? Se io sono intelligente per decreto sono intelligente?
“Che la forza sia con te”, l’auspicio del film “Guerre stellari”, è in tal senso l’auspicio per ogni essere umano del presente e del futuro, che ricerchi coerenza in se stesso, coesione in se stesso, unità e integrità morale in sé.
Regole e sistemi valgono per coloro che non potendo attingere direttamente alla forza, devono ricorrere a mediazioni esteriori per regolare se stessi.
Sarebbe importante che i mediatori della moralità della massa fossero portatori della moralità. Non moralisti. Perché la morale non nasce da libri, né dalla conoscenza delle leggi morali, ma da virtù immateriale, la cui estrinsecazione è identificabile da ogni cittadino che voglia indagare poi ogni serie di leggi. Ogni legge morale può infatti orientare l'individuo ancora incapace di chiedere direttamente a se stesso, al proprio essere interiore, l'orientamento.
Ma nessuna legge morale crea la morale.
Così nessuna teoria crea la pratica.
Perché nessuna coerenza animale può essere considerata coerenza umana.
L’attuale livellamento umano pretende invece per esempio che su tutto il pianeta, Karl Marx entri nelle coscienze della gente come filosofo.
Coerenza vorrebbe però che questo autore di “Miseria della filosofia” non dovrebbe essere considerato un filosofo: perché dire che chi considera la filosofia una miseria è un filosofo, non è sensato.
Quando devo trasformare un’idea, cioè una teoria, in una prassi, devo necessariamente muovermi non più nella mera intenzione a volere, che è ancora pensiero, ma nella volontà in atto, che allora non è più pensiero, ma consumo di ATP, cioè distruzione di energia, metabolismo.  
Ad esempio l’azione pratica di prelevare una somma da un conto bancario per versarla a favore di un gruppo di bisognosi è azione pratica soltanto in quanto si attua per il contenuto ideale che tale azione comporta. Infatti io vado in banca, e magari in banca devo fare la coda perché allo sportello, davanti a me, ci sono altre persone; quando viene il mio turno, il banchiere mi chiede, per es., un documento che non ho e che devo procurarmi; allora mi reco in un altro ufficio, altra coda, ecc.: la mia volontà è lo scorrere di questa decisione in un'azione, piuttosto che nel meccanismo dell'azione stessa. La coerenza sta proprio nella mia perseveranza: in tale scorrere io trovo coesione concreta con me stesso in quanto essere umano. Se così non fosse, basterebbe l’intenzione per realizzare la “praxis”, ma in questo modo nessuno agirebbe.  
Si fanno teorie e leggi, canoniche e statali; in Italia si è arrivati oramai ad un totale di circa trecentomila leggi che continuano ad aumentare di legislatura in legislatura, in quanto hanno - fra l’altro - la funzione di testimoniare il “lavoro” compiuto dai legislatori, cioè dai politici che hanno ricevuto il consenso dal popolo a lavorare per migliorare le condizioni della Polis, che però in realtà rimangono sempre come prima, o addirittura peggiorano, perché il debito continua ad aumentare.
Siamo ai confini della psicanalisi sociale: la produzione dei beni di consumo aumenta e paradossalmente aumenta anche il debito, e ciò è accettato da tutti come logica e coerenza.
Come mai?
Inoltre leaders spietati ed assassini vengono ABITUALMENTE ricevuti nelle cancellerie di tutto il pianeta come gente rispettabile (vedi per es. l’articolo di Domenico Quirico su LA STAMPA WEB: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200606articoli/6738girata.asp) mentre nella “praxis” ordinaria del nostro quotidiano non facciamo più caso oramai a tali ABERRANTI ABITUDINI, dato che consideriamo la nostra stessa volontà come una specie di UFO CHE NON È NÉ LIBERO NÉ NON LIBERO, e dato che non si tratta neanche della nostra reale volontà, bensì del fatto che in nome della coerenza animale del pesce grosso che mangia il piccolo, siamo tutti costretti all’antilogica sociale, e chiamiamo “santo padre” il papa, anche se Gesù diceva di non chiamare nessuno “padre”, e abbiamo il signoraggio bancario, rapina legale a danno dei popoli. Anche se il medioevo è finito da un pezzo e il “signore” non c’è più, essendo stato sostituito TEORICAMENTE dal popolo che dovrebbe essere esso stesso il SOVRANO, ma che in pratica non  è, il popolo è costretto a pagare un debito che non esiste a un Cesare, sovrano dell’euro che non c’è, ma che tuttavia continua come fantasma a prestare denaro anche se non lo possiede.
Il cittadino di ogni popolo impara, a partire dalle scuole elementari di Stato fino alle università di Stato, non solo che Hegel e Marx furono entrambi filosofi, ma che il secondo fu migliore in quanto più concreto del primo!
In tal modo è ancora più facile arrivare alla “svista”, dato che tanto nella "praxis" hegeliana, quanto in quella marxiana, si crede di seguire il movimento dialettico o l'idea in movimento, ma in realtà si scade nel meccanismo astratto di una volontà CHE NON È NÉ LIBERA NÉ NON LIBERA, perché non si tratta di reale volontà, bensì di un momento astratto del processo della volontà, che in effetti costringe ad agire la volontà reale, quella che viene sottratta al pensiero, e che proprio per questo nessuno considera. Le tue stressanti code agli sportelli bancari per prelevare una somma da distribuire ai poveri, sono infatti tutt'altro dall''"azione pratica" di beneficare i poveri. Sono un problema tuo, e dunque tutt’altro dal concetto teorico che presume identificarla come “praxis”!
D'altra parte, il nostro arido, geometrico, e smagliante, per quanto disanimato pensiero occidentale non può non essere considerato il segno di una forza.
Ma è il segno di un incontro, e di una lotta con la bruta potenza della terrestrità, da cui sorgono il regno delle macchine, delle industrie, dell'economia, le foreste pietrificate di cemento e di asfalto, ed il vorticoso movimento dei veicoli di terra, di mare, e del cielo. E dunque non dovremmo buttarlo via assieme all’acqua sporca, dato così facendo getteremmo via la forza stessa della nostra liberazione.
Come fare allora? Questo è il problema.
Ogni prescrizione riguardo all'agire non può essere che "regola", e il momento dell’attenermi alla regola è ciò che di continuo io, per pigrizia interiore, amo sostituire al momento della libertà, dato che ordinariamente non ho la forza di destare in me una relazione pura con l'esistere, tale che ogni volta io possa intuire l'atto essenziale e necessario a quella determinata nuova situazione. In quanto essere animale, la mia coerenza animale è quella dell’essere regolato e bastonato come un quadrupede esigente il frustino. Sono cattolico perché sono nato cattolico, ma non sono mai diventato cristiano, perché diventarlo necessita di una filosofia della coerenza dell’io. Però, in quanto animale, io sono come una rondine. Volo nel cielo assieme allo stormo, e quando è ora di virare, viro perché “così fan tutte”: “Noi rondini, abbiamo un io di gruppo. Abbiamo come un radar interno, che ci dice quando è ora di cambiare direzione al volo…”
Ma la mia coerenza umana esige un io tutto per me, in cui possa scegliere di muovermi a seconda di ogni situazione che mi si presenta, dato che ho in me tutto il regno animale: dal leone all’agnello, dal toro allo scorpione, ecc…, ed ogni io di gruppo animale, vive in me come possibile pulsione interiore. Io infatti sono un io tutto per me, e non mi esprimo più in terza persona come l’umanità precedente all’avvento dell’io. Non dico più “L’anima mia” o “il mio spirito” come nel Magnificat. Per indicare me stesso dico “io”.
Dunque una filosofia della coerenza umana è una filosofia dell'azione in senso taoistico, ADATTA ALL’UOMO D’OGGI non a quello della dinastia Chou (1027-481 a.C.).
Pertanto, una filosofia dell'azione in senso taoistico ed adatta all'uomo moderno non può che essere una scienza della LIBERTÀ DELL’IO, vale a dire una scoperta sperimentabile da ogni ricercatore attraverso i medesimi criteri di indagine adottati dalle scienze naturali.
La coerenza umana infatti non può che mirare a rendere ragione del passaggio dall'essenza (del mondo delle idee) all'esistenza (mondo degli uomini che le incarnano), nella misura in cui tale passaggio sia - proprio secondo lo spirito Zen - indipendente da ogni prescrizione teorica. Infatti, ogni pensiero, che in un modo o nell'altro fissi la regola, non può che restare chiuso in essa, come in un sistema indefinito, oltre il quale niente è veramente conoscibile.
Si tratta insomma di comprendere come col mero moto dell'intelletto non si può passare all'azione, perché tale moto è, nella sua astrattezza, un circolo chiuso, dal quale non c'è via d'uscita, e che invece occorre “passare” nella vita di un pensiero vivente, organico, da cui non c'è da uscire, perché fuori di esso non c’è nulla in cui si possa entrare (Cfr. G. Gentile, "Sistema di logica come teoria del conoscere", vol. II, Firenze, Sansoni, 1942): è il passaggio nel metabolismo. L’intenzione a volere è ancora pensare. La volontà in atto è metabolismo.
Una simile scoperta è quella che Rudolf Steiner (1861-1925) ha esposto nel suo libro “Enigmi dell’anima” riguardante la fisiologia dei nervi e nella sua principale opera filosofica che pubblicò nel 1894 col titolo "La filosofia della libertà", ma che nella prima edizione, aveva per sottotitolo: "Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali". Applicando alla filosofia i metodi dell'osservazione scientifica, Steiner, scopriva come il pensiero "libero da ogni carattere sensoriale" possa superare i limiti della conoscenza inoltrandosi nel mondo delle idee.
A distanza di 11 anni dalla pubblicazione dei miei scritti di numerologia, devo dire che il loro intento principale (allora inconscio) era in fondo di offrire un servizio, basato su numeri, per l’eliminazione della paura, in quanto mi basavo sul fatto che se era possibile provare in modo scientifico spirituale la realtà dell’idea delle ripetute vite terrene, sarebbe stata superata la paura della morte cioè la paura più grande.
Devo anche riconoscere che se tale intento fosse stato consapevole sarebbe stato un’ingenuità, in quanto non avrei fatto i conti con un’altra paura: la paura di aver paura, che è la degenerazione della paura di morire, e che impedisce di osservare, riflettere, e pensare liberamente e in modo autonomo.
La paura della paura impedisce tutto, perché non è solo il risultato di sensazioni o di un vortice di pensieri o difficoltà di concentrazione, interpretati magari come segnali premonitori di imminenti disastri, impazzimento, ecc., ma è il terreno interno in cui si innesta il circolo vizioso dell’ansia, a sua volta origine di reali modificazioni corporee, ulteriori percezioni di eventi interni, tachicardie, esagerazioni delle interpretazioni simboliche minacciose. In tale contesto, l’ansia e i suoi effetti si autoalimentano in un circolo che ha l’effetto di un corto circuito, e che la persona sperimenta come devastante.
È ovvio che a questo stadio la coerenza umana non può sussistere. Sussiste la coerenza animale, o la coerenza minerale, vale a dire la forza grazie alla quale le particelle della materia del mio corpo animale stanno unite fra di loro.
È ovvio che la coerenza animale non può conquistare altro che il diritto alla succubanza, alla schiavitù, e al fantozzismo, che si generano non tanto dall’istintiva e naturale predisposizione umana alla coerenza animale, quanto dalla tendenza ad essere subito soddisfatti da percezioni esterne protettrici: se il protettore esterno impedisce la libertà interna, costringe, soffoca,
esattamente come potrebbe fare una chioccia di 30 chili col suo pulcino.
Questo capita innanzitutto perché l’uomo quando viene alla luce è inerme e la sua condizione di nudità e di precarietà rispetto al mondo esterno esigono protezione. Tale esigenza - che è in fondo istinto di sopravvivenza e di conservazione - forma fin dalla tenera età l’inconscio sentimento di paura, “giustificato” per lo più col nome di “peccato originale”.
Se però osserviamo secondo coerenza umana la nascita e l’infanzia umana osserviamo in modo umano, notiamo che tre sono le cose a cui si aspira appena nati, e che non si è subito in grado di fare.
Innanzitutto si tende alla VIA VERTICALE (la via orizzontale è quella animale; ma l’uomo appartiene non al regno dell’orizzontalità ma a quello della verticalità). Dunque tendiamo a camminare nel mondo esterno partendo da forze interiori, ma inizialmente non riusciamo a stare diritti.
La seconda cosa, sempre procedente da forze interiori, è che si tende alla verità, cioè si tende ad imparare a formularla attraverso il parlare, il linguaggio. E a partire dal suono sviluppiamo l’essenza della verità, ma inizialmente riusciamo solo a balbettare: bau bau, ma, pa, ecc.
Vi è poi la vita del pensiero, cioè la terza cosa che apprendiamo da noi stessi: sono le nostre forze plasmatrici. Perché siamo noi che elaboriamo il nostro cervello, cioè il nostro strumento del pensare.
Ecco perché proprio all'inizio della nostra vita, il nostro cervello è così plastico: lo è in quanto siamo noi a doverlo prima forgiare a strumento del nostro pensare, in modo conforme alla natura dell’entità che viene portata di vita in vita, e che noi siamo.
Lo stato in cui si trova il cervello subito dopo la nascita riflette le forze ereditate dai genitori e dai progenitori.
Nostro incontrovertibile universale e primario compito è però quello di esprimere col nostro pensare ciò che siamo come esseri INDIVIDUALI, conformemente alle nostre vite terrene pregresse o ai nostri talenti e doti naturali, che portiamo con noi dalla nascita.
Perciò nella misura in cui dopo la nascita ci rendiamo pian piano fisicamente sempre più indipendenti da genitori e avi, trasformiamo, elaborandole, le caratteristiche ereditate del nostro cervello. Ed ecco perché è straordinariamente importante nei primissimi anni della nostra vita il lavoro che compiamo su noi stessi. È un lavoro inconscio, anzi bisognerebbe dire iperconscio, in quanto è svolto secondo i principi di un'altissima saggezza.
Se dipendesse dalla nostra intelligenza, non saremmo in grado di compiere ciò che, senza la nostra intelligenza, dobbiamo compiere nel primo periodo della nostra vita, e che si compie, scaturendo dalle nostre profondità incoscienti, dato che nei primi anni di vita siamo ancora massimamente uniti con il mondo delle gerarchie superiori, che poi tenderemo a dimenticare grazie al compito delle scuole di Stato!
In altri termini, nei nostri primi tre anni di vita apprendiamo a camminare nel corpo, cioè a trovare la VIA, a presentare col nostro organismo la VERITÀ, e ad esprimere nel corpo, partendo dallo spirito, cioè dall’io, la VITA.
Che significa?
Per la coerenza animale, nulla, nulla, così come è un nulla tutta la mitologia ed ogni cultura di luce.
Per la coerenza umana: “Io sono la via, la verità e la vita”… e “se non diventate come fanciulli non entrate nel regno”…
Nel regno del signore che è l’io umano, capitalismo e comunismo vivono in pace: l'essere umano possiede un grande capitale: la vita, e ha la proprietà dei "mezzi di produzione" che sono i suoi occhi, le orecchie, il cervello, i polmoni, il cuore, le braccia, le gambe, ecc... ed egli li esercita, li sostenta, li perfeziona e li conserva per se stesso: è CAPITALISTA. Quando poi il suo capitale comincia a produrre, deve organizzare questa produzione al fine di far trarre profitto dei suoi guadagni anche agli altri... infatti solo allora essa è vivificata e vivifica, illumina, riscalda, e lui è diventato COMUNISTA.
Ma non puoi essere comunista se prima non hai saputo essere capitalista per far fruttificare il tuo capitale. E non sei un buon capitalista se non distribuisci la tua ricchezza, poiché in questo caso ciò che possiedi ristagna e marcisce.
Il vero comunismo e il vero capitalismo, per la coerenza umana, non solo animale, e non solo vegetale o minerale, vanno insieme, e sono assolutamente necessari entrambi per il buon funzionamento del mondo.

N.V.


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