Nel mondo
animale può senz’altro dirsi coerente un esemplare
il cui comportamento non contraddice la sua natura. Se per esempio una
chioccia, dopo aver fatto le uova, non le covasse, potrebbe essere
detta incoerente. Ma in tal caso bisognerebbe considerare che la
coerenza animale non ha alcuna implicazione etica, dato che la coerenza
qui riguarderebbe il mero istinto di sopravvivenza. La
“logica” del mondo animale è
sopravvivere, star bene, e la chioccia cova per star bene, come
è nella sua natura animale.
Nel mondo umano si attribuisce di solito alla coerenza della
chioccia un aspetto morale, ma si cade in errore: osservando che, dopo
aver deposto le uova, la chioccia si pone dolcemente su di esse, si
attribuisce a tale agire sincera dedizione, dato che di tanto in tanto,
con la preveggenza di esperta massaia, la chioccia rivolta poi le uova
in modo che il fecondo calore del suo corpo raggiunga tutte le parti
dei grembi calcificati dove si sta sviluppando la sua covata.
Così, grazie alla sua costanza e sollecitudine, infine le
uova si schiudono, e ne escono i pulcini. Allora il mondo umano ingenuo
trova qui un genuino esempio d'intelligente e responsabile
maternità, che influisce perfino sul linguaggio e si dice
per esempio “madre chioccia” per indicare una madre
molto protettiva. Presto però il giudizio critico del mondo
umano scopre che le cose non stanno proprio così. Infatti i
dati di osservazione scientifica indicano che in seguito a certi
processi ghiandolari, la chioccia, dopo aver deposto una covata di
uova, avverte al petto un calore inconsueto; allora si guarda intorno
in cerca di qualcosa di fresco che possa alleviare quella sgradevole
sensazione di calore al petto, e si abbassa sulle uova
perché le trova fresche; dopo un po' però queste
cominciano a scaldarsi, e la chioccia le rivolta in modo che il lato
fresco venga a trovarsi in alto, per poi tornare subito a godersi il
refrigerio che esse continuano ad offrirle. Dopo che ha ripetuto questa
manovra un sufficiente numero di volte, le uova si dischiudono e la
chioccia, sbalordita, si trova davanti ad una covata di pulcini. In
pratica essa è stata indotta con uno stratagemma del suo
mero istinto naturale a star bene a sedersi sulle uova, e
ciò ha dato risultati eccellenti come se la chioccia avesse
saputo coerentemente che cosa stava facendo. È dunque una
consolante illusione credere la chioccia sia dotata di coerenza morale
quando, diretta dalle proprie ghiandole, si accovaccia sulle uova. La
sua coerenza riguarda la ricerca del refrigerio, non
l’accudimento protettivo dei suoi futuri pulcini.
Nel mondo umano è detto coerente colui che, con
fatti o con parole, non disdice o contraddice ciò che prima
ha affermato o pensato.
La coerenza in quanto umana è complessa, dato che
c’è per esempio chi segue il bene per pigrizia
intellettuale - vale a dire dando per scontato che le regole morali
dettate da altri siano il bene - oppure chi segue il male per coerenza
animale – vale a dire credere che l’uomo viene
dalle scimmie e dunque è logico anche per l’uomo
che il pesce grosso mangi il pesce piccolo.
Una filosofia della coerenza si pone pertanto come
un’esigenza. Soprattutto oggi. Infatti oggi si crede nel
valore di una “praxis” morale, con la medesima
ingenuità con cui si ritiene la chioccia dotata di coerenza
morale, e la Madre Patria dotata del protezionismo della
“chioccia”, rivolto ai suoi figli, che obbliga a
munirsi di cinture e caschi, per la loro sicurezza ma che in
realtà è cablatura cerebrale.
Si crede che l'azione morale sia quella che obbedisce ad una
moralità. Ma l’azione morale è davvero
questo? O non è forse vero che essa deve avere in
sé forze immateriali non cristallizabili in regole, o in
sistemi? Se io sono libero secondo decreto sono libero? Se io sono
intelligente per decreto sono intelligente?
“Che la forza sia con te”,
l’auspicio del film “Guerre stellari”,
è in tal senso l’auspicio per ogni essere umano
del presente e del futuro, che ricerchi coerenza in se stesso, coesione
in se stesso, unità e integrità morale in
sé.
Regole e sistemi valgono per coloro che non potendo
attingere direttamente alla forza, devono ricorrere a mediazioni
esteriori per regolare se stessi.
Sarebbe importante che i mediatori della moralità
della massa fossero portatori della moralità. Non moralisti.
Perché la morale non nasce da libri, né dalla
conoscenza delle leggi morali, ma da virtù immateriale, la
cui estrinsecazione è identificabile da ogni cittadino che
voglia indagare poi ogni serie di leggi. Ogni legge morale
può infatti orientare l'individuo ancora incapace di
chiedere direttamente a se stesso, al proprio essere interiore,
l'orientamento.
Ma nessuna legge morale crea la morale.
Così nessuna teoria crea la pratica.
Perché nessuna coerenza animale può
essere considerata coerenza umana.
L’attuale livellamento umano pretende invece per
esempio che su tutto il pianeta, Karl Marx entri nelle coscienze della
gente come filosofo.
Coerenza vorrebbe però che questo autore di
“Miseria della filosofia” non dovrebbe essere
considerato un filosofo: perché dire che chi considera la
filosofia una miseria è un filosofo, non è
sensato.
Quando devo trasformare un’idea, cioè
una teoria, in una prassi, devo necessariamente muovermi non
più nella mera intenzione a volere, che è ancora
pensiero, ma nella volontà in atto, che allora non
è più pensiero, ma consumo di ATP,
cioè distruzione di energia, metabolismo.
Ad esempio l’azione pratica di prelevare una somma
da un conto bancario per versarla a favore di un gruppo di bisognosi
è azione pratica soltanto in quanto si attua per il
contenuto ideale che tale azione comporta. Infatti io vado in banca, e
magari in banca devo fare la coda perché allo sportello,
davanti a me, ci sono altre persone; quando viene il mio turno, il
banchiere mi chiede, per es., un documento che non ho e che devo
procurarmi; allora mi reco in un altro ufficio, altra coda, ecc.: la
mia volontà è lo scorrere di questa decisione in
un'azione, piuttosto che nel meccanismo dell'azione stessa. La coerenza
sta proprio nella mia perseveranza: in tale scorrere io trovo coesione
concreta con me stesso in quanto essere umano. Se così non
fosse, basterebbe l’intenzione per realizzare la
“praxis”, ma in questo modo nessuno agirebbe.
Si fanno teorie e leggi, canoniche e statali; in Italia si
è arrivati oramai ad un totale di circa trecentomila leggi
che continuano ad aumentare di legislatura in legislatura, in quanto
hanno - fra l’altro - la funzione di testimoniare il
“lavoro” compiuto dai legislatori, cioè
dai politici che hanno ricevuto il consenso dal popolo a lavorare per
migliorare le condizioni della Polis, che però in
realtà rimangono sempre come prima, o addirittura
peggiorano, perché il debito continua ad aumentare.
Siamo ai confini della psicanalisi sociale: la produzione
dei beni di consumo aumenta e paradossalmente aumenta anche il debito,
e ciò è accettato da tutti come logica e
coerenza.
Come mai?
Inoltre leaders spietati ed assassini vengono ABITUALMENTE
ricevuti nelle cancellerie di tutto il pianeta come gente rispettabile
(vedi per es. l’articolo di Domenico Quirico su LA STAMPA
WEB:
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200606articoli/6738girata.asp)
mentre nella “praxis” ordinaria del nostro
quotidiano non facciamo più caso oramai a tali ABERRANTI
ABITUDINI, dato che consideriamo la nostra stessa volontà
come una specie di UFO CHE NON È NÉ LIBERO
NÉ NON LIBERO, e dato che non si tratta neanche della nostra
reale volontà, bensì del fatto che in nome della
coerenza animale del pesce grosso che mangia il piccolo, siamo tutti
costretti all’antilogica sociale, e chiamiamo
“santo padre” il papa, anche se Gesù
diceva di non chiamare nessuno “padre”, e abbiamo
il signoraggio bancario, rapina legale a danno dei popoli. Anche se il
medioevo è finito da un pezzo e il
“signore” non c’è
più, essendo stato sostituito TEORICAMENTE dal popolo che
dovrebbe essere esso stesso il SOVRANO, ma che in pratica non
è, il popolo è costretto a pagare un debito che
non esiste a un Cesare, sovrano dell’euro che non
c’è, ma che tuttavia continua come fantasma a
prestare denaro anche se non lo possiede.
Il cittadino di ogni popolo impara, a partire dalle scuole
elementari di Stato fino alle università di Stato, non solo
che Hegel e Marx furono entrambi filosofi, ma che il secondo fu
migliore in quanto più concreto del primo!
In tal modo è ancora più facile
arrivare alla “svista”, dato che tanto nella
"praxis" hegeliana, quanto in quella marxiana, si crede di seguire il
movimento dialettico o l'idea in movimento, ma in realtà si
scade nel meccanismo astratto di una volontà CHE NON
È NÉ LIBERA NÉ NON LIBERA,
perché non si tratta di reale volontà,
bensì di un momento astratto del processo della
volontà, che in effetti costringe ad agire la
volontà reale, quella che viene sottratta al pensiero, e che
proprio per questo nessuno considera. Le tue stressanti code agli
sportelli bancari per prelevare una somma da distribuire ai poveri,
sono infatti tutt'altro dall''"azione pratica" di beneficare i poveri.
Sono un problema tuo, e dunque tutt’altro dal concetto
teorico che presume identificarla come “praxis”!
D'altra parte, il nostro arido, geometrico, e smagliante,
per quanto disanimato pensiero occidentale non può non
essere considerato il segno di una forza.
Ma è il segno di un incontro, e di una lotta con
la bruta potenza della terrestrità, da cui sorgono il regno
delle macchine, delle industrie, dell'economia, le foreste pietrificate
di cemento e di asfalto, ed il vorticoso movimento dei veicoli di
terra, di mare, e del cielo. E dunque non dovremmo buttarlo via assieme
all’acqua sporca, dato così facendo getteremmo via
la forza stessa della nostra liberazione.
Come fare allora? Questo è il problema.
Ogni prescrizione riguardo all'agire non può
essere che "regola", e il momento dell’attenermi alla regola
è ciò che di continuo io, per pigrizia interiore,
amo sostituire al momento della libertà, dato che
ordinariamente non ho la forza di destare in me una relazione pura con
l'esistere, tale che ogni volta io possa intuire l'atto essenziale e
necessario a quella determinata nuova situazione. In quanto essere
animale, la mia coerenza animale è quella
dell’essere regolato e bastonato come un quadrupede esigente
il frustino. Sono cattolico perché sono nato cattolico, ma
non sono mai diventato cristiano, perché diventarlo
necessita di una filosofia della coerenza dell’io.
Però, in quanto animale, io sono come una rondine. Volo nel
cielo assieme allo stormo, e quando è ora di virare, viro
perché “così fan tutte”:
“Noi rondini, abbiamo un io di gruppo. Abbiamo come un radar
interno, che ci dice quando è ora di cambiare direzione al
volo…”
Ma la mia coerenza umana esige un io tutto per me, in cui
possa scegliere di muovermi a seconda di ogni situazione che mi si
presenta, dato che ho in me tutto il regno animale: dal leone
all’agnello, dal toro allo scorpione, ecc…, ed ogni io di
gruppo animale, vive in me come possibile pulsione interiore. Io
infatti sono un io tutto per me, e non mi esprimo più in terza
persona come l’umanità precedente all’avvento
dell’io. Non dico più “L’anima mia” o
“il mio spirito” come nel Magnificat. Per indicare me
stesso dico “io”.
Dunque una filosofia della coerenza umana è una filosofia
dell'azione in senso taoistico, ADATTA ALL’UOMO D’OGGI non
a quello della dinastia Chou (1027-481 a.C.).
Pertanto, una filosofia dell'azione in senso taoistico ed adatta
all'uomo moderno non può che essere una scienza della
LIBERTÀ DELL’IO, vale a dire una scoperta sperimentabile
da ogni ricercatore attraverso i medesimi criteri di indagine adottati
dalle scienze naturali.
La coerenza umana infatti non può che mirare a
rendere ragione del passaggio dall'essenza (del mondo delle idee)
all'esistenza (mondo degli uomini che le incarnano), nella misura in
cui tale passaggio sia - proprio secondo lo spirito Zen - indipendente
da ogni prescrizione teorica. Infatti, ogni pensiero, che in un modo o
nell'altro fissi la regola, non può che restare chiuso in
essa, come in un sistema indefinito, oltre il quale niente è
veramente conoscibile.
Si tratta insomma di comprendere come col mero moto
dell'intelletto non si può passare all'azione,
perché tale moto è, nella sua astrattezza, un
circolo chiuso, dal quale non c'è via d'uscita, e che invece
occorre “passare” nella vita di un pensiero
vivente, organico, da cui non c'è da uscire,
perché fuori di esso non c’è nulla in
cui si possa entrare (Cfr. G. Gentile, "Sistema di logica come teoria
del conoscere", vol. II, Firenze, Sansoni, 1942): è il
passaggio nel metabolismo. L’intenzione a volere è
ancora pensare. La volontà in atto è metabolismo.
Una simile scoperta è quella che Rudolf Steiner
(1861-1925) ha esposto nel suo libro “Enigmi
dell’anima” riguardante la fisiologia dei nervi e
nella sua principale opera filosofica che pubblicò nel 1894
col titolo "La filosofia della libertà", ma che nella prima
edizione, aveva per sottotitolo: "Risultati di osservazione animica
secondo il metodo delle scienze naturali". Applicando alla filosofia i
metodi dell'osservazione scientifica, Steiner, scopriva come il
pensiero "libero da ogni carattere sensoriale" possa superare i limiti
della conoscenza inoltrandosi nel mondo delle idee.
A distanza di 11 anni dalla pubblicazione dei miei scritti
di numerologia, devo dire che il loro intento principale (allora
inconscio) era in fondo di offrire un servizio, basato su numeri, per
l’eliminazione della paura, in quanto mi basavo sul fatto che
se era possibile provare in modo scientifico spirituale la
realtà dell’idea delle ripetute vite terrene,
sarebbe stata superata la paura della morte cioè la paura
più grande.
Devo anche riconoscere che se tale intento fosse stato
consapevole sarebbe stato un’ingenuità, in quanto
non avrei fatto i conti con un’altra paura: la paura di aver
paura, che è la degenerazione della paura di morire, e che
impedisce di osservare, riflettere, e pensare liberamente e in modo
autonomo.
La paura della paura impedisce tutto, perché non
è solo il risultato di sensazioni o di un vortice di
pensieri o difficoltà di concentrazione, interpretati magari
come segnali premonitori di imminenti disastri, impazzimento, ecc., ma
è il terreno interno in cui si innesta il circolo vizioso
dell’ansia, a sua volta origine di reali modificazioni
corporee, ulteriori percezioni di eventi interni, tachicardie,
esagerazioni delle interpretazioni simboliche minacciose. In tale
contesto, l’ansia e i suoi effetti si autoalimentano in un
circolo che ha l’effetto di un corto circuito, e che la
persona sperimenta come devastante.
È ovvio che a questo stadio la coerenza umana non
può sussistere. Sussiste la coerenza animale, o la coerenza
minerale, vale a dire la forza grazie alla quale le particelle della
materia del mio corpo animale stanno unite fra di loro.
È ovvio che la coerenza animale non
può conquistare altro che il diritto alla succubanza, alla
schiavitù, e al fantozzismo, che si generano non tanto
dall’istintiva e naturale predisposizione umana alla coerenza
animale, quanto dalla tendenza ad essere subito soddisfatti da
percezioni esterne protettrici: se il protettore esterno impedisce la
libertà interna, costringe, soffoca,
esattamente come potrebbe fare una chioccia di 30 chili col
suo pulcino.
Questo capita innanzitutto perché
l’uomo quando viene alla luce è inerme e la sua
condizione di nudità e di precarietà rispetto al
mondo esterno esigono protezione. Tale esigenza - che è in
fondo istinto di sopravvivenza e di conservazione - forma fin dalla
tenera età l’inconscio sentimento di paura,
“giustificato” per lo più col nome di
“peccato originale”.
Se però osserviamo secondo coerenza umana la
nascita e l’infanzia umana osserviamo in modo umano, notiamo
che tre sono le cose a cui si aspira appena nati, e che non si
è subito in grado di fare.
Innanzitutto si tende alla VIA VERTICALE (la via orizzontale
è quella animale; ma l’uomo appartiene non al
regno dell’orizzontalità ma a quello della
verticalità). Dunque tendiamo a camminare nel mondo esterno
partendo da forze interiori, ma inizialmente non riusciamo a stare
diritti.
La seconda cosa, sempre procedente da forze interiori,
è che si tende alla verità, cioè si
tende ad imparare a formularla attraverso il parlare, il linguaggio. E
a partire dal suono sviluppiamo l’essenza della
verità, ma inizialmente riusciamo solo a balbettare: bau
bau, ma, pa, ecc.
Vi è poi la vita del pensiero, cioè la
terza cosa che apprendiamo da noi stessi: sono le nostre forze
plasmatrici. Perché siamo noi che elaboriamo il nostro
cervello, cioè il nostro strumento del pensare.
Ecco perché proprio all'inizio della nostra vita,
il nostro cervello è così plastico: lo
è in quanto siamo noi a doverlo prima forgiare a strumento
del nostro pensare, in modo conforme alla natura
dell’entità che viene portata di vita in vita, e
che noi siamo.
Lo stato in cui si trova il cervello subito dopo la nascita
riflette le forze ereditate dai genitori e dai progenitori.
Nostro incontrovertibile universale e primario compito
è però quello di esprimere col nostro pensare
ciò che siamo come esseri INDIVIDUALI, conformemente alle
nostre vite terrene pregresse o ai nostri talenti e doti naturali, che
portiamo con noi dalla nascita.
Perciò nella misura in cui dopo la nascita ci
rendiamo pian piano fisicamente sempre più indipendenti da
genitori e avi, trasformiamo, elaborandole, le caratteristiche
ereditate del nostro cervello. Ed ecco perché è
straordinariamente importante nei primissimi anni della nostra vita il
lavoro che compiamo su noi stessi. È un lavoro inconscio,
anzi bisognerebbe dire iperconscio, in quanto è svolto
secondo i principi di un'altissima saggezza.
Se dipendesse dalla nostra intelligenza, non saremmo in
grado di compiere ciò che, senza la nostra intelligenza,
dobbiamo compiere nel primo periodo della nostra vita, e che si compie,
scaturendo dalle nostre profondità incoscienti, dato che nei
primi anni di vita siamo ancora massimamente uniti con il mondo delle
gerarchie superiori, che poi tenderemo a dimenticare grazie al compito
delle scuole di Stato!
In altri termini, nei nostri primi tre anni di vita
apprendiamo a camminare nel corpo, cioè a trovare la VIA, a
presentare col nostro organismo la VERITÀ, e ad esprimere
nel corpo, partendo dallo spirito, cioè dall’io,
la VITA.
Che significa?
Per la coerenza animale, nulla, nulla, così come è un nulla tutta la mitologia ed ogni cultura di luce.
Per la coerenza umana: “Io sono la via, la
verità e la vita”… e “se non
diventate come fanciulli non entrate nel regno”…
Nel regno del signore che è l’io umano,
capitalismo e comunismo vivono in pace: l'essere umano possiede un
grande capitale: la vita, e ha la proprietà dei "mezzi di
produzione" che sono i suoi occhi, le orecchie, il cervello, i polmoni,
il cuore, le braccia, le gambe, ecc... ed egli li esercita, li
sostenta, li perfeziona e li conserva per se stesso: è
CAPITALISTA. Quando poi il suo capitale comincia a produrre, deve
organizzare questa produzione al fine di far trarre profitto dei suoi
guadagni anche agli altri... infatti solo allora essa è
vivificata e vivifica, illumina, riscalda, e lui è diventato
COMUNISTA.
Ma non puoi essere comunista se prima non hai saputo essere
capitalista per far fruttificare il tuo capitale. E non sei un buon
capitalista se non distribuisci la tua ricchezza, poiché in
questo caso ciò che possiedi ristagna e marcisce.
Il vero comunismo e il vero capitalismo, per la coerenza
umana, non solo animale, e non solo vegetale o minerale, vanno insieme,
e sono assolutamente necessari entrambi per il buon funzionamento del
mondo.
N.V.
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.