Un po’ di
chiarezza sulla nazionalizzazione di bankitalia
5 dicembre
2006
Negli ultimi giorni il neo governatore Draghi ha riportato
alla ribalta il tema della nazionalizzazione della banca
d’italia (il carattere minuscolo non è un errore)
attualmente in mano proprio a quelle banche sulle quali avrebbe il
compito istituzionale di vigilanza. Questa, come sappiamo dalle
cronache degli ultimi anni, non è un’anomalia solo
italiana, ma comune a molti paesi tra cui la fed americana (http://it.wikipedia.org/wiki/Federal_Reserve).
Noi non possiamo sapere come sia avvenuto questo colpo di
mano, l’art.3 dello statuto di bankitalia prevede che la
maggioranza delle azioni sia in mano pubblica, perché gli
azionisti sono stati a lungo celati da una spessa cortina di nebbia ed
il loro elenco è stato reso pubblico solo fortunosamente per
un controllo incrociato sui bilanci fatto dall’ufficio studi
di Mediobanca nel 2003 e ufficialmente apparso (purtroppo ancora
incompleto) sul sito di bankitalia http://www.bancaditalia.it/la_banca/partecipanti/Partecipanti.pdf
solo dal settembre dello scorso anno grazie agli sforzi della
controinformazione.
Ora, cacciato con disonore Fazio, si vuole ridare una mano
di onorabilità a bankitalia rivedendo il suo statuto e
restituendola al controllo pubblico. Una delle poche favole a lieto
fine? Neanche per sogno e vediamo perché.
Il fatto della proprietà è importante
solo ai fini di un corretto controllo
dell’attività di credito svolta dalle banche, il
fatto che con un blitz le banche si siano impossessate del controllo
dell’istituzione che dovrebbe vigilare sul loro operato la
dice lunga sulla serietà dei controlli messi in atto da
bankitalia e profumatamente pagati dal contribuente (allo stato sono
rimasti tutti i pesantissimi oneri della gestione – una
manovrina finanziaria - compresi stipendi, spese, pensioni ecc. tutti
d’oro naturalmente). I risultati sono sotto gli occhi ancora
esterrefatti dei sottoscrittori di obbligazioni Cirio, Parmalat,
Argentina o dei clienti truffati di Monte dei Paschi e Banca 121 per
non parlare della BPL di Fiorani e di Banca Unipol di Consorte solo per
citare gli ultimi fatti di cronaca.
Le banche azioniste dal canto loro, con la consueta e sempre
più insopportabile arroganza del potere, si sono dichiarate
“preoccupate” di dover svendere la loro
partecipazione in bankitalia valutata da 800 milioni di euro
dall’ex ministro Tremonti ai 23 mld di euro
dell’ABI. Uno strano senso di giustizia non
c’è che dire. Invece di vergognarsi di essere
state colte con le mani nella marmellata, restituendo con mille scuse
la proprietà di bankitalia alla comunità e dover
rispondere nelle opportune sedi di tutte le malefatte compiute con la
silenziosa complicità del controllore in questi anni,
compreso un congruo risarcimento ai cittadini loro vittime, si
preoccupano di quanto incasseranno dalla vendita della loro
partecipazione (posseduta illegittimamente) in bankitalia.
Ma ci faccia il piacere! direbbe il Principe De
Curtis, in arte Totò
La questione della proprietà della banca
d’italia, pur importante, passa però in secondo
piano quando esaminiamo il cuore del problema ovvero
l’emissione monetaria. (su questo tema consigliamo anche di
rileggere un nostro “profetico” articolo del
settembre 2005 http://www.centrofondi.it/articoli/bankitalia_signoraggio.htm
)
Una comunità evoluta per agevolare gli scambi usa
il denaro come controvalore delle merci e dei servizi prodotti oltre a
quella necessaria per gli investimenti futuri. Semplificando il
fabbisogno di moneta è pari all’incremento del PIL
più la quota relativa agli investimenti come infrastrutture,
strade, ponti, ferrovie. La comunità invece di emettere in
proprio questo fabbisogno monetario, come sarebbe legittimo e sancito
dalla Costituzione della Repubblica quando dice che il popolo
è sovrano, la fa emettere dalla banca centrale (ora la bce).
Il problema è che alla banca centrale lo stato
non rifonda i soli costi di stampa per il servizio, non essendoci
oramai alcuna copertura di oro o di altra ricchezza a garanzia del
denaro emesso, ma paga questo servizio indebitandosi emettendo
obbligazioni (Bot, Btp, Cct ecc.) per un importo pari al valore
facciale delle banconote con il risultato che così facendo
tutta la comunità si indebita per un qualcosa che invece gli
dovrebbe appartenere di diritto, generando il famigerato e pesantissimo
debito pubblico oggi al 106% del Pil.
Questa enorme massa di denaro invece di essere accreditata alla
comunità crea un debito
che nemmeno con tutta la buona volontà sarà
possibile ripianare facendoci precipitare nell’inferno
più orribile. Diventa superfluo dire che tutto
ciò non sarebbe potuto accadere se tutta la classe politica
passata e presente non fosse stata complice attivo e consapevole di
questi misfatti .
Di tutta questa enorme ricchezza che entra nelle tasche
della bc, misteriosamente non ne rimane traccia nei bilanci.
Perché?
Semplicemente perché la bc iscrive al passivo
quel guadagno come se si fosse privata di tanta ricchezza pari al
valore facciale del denaro emesso oltre alla carta e
all’inchiostro. E’ chiaro anche ai non addetti ai
lavori che con queste premesse il bilancio di bankitalia è
sempre in perdita e quindi non c’è nessun utile da
ripartire tra gli azionisti.
Che strada prenda tutto quel ben di Dio non è
dato sapere anche se lo scandalo delle stanze di compensazione delle
segretissime Euroclear e Clearstreem e qualche conto scoperto nei
paradisi fiscali, qualcosa fa immaginare.
Allora, rebus sic stantibus mentre è chiarissima
la ragione per cui le “controllate” hanno preso il
controllo del “controllore”, meno chiara appare la
ragione per cui lo stato dovrebbe riprendersi bankitalia senza
riappropriarsi della sovranità monetaria e oltretutto pagare
per qualcosa che è suo.
Pagare qualcosa che ci appartiene però, come
abbiamo spiegato prima, speriamo con la dovuta chiarezza, sembra essere
lo sport nazionale e la proprietà pubblica della banca
centrale di stati come Canada, Inghilterra, Svezia, Svizzera ecc. e
soprattutto il loro debito pubblico dimostra che è una
pratica diffusa anche all’estero.
In questo caso lasciateci dire che il detto “mal
comune mezzo gaudio” non ci soddisfa per niente.
Di Pierluigi Paoletti
Tratto da: www.disinformazione.it
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.