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BIBLIOGRAFIA



Giustizia Sociale
di Giacomo Barnes

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Non fatevi ingannare dall'anno di pubblicazione (1944): sembra scritto ieri. Naturalmente il pensiero politico dell'autore può dar fastidio a chi ANCORA crede alla destra e alla sinistra ma questo è un problema del Lettore che spero si elevi da simili e fuorvianti diatribe. Un testo vivamente consigliato!

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  Questo libro è una secchiata di acqua gelata in faccia,
un risveglio emozionante, brusco per la maggior parte
delle persone che lo leggeranno.  [Giovanni Sandi]

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€uroSchiavi
PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE

                        
Siamo stati ‘educati’ a concepire l’evoluzione storica della società come un progresso da forme di potere monarchiche, oligarchiche, autocratiche, basate sulla forza e sull’imposizione, verso forme democratiche, basate sul consenso, sulla partecipazione popolare, sulle garanzie, sui diritti, sull’eguaglianza e la libertà.
Questa storia va riscritta. In un sistema globale come il nostro, dove disparità, conflitti e povertà crescono, mentre nonostante il diffondersi dei sistemi democratici, si impongono poteri forti sovrannazionali di tipo privato, monopolistico e tecnologico, che concentrano in sé le risorse e le capacità di profitto, è tempo di guardare in faccia la realtà e riscrivere questa storia come la storia dell’ evoluzione del potere autocratico dalla forma palese-autoritaria a quella mimetica e deresponsabilizzata, nella quale il potere si nasconde dietro maschere di democrazia, si espone meno (quindi abusa di più), si sposta in organismi privati, e si assicura profitti maggiori e più stabili soprattutto mediante monopoli, oligopoli e cartelli.
Il sovrano assoluto aveva sì un potere autocratico, ma per esercitarlo doveva mettersi in gioco: era esposto. Tutti vedevano che era lui ad esercitarlo, con una ristretta cerchia di nobili. Se contraeva debiti, indebitava la corona, se stesso. Una rivolta popolare poteva rovesciarlo. Se il suo regno veniva sconfitto in guerra, egli stesso era sconfitto. Rischiava in prima persona. Vi era una solidarietà oggettiva tra lui, la terra, il popolo. Inconvenienti seri, dunque, ai quali, nel tempo, sono stati trovati rimedi sempre più efficaci
Nel tempo, quella solidarietà è stata sciolta I sovrani, o meglio i detentori del potere sovrano, hanno gradualmente imparato ad evitare i rischi, a mantenere i privilegi del potere eliminandone gli svantaggi, a usare il potere senza mettersi in gioco.
Soprattutto, hanno oramai da decenni (e questa è la vera globalizzazione) dissociato i propri destini e le proprie fortune da quelli dei popoli e delle terre da loro governate: la prima globalizzazione (e ciò è avvenuto parimenti anche per il capitale, che è diventato footloose, sganciandosi dal territorio, spostandosi liberamente tra i vari Stati, disinvestendo, chiudendo e licenziando dove rende meno, reinvestendo e dando lavoro dove rende di più. Non rischiano più in prima persona. Non appaiono nemmeno più con la propria faccia. Hanno concesso al popolo la democrazia nella gestione dello Stato, ma dopo aver trasferito gli strumenti di potere dallo Stato ad altre organizzazioni. Si servono di parlamenti o governi elettivi, ‘democratici’, di cui condizionano l’elezione e la permanenza attraverso la finanza e i mass media di loro proprietà. Grazie a ciò, possono permettersi operazioni molto più ardite e traumatiche per le nazioni, nel perseguire i propri interessi. Senza più arrischiare i propri regni, possono orchestrare guerre, inflazioni e recessioni, che lasciano gli Stati sempre più indebitati, quindi dipendenti, verso il sistema bancario. Elaborati sistemi di clichés etici, politici e sociali, in un gioco di false alternanze e contrapposizioni ideologiche, inculcati sin dai primi anni di scuola, mascherano il tutto alla comprensione della gente – come illustrato dall’appendice Bankenstein.
Questa evoluzione e questo affinamento del potere sono stati essenzialmente realizzati attraverso trasformazioni nella moneta, nella sua produzione e nella gestione del debito  pubblico. €uroschiavi si occupa principalmente di tali trasformazioni.

La funzione principale dei primi parlamenti elettivi era votare la legge di bilancio o finanziaria, in base alla quale il sovrano poteva imporre e riscuotere le tasse. Il ‘popolo’, con la democrazia e i parlamenti, crede di detenere ed esercitare il potere, quindi si sente responsabile delle conseguenze del suo esercizio (perlomeno sente questo come legittimo), e soprattutto per i debiti che contrae, che contrae sempre di più, e per cui sempre più deve lavorare e rinunciare, per pagare tasse causate dall’indebitamento pubblico e dai suoi effetti impoverenti per l’economia. Ponete mente a questa tendenza di fondo degli ultimi decenni e del presente: si lavora sempre più intensamente, si produce crescenti quantità di beni e servizi, ma sempre meno per godere di questi, per migliorare la qualità della vita; e sempre più per far fronte a tributi, interessi, rimborsi di debiti, tariffe e prezzi monopolistici.
Più precisamente, come si spiegherà, una parte sempre minore del reddito viene spesa in cambio di qualcosa (beni e servizi), mentre una parte sempre crescente deve essere ceduta in cambio di niente, ossia per pagare interessi su prestiti in realtà mai erogati (come si spiegherà) e su debiti, pubblici e privati, che sono nulli perché contrari alla legge e alla Costituzione, o per pagare rendite di posizione, come sovrapprezzi sempre più esosi, imposti da oligopolisti e monopolisti quali l’Opec.
Questo trasferirsi della spesa dalla spesa per qualcosa alla spesa per un nulla, è il vero meccanismo dell’impoverimento, della perdita graduale e incessante del potere di acquisto della gente, a favore di un aumento di ricchezza e potenza del sistema bancario.
Ma gli uomini che devono lavorare (e sempre di più) per procurarsi denaro che poi devono cedere ad altri (sotto forma di tasse, interessi, rate) in cambio di nulla (salvo quanto serve per vivere), sono uomini che lavorano gratis. E gli uomini costretti a lavorare gratis sono definiti da un preciso vocabolo: schiavi.
Da qui il titolo €uroschiavi.
Il fine razionale degli schiavisti e dei negrieri, è quello di acquisire il controllo del comportamento e la disponibilità del lavoro della gente in cambio di niente più del suo mantenimento.
Di fronte a ciò, si dissolve l’illusione delle istituzioni democratiche, elettive, che restano inerti, indifferenti o impotenti. E pure il concetto dei rappresentati del popolo, che di fatto rappresentano gli interessi di pochi e le illusioni di molti.

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Ciò che chiamiamo democrazia, è in realtà una steganocrazia (da stéganos, copertura, tetto), ossia un potere nascosto, che si regge sul fatto di celarsi, di non essere capito e conosciuto e accettato.
Questo libro scoperchia la sua struttura coperta.
Il mio precedente saggio, Le Chiavi del Potere (Koiné Nuove Edizioni, 2004), studia principalmente i meccanismi psicologici e giudiziari della dominazione e della produzione del consenso.
€uroschiavi mette a nudo il meccanismo del signoraggio monetario e di quello creditizio, che è il cuore pulsante del sistema di potere finanziario mondiale – un meccanismo fraudolento con cui i banchieri, creando a costo zero per sé stessi il denaro (sia la cartamoneta, che il denaro scritturale, ossia quello dei prestiti e dei pagamenti bancari, che è circa il sestuplo del denaro vero e proprio), e immettendolo nel mercato, nella società, mediante operazioni con cui lo addebitano allo Stato, al cittadino, alle imprese, indebitano tutti questi soggetti verso di sé, sempre di più, e in cambio di niente (perché niente essi danno, oltre a stampare i biglietti bancari e a tenere conti elettronici), fino a dominarli completamente e a svuotarli di ogni libertà e sovranità.

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Il potere poggia, storicamente, su tre pilastri: i meccanismi del profitto, i meccanismi della persuasione, i meccanismi della regolazione dei rapporti –  tre pilastri, cui corrispondono tre campi del sapere e della tecnica applicata: l’economia, la psicologia collettiva (includente l’informazione pubblica e la religione, come instrumentum regni), il diritto (la legislazione e la giurisdizione).
L’insegnamento pubblico (ossia quello accessibile alla generalità delle persone) di queste tre discipline è organizzato  in modo tale da tenerle separate, così da strutturare, nei loro rispettivi cultori, formae mentis chiuse su sé stesse, e da prevenire che chi le studia possa arrivare a una loro visione di insieme, che possa capire a che cosa effettivamente ciascuna di esse serve, integrandosi con le altre, ai fini del potere.
Per questa ragione, chi studia economia non riceve vera conoscenza del tema monetario e soprattutto niente apprende del signoraggio e della natura psicologica del valore monetario – persino molti docenti universitari non sanno come questo funzioni.
La psicologia è concepita dagli stessi psicologi, generalmente, come una disciplina che si occupa di psicoterapia, di singole persone disturbate: quasi nessuno sa o tiene presente che quasi tutta l’attività e gli investimenti per la ricerca psicologica sono rivolti allo sviluppo di tecniche di controllo sociale, di induzione e modificazione di comportamenti collettivi, a fini sia politici che commerciali che militari.
E chi studia giurisprudenza non impara certo a riconoscere la funzione reale di determinate norme o di determinate omissioni normative (come la mancata menzione del potere monetario nella Costituzione italiana), né a chiedersi quale sia il rapporto tra legge ufficiale e legge reale, e quale sia la funzione dell’una rispetto all’altra; nessuno spiega loro come ogni potere politico reale si regge su un consenso prodotto mediante la violazione delle proprie leggi ufficiali.
In tutti i tre suddetti campi scientifici e professionali, domina un conformismo autoreferenziale che incoraggia e consolida l’integrazione, il riconoscimento e la carriera basati su questo conformismo. Per essere accettati e omologati, bisogna inquadrarsi. In fondo, ciò viene spontaneo, perché tutti lo fanno. Se, per contro, vogliamo riunire queste scienze e tecniche del potere in un unico studio, organico e integrato, possiamo chiamarlo cratesiologia, da kràtesis, dominazione.

Recentemente, l’informatica si è aggiunta a pieno diritto come quarto pilastro del potere e perfetto strumento della sua globalizzazione e concentrazione: il dominio del world wide web tende a coincidere col dominio dei movimenti finanziari e delle informazioni, quindi delle occasioni di profitto, dello spionaggio e del boicottaggio – in sostanza, tende a coincidere col dominio del mondo. Si pensi a Echelon, questo grande sistema di spionaggio, manipolazione e ricatto, antidemocratico e illegale, costituito su scala mondiale proprio dai paesi ritenuti esempi e baluardi della democrazia, Stati Uniti in testa. Particolarmente allarmante è l’integrazione dell’informatica col sistema bancario e col diffondersi delle carte di credito come mezzo di pagamento sempre più richiesto dal sistema (già molti alberghi non ti accettano se non hai la carta di credito): si profilano tempi in cui al sistema bancario basterà disattivare la carta di credito alle persone o alle categorie di persone che vuole colpire, per privarle di servizi di pubblica necessità, come alberghi e trasporti. E c’è di peggio: pochi giorni fa, nell’istante in cui sono stati annunciati i dati dell’inflazione negli USA, l’indice azionario, che era in leggero guadagno, è caduto immediatamente di circa lo 0,56% nel lasso di soli due minuti secondi. Questa estrema rapidità della variazione del mercato significa semplicemente che  il dato dell’inflazione non è stato ricevuto, meditato e tradotto in operazioni da esseri umani, che hanno tempi di elaborazione, reazione ed esecuzione molto più lunghi. Vuol dire che è stato ricevuto, processato e tradotto in una serie di transazioni finanziarie da una rete di computers. Vuol dire che vi sono reti cibernetiche predisposte e abilitate a fare da sè le valutazioni e le contrattazioni di borsa, senza intervento umano – quindi capace di contrarre, vendere, comperare, scommettere (mi riferisco ai derivati). Vuol dire che un sistema informatico ha compiuto in frazioni di secondo migliaia e migliaia di tali operazioni finanziarie, spostando enormi risorse per tutto il globo. Un globo le cui ricchezze e i cui rapporti economici vengono sempre più modificati e riallocati da reti servers i cui programmi saranno anche stati scritti da esseri umani, ma che agiscono e interagiscono a velocità tali che nessuno li può monitorare. Fino a che punto quella rete informatica e l’interazione dei servers può arrivare in via autonoma? E che controllo possiamo esercitare su una rete cibernetica (e altre reti similari) che ci condiziona cognitivamente, fornendoci od occultandoci selettivamente le informazioni e  le interpretazioni che vogliono i suoi gestori?

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Da quando la prima edizione di €uroschiavi è andata alle stampe, avvenimenti di primaria importanza, sia all’estero che in Italia, hanno portato all’attenzione e alla consapevolezza di tutti la funzione fondamentale del potere monetario nel determinare la politica e le sorti delle nazioni. Soprattutto, è avvenuto che il sistema bancario internazionale ha messo nei posti di potere italiani una squadra di suoi fiduciari. L’Italia appare un paese commissariato.
Infatti, un governatore della Banca d’Italia (Fazio) è stato cacciato e sostituito in quella carica con un londinese, finona poco prima vicepresidente della banca privata Goldman-Sachs (Draghi), e già direttore generale del Tesoro e presidente del Comitato per le privatizzazioni (Enel, Telecom, Imi, Comit, Eni, BNL); mentre un ex governatore della Banca d’Italia (Ciampi), autore nel ‘92 di una delle imprese monetarie più rovinose della storia d’Italia (o più vantaggiose – dipende dai punti di vista) , ha lasciato il Quirinale a una persona molto anziana, un vecchissimo dirigente del PCI-PDS-DS oramai in quasi congedo volontario. L’uomo forte, Massimo D’Alema, è stato capo di quel governo che salvò, con un decreto ad hoc, la feroce pratica bancaria dell’anatocismo quando la Corte di Cassazione la dichiarò illegittima con la celebre sentenza  n. 2374 del 1999 (v. pag. 147 ss.). Come ministro dell’economia, è stato scelto Tommaso Padoa Schioppa, finanziere e vicedirettore della Banca Centrale Europea, ossia un esperto che gode la fiducia dei banchieri privati che la controllano. Sua moglie, Fiorella Kostoris, professoressa di economia, alcuni giorni fa, in una sua rubrica di economia su Radio 24 Ore, a un signore che le chiedeva se sia vero ciò che spiega €uroschiavi sul signoraggio monetario e sulla colossale frode ai danni della nazione che esso attua, ha risposto che no, tutto è regolare, ma il tempo era finito e che quindi le dispiaceva di non poter spiegare come vadano le cose effettivamente.

Silvio Berlusconi, a seguito dello scandalo della Banca d’Italia, è riuscito a far passare una riforma che, tra l’altro, disponeva la sua graduale nazionalizzazione, quindi il recupero allo Stato dell’esercizio della sovranità monetaria, ed è stato sostituito con un altro uomo legato alla Goldman-Sachs, Romano Prodi. Prodi e la Goldman-Sachs sono stati protagonisti  dell’assai discussa privatizzazione di Cirio, Bertolli e De Rica, della quale si avvantaggiò Unilever, e di cui parla il giudice Imposimato nel suo famoso libro Corruzione ad Alta Velocità sullo scandalo Tav (Treno ad Alta Velocità).
Di questa società TAV era socia sempre la Goldman-Sachs, mentre Prodi era garante per la correttezza delle sue operazioni. Non si mancava, in campagna elettorale, di segnalare la banca Goldman-Sachs come uno dei principali finanziatori della campagna elettorale di Prodi, che già aveva ricevuto da Goldman-Sachs, nel 1993, al tempo della privatizzazione suddetta, un miliardo di Lire sul conto corrente della ASE srl, di cui era socio assieme alla moglie – pagamento per cui, secondo alcuni, non avrebbe mai fornito una congrua ragione, scrive Imposimato. Il sistema bancario (come pure Confindustria) ha appoggiato, del resto, l’Ulivo, col quale va ad occupare le istituzioni una classe dirigente tradizionalmente vicina alla finanza e alle banche da una parte, e alla burocrazia dall’altra, ma anche alla grande industria assistita, piuttosto che all’imprenditoria produttiva e al lavoro autonomo..
In base a questi e ad altri dati, vi è chi prevede (Biagio Marzo, L’Opinione, 03.04.06; Maurizio Blondet, Effedieffe, 03.01.06; M. Blondet, La Padania, 14.01.06) che col governo Prodi (ovviamente senza alcun conflitto di interessi) si proceda, quindi, ad una nuova operazione di svendite di favore, come quella eseguita nel 1992 al riparo del polverone sollevato con Mani Pulite:
-Le agenzie private di rating declassano artatamente il debito pubblico italiano (lo hanno già fatto, e sui nuovi BOT stiamo, per conseguenza, pagando oltre il 4%)  e diffondono allarme sui conti pubblici italiani; la BCE e la Commissione Europea intimano all’Italia di rientrare nei parametri di Maastricht;
-Il governo, forte di questa giustificazione, svende beni pubblici per risanare i conti pubblici alla maniera degli anni ‘90;
-Le grandi banche d’affari private, Goldman-Sachs in testa, possono così comperare a prezzo vile ciò che i contribuenti italiani hanno  già pagato diverse volte con le loro tasse.
Insomma, si ipotizza una triangolazione tra banche d’affari (più BCE), Commissione Europea e Governo Prodi, finalizzata ad arricchire le prime a spese degli italiani, riprendendo la politica di trasferimento a mani private straniere dei centri di potere economico-finanziari, quindi politici. Questa è, per l’appunto, un’ipotesi; per verificarla, per verificare se sia questa la strategia, bisognerà tenere sotto osservazione il comportamento dei predetti soggetti.

Vi è chi ravvisa una conferma di tale ipotesi già nella vigorosa relazione conclusiva di tenuta da Mario Draghi il 31 Maggio 2006 in chiusura dell’assemblea dei partecipanti (ossia azionisti) della Banca d’Italia - un discorso più da premier che da Governatore della banca centrale, in quanto a stile e contenuti - e un discorso liberista, obbedientemente lodato da Prodi e da Fassino, nonostante che esso esorti a tagliare la spesa, alzare l’età pensionabile, liberalizzare l’economia e il mercato del lavoro.
Ebbene, in questo discorso si leggono alcuni passaggi sintomatici. In uno, Draghi preannuncia che verranno tolti i vincoli e i controlli sull’acquisto di quote azionarie delle banche (comunicazione preventiva dell’opa) – il che faciliterebbe le banche straniere che vogliono rilevare quelle italiane, il cui rendimento è molto elevato, mediamente il 12% nel 2005. In un altro, esorta a ridurre il sostegno finanziario pubblico alle industrie nazionali – il che aumenterebbe il potere delle banche sull’industria e le aiuterebbe ad assorbire le imprese. In un terzo passaggio, che chiude il circolo, Draghi dice che si farà promotore di una riduzione dei limiti e vincoli alla partecipazione delle banche in aziende non finanziarie. In somma, la sua prescrizione pare essere quella di togliere i sostegni pubblici alle imprese in modo che queste cadano in mano alle banche; e togliere i vincoli all’acquisto delle banche italiane da parte di quelle straniere; così che le banche d’affari straniere possano assumere il controllo di gran parte dell’industria italiana.
Ma Draghi ha lanciato un altro monito, ancora più grave, alla maggioranza di centrosinistra: no all’esproprio delle quote di Banca d’Italia come predisposto nella riforma del risparmio del Governo Berlusconi, che prevedeva la graduale nazionalizzazione dell’istituto di emissione, ora al 95% circa di proprietà privata, nonostante l’art. 3 del suo Statuto disponga che la maggioranza assoluta debba essere in mano pubblica. Il reddito da signoraggio deve rimanere nelle mani dei banchieri e degli assicuratori privati.

Se Mario Draghi è il proconsole della Goldman-Sachs a Roma, allora tutto questo è il piano delle banche d’affari sulla debole Italia e sulla sua inconsistente classe dirigente: fare della prima una vera e propria colonia finanziaria, e dei secondi tanti burattini ben pagati.
A questa lettura, per ragioni di equilibrio, vorrei giustapporne una ad essa alternativa e di segno positivo, o progressista: la finanza internazionale ha preso atto che: 1)l’Italia, come sistema-paese, ha urgente bisogno riformarsi e ammodernarsi per sopravvivere;
2)non può farlo dal proprio interno perché in Italia la produzione del consenso politico è basata proprio sulla protezione di privilegi e abusi disfunzionali, sicché qualsiasi maggioranza, per riformare, dovrebbe tagliare il ramo su cui è seduta.
Conseguentemente, essa, ora, attraverso i suoi uomini posti nella stanza dei bottoni, sta procedendo al trasferimento del potere decisionale per l’Italia dall’interno dell’Italia all’estero, in modo che il Paese possa essere riformato dall’estero, prescindendo dal consenso interno, soprattutto di quello della base. Perciò guardiamo a Mario Draghi con apertura di speranza. Forse il nostro Governatore non è un orco smantellatore della nostra economia e della nostra dignità, ma solo il migliore dei draghi possibili; e, per questa Italia, essere gestita come colonia dall’estero può essere, dopo tutto, la migliore delle soluzioni possibili.







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