13/07/2006
LIBANO - La seconda invasione israeliana del Libano
può essere l’inizio di una più vasta e
definitiva offensiva: con l’intento di arrivare alla
liquidazione della Siria e al bombardamento dell’Iran per
distruggerne le ambizioni nucleari.
L'offensiva militare è di una violenza inaudita -
oltre 100 raid aerei in poche ore che hanno distrutto decine di ponti,
strade e infrastrutture, fra cui l’aeroporto di Beirut ai
bordi della capitale, hanno fatto 50 morti e oltre 100 feriti
innocenti, fra cui come al solito numerosi bambini - ma
è ancora nulla in confronto all’offensiva
mediatica e propagandistica che vediamo dispiegata in queste ore.
“Israele attaccato”, “Israele in
pericolo”, strillano i giornali noachici.
Rivelatrice l’esultanza con cui Il Foglio titola
in rosso e a tutta pagina: “Il grande jihad contro
Israele”: è cominciata la lotta decisiva del Male
contro il Bene, e finalmente Israele ha ragione.
E’ stata provocata da un “Paese
sovrano” (sic), il Libano.
Sono stati gli Hezbollah, dietro cui
c’è “l’ombra di Damasco e di
Teheran”.
Bisogna tenere la mente fredda, ed analizzare con
intelligenza e spirito d’intelligence la disinformazione
nebulizzata in queste ore, perché nelle stesse menzogne da
guerra psicologica c’è il bandolo della
verità.
Per esempio, è pieno di informazioni tra le righe
il commento che pubblica su Il Giornale
R.A. Segre.
Questo personaggio, il cui vero nome è Vittorio
Dan Segre, è il corrispondente da Israele del quotidiano di
Berlusconi: ma è “giornalista” nello
stesso senso in cui lo è Renato Farina,
anzi peggio.
Dan Segre è un alto grado militare israeliano, e
da sempre è l’altoparlante dei servizi di
propaganda di Sion.
“Il caporale Shalit stava per essere
restituito”, dice Dan. (1)
Il soldatino “rapito” da Hamas,
riconsegnato, avrebbe fatto cadere il pretesto per
l’ulteriore devastazione di Gaza.
Ne occorreva immediatamente un altro, che fosse pretesto per
espandere il conflitto, consentendo ad Israele di dispiegare la sua
forza, che è un po’ sacrificata
nell’esiguo spazio di Gaza, e poco giustificata nel massacro
di cose e vite umane civili: persino i maggiordomi noachici europei
cominciavano a parlare di reazione sproporzionata e di punizione
collettiva.
Il nuovo pretesto è arrivato: un attacco degli
Hezbollah dal Libano.
Altri soldati “rapiti”.
Esulta l’altoparlante e spiega: “A Gaza
Israele aveva commesso l’errore di usare la cattura del
caporale Shalit come pretesto per mettere fine ai bombardamenti di
missili” da Gaza, con operazioni “come la centrale
elettrica”.
Lo scopo della devastazione, ci spiega con qualche ritardo
l’altoparlante di Giuda, era (udite udite) “di
tagliare l’elettricità alle decine di officine in
cui vengono preparati i missili artigianali” palestinesi.
Ma questo scopo “non è stato spiegato
abbastanza dai portavoce di Gerusalemme”, ecco il punto,
sicchè i servi noachici hanno cominciato a parlare di
“punizione collettiva” contro la popolazione civile.
Ma per fortuna, ora tutto questo è
“passato”.
Sono entrati in campo gli Hezbollah.
“Contrariamente a Gaza… lo scontro
lungo la frontiera libanese, riconosciuta dall’ONU come
frontiera definitiva fra due Stati sovrani, diventa un atto di guerra
cui è lecito e obbligatorio rispondere con un altro atto di
guerra… gli hezbollah operano da uno Stato sovrano in guerra
ufficiale anche se non attiva con Israele… il Libano non
può dunque sottrarsi alle sue responsabilità come
cerca di fare il debole presidente Abu Mazen” (reso debole
non si sa da chi).
Israele è stato provocato.
Da un nemico cento volte inferiore.
Occorre tenere a mente che Israele, così
“in pericolo”, è la quarta potenza
militare mondiale, con 250 testate nucleare e tutti i missili necessari
per farle arrivare in ogni parte del mondo, flotta formidabile, enorme
potenza di fuoco, e con dietro la fornitura logistica illimitata degli
USA. Hezbollah, gruppo che si ripete “armato da
Teheran”, non ha lontanamente una forza paragonabile.
Inoltre, in Libano, non è solo una forza paramilitare, ma un
partito riconosciuto e votato.
Anche Antonio Ferrari de Il Corriere, uno dei pochi veri
esperti del carnaio mediorientale, che frequenta da
trent’anni e di cui conosce personalmente tutti gli attori,
(vero giornalista, che ho avuto modo di stimare di persona) si domanda
“che cosa abbia spinto Hezbollah a bruciare il credito che si
era conquistato in tutti i settori della popolazione
libanese, anche presso i cristiani maroniti, e persino presso
il patriarca Sfeir”. (2)
Evidentemente - leggete tra le righe - Ferrari non
è convinto della versione ufficiale dei fatti.
Che cosa spinge una forza insignificante a provocare un
avversario super-armato, in una sfida che non può avere
altro esito che una sconfitta?
Quante volte succede nella storia?
Eppure succede.
Nel 1898, secondo gli Stati Uniti, la debolissima Spagna
provocò la potentissima America facendo saltare in aria
l’incrociatore “US Maine” che era in
visita nella rada di Avana: fu il pretesto con cui Washington
strappò a Madrid Cuba e le Filippine, gli ultimi resti del
suo impero, con estrema facilità.
Oggi si sa che il Maine fu fatto esplodere dagli stessi
americani.
Accadde lo stesso al “Lusitania”:
“provocazione” tedesca che giustificò
l’entrata degli USA nella grande guerra.
Lo stesso a Pearl Harbor.
Lo stesso nel Golfo del Tonkino, dove un attacco
“non provocato” vietnamita costrinse gli USA,
poveretti, ad ampliare il conflitto.
Lo stesso l’11 settembre, dove Al Qaeda si
è fatta dare la caccia ed ha offerto il pretesto per
l’occupazione di Afghanistan ed Iraq.
Accade, nella storia, che un debole aggredisca un forte.
Ma accade soltanto ad uno Stato: gli USA.
Regolarmente, ogni 60 anni circa la superpotenza americana
viene proditoriamente aggredita senza ragione da un avversario debole,
che la costringe a devastarlo a tappeto e a renderlo democratico.
Ciò che non succede poniamo all’Italia, potenza
infinitamente più debole e notoriamente imbelle, succede a
scadenza fissa agli Stati Uniti.
Cosa da non credere, se non ne fossimo testimoni.
Ora, è successo ad Israele.
La natura della provocazione è chiarita da un
articolo del Jerusalem Post dove, tra la solita propaganda, si legge:
“Poche settimane fa una intera divisione della riserva
è stata richiamata per essere addestrata a
un’operazione come quella che l’esercito israeliano
sta compiendo in risposta all’attacco degli Hezbollah di
giovedì mattina”.
Questa sì che è preveggenza: settimane
prima della provocazione islamista, Israele si preparava ad invadere il
Libano.
E’ una delle tante esercitazioni profetiche della
nostra storia presente.
Pochi giorni prima del “rapimento” del
caporale Shalit, aveva già detto Haaretz, Israele aveva
progettato di rapire i parlamentari e ministri di Hamas.
Con tanto di lista presentata da Olmert al capo dello Shin
Beth.
Questa informazione nella disinformazione si può
leggere a firma di Yaakov Katz, “Reservists called up for
Lebanon strike”, Jerusalem Post del 12 luglio.
Ma in Europa, i figli di Noè fanno finta di non
capire.
E’ Hezbollah che ha provocato la superpotenza
atomica regionale, dandole il pretesto di cui aveva bisogno per
allargare il conflitto, dispiegare le sue ali d’aquila.
“Nessuno in questo momento può ancora
dire” scrive Dan Segre, se l’aquila di Giuda
“dilagherà a nord verso la Siria”.
Proprio la Siria che giusto ieri, dice Bloomberg, ha
annunciato di abbandonare il dollaro per costituire le sue riserve in
euro.
E che Washington ha immediatamente accusato come
responsabile della cattura dei soldati israeliani
“rapiti” dagli Hezbollah.
La Siria, perché ormai il processo che la teneva
sotto schiaffo - quello per l’uccisione del premier libanese
Hariri - sta facendo acqua da ogni parte.
La Siria che, come scrivono gli altoparlanti, continua a
ritenere il Libano un suo protettorato: in realtà, il Libano
- sotto la saggia guida del generale Aoun - è tornato ad
essere un modello di convivenza tra cristiani, sciiti e sunniti ed
altre minoranze.
Un modello che può essere additato ad Israele.
Dunque, intollerabile.
Va abolito.
“Riporteremo il Libano indietro di
vent’anni”, grida Olmert.
Perché questi attacchi hanno anche lo scopo di
stroncare ogni sviluppo dei Paesi vicini ad Israele, di rigettarli
all’età della pietra, e il Libano, grazie
all’intraprendenza dei suoi abitanti levantini, stava di
nuovo fiorendo.
Per sentirsi sicuro, Israele ha bisogno di avere attorno un
deserto di disperazione e barbarie.
Invaso il Libano, però, c’è
ragione di credere che Israele non si fermerà.
Deve arrivare fino al bombardamento dell’Iran,
deve averne il pretesto.
Perché?
Perché, come ha scritto in vari articoli del New
Yorker Seymour Hersh - il solo esperto veridico delle cose militari
americane - i generali USA, che già vedono affondare la
truppa nelle sabbie mobili irachene, hanno convinto i politici, e un
Bush in calo disastroso, a non fare l’attacco
all’Iran.
Gli USA non faranno anche questa guerra per Israele.
Israele deve dunque agire in proprio. (3)
E presto, perché la finestra
d’opportunità si sta chiudendo.
Sta per cominciare, sotto l’egida di Putin e con
l’assistenza di Gazprom, la costruzione del gasdotto che
porterà il gas iraniano all’India attraverso il
Pakistan. (4)
Un’opera colossale che collegherà
stabilmente l’Iran, il Paese che il giudaismo vuole isolato e
“canaglia”, in un’alleanza di solidi
interessi coi suoi potenti vicini.
Inoltre, salda due Stati ex nemici, Pakistan e India, nel
comune interesse e corresponsabilità del vitale gasdotto.
Se questo avviene, l’India indù
è perduta per il grande jihad ebraico contro
l’Islam.
Intravvediamo qui il motivo dell’orrendo attentato
di Bombay dell’11 luglio.
I due gruppi islamici subito chiamati in causa come autori
del massacro, Lashkar-e-Tayyaba e Hezb-ul-Mujahedin, anziché
rivendicarlo, hanno condannato l’attentato e quelli (di cui
si è parlato meno) avvenuti in Kashmir lo stesso giorno, che
hanno ucciso altre otto persone.
Ma non importa: Pakistan ed India sono di nuovo ai ferri
corti, e l’India è coinvolta;
parteciperà al gran jihad israeliano contro
l’Islam.
Se l’ipotesi è giusta, aspettiamoci
qualcosa di apocalittico: Israele attaccherà
l’Iran con bombe nucleari.
Perché “è in gioco la sua
stessa esistenza”.
Ed è stata provocata.
Maurizio Blondet
Note
1) R.A. Segre, “Giochi pericolosi”, Il
Giornale, 13 luglio 2006; si noti che, ancora una volta,
l’Europa ha intimato agli arabi di rilasciare i soldati
israeliani catturati, ma non agli israeliani di liberare i ministri e
parlamentari palestinesi rapiti, né i 9 mila detenuti senza
processo che Israele tiene in suo potere.
2) Antonio Ferrari, “L’ombra di Damasco
e di Teheran in una escalation improvvisa”, Il Corriere della
Sera, 13 luglio 2006.
3) Jonathan Ariel, un operativo del Mossad, ha dichiarato
pochi giorni fa: “Se necessario, noi [israeliani]
faremo tutto il necessario per assicurare la nostra sopravvivenza,
compreso un attacco nucleare ‘preventivo’ contro
l’Iran". Ne abbiamo dato notizia in questo sito (Maurizio
Blondet, “Isteria armata di atomica”, 26 luglio
2006).
4) Maurizio Blondet, “Mosca e Pechino, due colpi
magistrali”, 27 giugno 2006. L’accordo fra Gazprom,
Iran, Pakistan e India è stato siglato nel vertice dello
SCO, Shanghai Cooperation Organization. Il Pakistan, molto interessato
all’affare, ha dato le massime garanzie di vigilanza sul
gasdotto. Questa pacificazione non può essere permessa, in
quanto contraria agli interessi israelo-americani. I mandanti
dell’attentato hanno lasciato deliberatamente una
“segnatura” per far capire, a chi sa, la loro vera
identità. Ancora una volta hanno scelto un 11, come per
l’11 settembre in USA e l’11 marzo a
Madrid. Insomma è la firma di Osama bin Mossad. In questo
senso, ha un significato agghiacciante una frase di Berlusconi a
proposito dell’inchiesta sul rapimento di Abu Omar in Italia:
“se rompiamo con la CIA ci esponiamo ad attacchi
terroristici”. Perché naturalmente tutti sanno chi
fa gli attacchi terroristici. Il difficile è denunciarlo,
quando gli autori sono la prima e quarta potenza atomica mondiale.
Tratto da: www.effedieffe.com
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.