Molti commentatori hanno richiamato le similitudini
esistenti fra le campagne di Russia – napoleonica e
dell’Asse – con l’assalto al Libano: se
il paragone regge, dobbiamo riconoscere che Mosca non è
stata conquistata e che l’esercito israeliano
dovrà ritirarsi dal Libano, scornato e depresso.
In realtà, il vero “assalto a
Mosca” non c’è stato poiché
l’obiettivo primario della guerra era lo scontro aperto con
la Siria , la caduta del regime di Assad e l’aggiunta di un
nuovo “tassello” nel Risiko che Pupazzetto Bush
tiene aperto sulla scrivania dello Studio Ovale. Papà glielo
ha appena regalato, e Giorgetto ha addirittura imparato a riconoscere
l’Iraq, l’Italia e la Nuova Zelanda nel planisfero:
mamma Barbara è così contenta dei progressi del
pargolo che gli farà trovare un bel pony e due pistole a
tappi “Pecos Bill” nel ranch di Crawford.
Senza lo scontro con la Siria , però, tutta
l’operazione israeliana perde completamente significato: il
porto di Tartus continua ad essere il terminal dell’oleodotto
che parte dall’Iraq, gli accordi con la Turchia per nuovi
oleodotti e per sottrarre acqua alle sorgenti del Tigri per portarla in
Israele non ne risultano certo facilitati e, ciliegina sulla torta, a
novembre Bush dovrà rispondere di fronte
all’elettorato americano di questa nuova e sensazionale
“vittoria” della diplomazia statunitense in Medio
Oriente. Anche il Libano sono riusciti a giocarsi: è proprio
vero che anche le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano.
Pur ammettendo che si tratta soltanto di una battaglia
– e che la “guerra infinita” di Bush e di
Israele continua – si tratta di una battaglia persa, e di una
battaglia importante, potremmo quasi azzardare
“decisiva”.
Tutti gli scenari trionfalistici/catastrofici (secondo il
punto di vista) di poche settimane fa sono stati diametralmente
ribaltati: un Libano parzialmente occupato, Hezbollah distrutto,
Israele che mostra ancora una volta il suo strapotere
nell’area e Beirut prostrata di fronte alla Banca Mondiale di
Wolfowitz per la ricostruzione sono oramai soltanto sogni, che in poche
settimane si sono trasformati in incubi per Bush ed Olmert.
Il “Nuovo Medio Oriente” vagheggiato dai
neocon e dai sionisti si sta rivelando un boomerang: da questa guerra
uscirà certamente un nuovo Medio Oriente, ma sarà
proprio l’opposto rispetto a quello che prevedevano
Washington e Tel Aviv. E, attenzione: non sarà solo il
Vicino Oriente a manifestare i segni della sconfitta israeliana,
bensì sarà tutto il pianeta ad osservarne i
frutti. Come si è giunti a tanto?
Come scrissi il 24/7/2006 ne Il mazzo delle carte truccato,
la strategia israeliana è stata veramente sciagurata: non
solo ha provocato più di mille vittime civili libanesi, ma
con la distruzione delle infrastrutture del Libano hanno ottenuto
soltanto di perdere molti appoggi internazionali, soprattutto in
Europa.
Il tributo di sangue pagato da Israele è stato
alto – circa 250 morti e 3.000 feriti – e, se
operiamo una proporzione fra le due popolazioni, sarebbe come se in
Italia avessimo avuto in un mese di guerra 2.500 morti e 30.000 feriti.
In compenso, Hezbollah non è stato di fatto
indebolito ed allo scoccare della tregua può mostrare di
fronte al mondo che – per la prima volta – una
forza armata musulmana ha fermato Tzahal, il più potente
esercito dell’area.
Il quotidiano israeliano Haretz[1] –
all’approvazione della risoluzione ONU per la cessazione
delle ostilità – sottolineava che il danno
più grave provocato da Olmert ad Israele era
l’essersi spogliati “del potere di
deterrenza”, che tradotto in termini più semplici
significa aver perso l’alone
d’invincibilità che circondava Israele sin dal
1948.
L’uso smodato dell’aviazione strategica
e la grave sottovalutazione delle capacità militari di
Hezbollah – che invece avrebbero dovuto condurre ad un uso
tattico dell’aviazione, ossia al bombardamento delle
posizioni dei guerriglieri sciiti solo a sud del fiume Litani o poco
oltre – hanno prodotto la frittata: nessun significativo
risultato raggiunto sul piano militare e pessime relazioni diplomatiche
con molti paesi prima, almeno, “equidistanti”.
L’opinione pubblica europea è stata
scossa dalle immagini di morte che Israele ha seminato nel Libano, e
non basteranno di certo i richiami retorici alla Shoà per
rimediare al danno.
Israele, però, in questo frangente è
stato tradito: da chi?
Per comprendere la natura del tradimento dobbiamo osservare
con maggior attenzione ciò che è avvenuto
all’ONU più che sul campo di battaglia.
Nei giorni precedenti la risoluzione definitiva, la Russia
s’era opposta alla prima risoluzione – che avrebbe
avallato l’occupazione israeliana del sud del Libano
– affermando che era pronta ad usare il diritto di veto in
Consiglio di Sicurezza. La prima bozza della risoluzione fu
accantonata.
La Russia – con il silente accordo della Francia
– comunicò che avrebbe presentato una sua
risoluzione, nella quale chiedeva semplicemente una tregua umanitaria
di 72 ore: una risoluzione alla quale per tutti sarebbe stato difficile
opporsi, visto il gran numero di vittime e le gravi condizioni nelle
quali versava la popolazione libanese.
Tre giorni di tregua, però, avrebbero consentito
ad Hezbollah di ricevere rifornimenti: questa era la
“polpetta avvelenata” presente nella proposta russa.
A quel punto, la diplomazia USA si trovò di
fronte ad un terribile dilemma: seguire l’isolamento
internazionale d’Israele fino in fondo – ponendo il
veto sulle risoluzione “umanitaria” della Russia
– oppure accettare la fine delle ostilità ed il
ritiro israeliano?
Optando per la seconda scelta, Washington ha tolto la
“terra da sotto i piedi” ad Olmert –
sancendo probabilmente la sua fine politica – ma è
riuscita a salvare un minimo di credibilità internazionale:
d’altro canto, se Tzahal non era riuscito in un mese a venire
a capo di Hezbollah, c’erano poche speranze che ci riuscisse
in tempi ragionevoli. In definitiva, la Rice è riuscita ad
avere la meglio sul Pentagono, cosa che mai riuscì a Powell.
C’è una curiosa nemesi in tutta la
vicenda: più volte i vertici militari israeliani criticarono
gli USA per essere “troppo teneri” (sic!) in Iraq;
Israele sosteneva che solo con il “pugno di ferro”
(come nei territori…) sarebbe stato possibile sconfiggere la
guerriglia irachena.
La fin troppo facile “guerra”
– in realtà uno sterminio a senso unico
– che Israele porta avanti da anni nei territori, ha fatto
smarrire ai generali israeliani la memoria di una vera guerra, contro
un nemico che dispone di armi per difendersi. Ora, a Washington come a
Tel Aviv, avranno molto materiale da analizzare.
Da ultimo, dovremmo chiederci il perché di tanta
veemenza da parte russa.
Sappiamo che la Russia contrasta le velleità di
conquista anglo-americane (ed israeliane) nell’area ed in
Asia Centrale, ma mai s’era opposta in modo così
fermo. La ragione? Il 21 agosto 2006, Mosca pagherà gli
ultimi spiccioli del debito ricevuto in eredità
dall’URSS, dopodichè sarà un libero
fringuello, affrancato da qualsiasi vincolo economico con
l’Occidente.
I passi successivi? Putin lo ha già dichiarato:
la quotazione del rublo sui mercati valutari e – in
prospettiva – il pagamento dell’energia in valuta
russa, il che sarebbe un altro colpo per il dollaro.
La prima vittima di questa assurda vicenda sarà
proprio Israele, che dovrà rivedere la sua politica estera
ed anche i suoi equilibri interni.
Da troppo tempo il dibattito politico in Israele
è congelato e, se Olmert ha sicuramente delle gravi
responsabilità, colui che con il suo silenzio assassino ha
“coperto” la presidenza di Olmert è
stato Shimon Peres: la profonda viltà del suo mutismo
è stata il suggello dell’avventura libanese.
Non dobbiamo dimenticare che Shimon Peres – premio
Nobel per la Pace (!) – è stato il principale
becchino del dibattito politico interno a Tel Aviv: senza la sua
acquiescenza, non ci sarebbe stata la “grande
ammucchiata” di Kadima, un non-sense politico per un paese
che si dice democratico, una coalizione che ha tradito
l’elettorato israeliano facendo credere che bastasse la forza
per dirimere qualsiasi dissidio con gli arabi.
Shimon Peres fu colui che strinse la mano di Arafat sul
prato della Casa Bianca, insieme all’assassinato Rabin, ed
oggi non può giocare il ruolo della verginella,
poiché i governi retti da Sharon hanno delegittimato per
anni l’ANP, aprendo le porte dei territori ad Hamas.
Oggi, Israele raccoglie i frutti di questa politica
dissennata e mette nei guai non solo i suoi cittadini, ma anche gli
stati arabi che gli avevano accordato consenso – Egitto e
Giordania in primis – che si troveranno a fronteggiare
un’opposizione interna sempre più agguerrita. Se
si riflette che in Egitto è in vigore da anni la legge
marziale, e che ci sono 20.000 oppositori politici nelle galere di
Mubarak, si può facilmente immaginare la
difficoltà che avrà il vecchio Faraone a tenere
le redini dell’Egitto, il paese che più rischia
una deriva fondamentalista. Il piccolo re giordano avrà
anch’egli le sue gatte da pelare, così come gli
orgogliosi wahabiti sauditi.
L’unica salvezza per Israele è una
vigorosa sterzata, un fremito di consapevolezza che riapra il dibattito
politico interno, che lasci intravedere nuovamente la
possibilità di un accordo con gli arabi per la Palestina. Se
, da domani, Tzahal si sposterà dal Libano a Gaza e
ricomincerà a massacrare i palestinesi, chi terrà
più a bada le popolazioni arabe? E le relazioni con
l’Europa – già molto
“fredde” – come evolveranno? Bisogna
considerare che la forza d’interposizione in Libano
sarà quasi completamente europea e composta prevalentemente
dai paesi che più hanno condannato la condotta assassina
della guerra, con l’uso di armi proibite (bombe cluster,
aggressivi chimici, ecc.). Sarà una facile
“convivenza” quella fra le forze ONU, Hezbollah che
canta vittoria e Tzahal che mastica amaro?
Sull’altro versante, la novità e
senz’altro l’affermazione di Hezbollah come
movimento politico e struttura militare: che mai aveva tenuto testa per
un mese a Tzahal?
Il premier Siniora potrà salvare il suo governo
– che doveva essere l’espressione delle forze
moderate libanesi – soltanto se farà accordi con
Hezbollah, che esce da tutta la vicenda come l’indiscusso
vincitore.
La risoluzione 1559 – che prevede il disarmo del
Partito di Dio – non potrà essere ovviamente
applicata: probabilmente si giungerà ad un compromesso che
prevedrà l’accorpamento delle milizie sciite
nell’esercito libanese, oppure una doppia struttura
– come in Iran – ossia l’Esercito
Regolare ed una sorta di milizia popolare (come le “Guardie
della Rivoluzione” iraniane, che hanno forze di terra, mare e
cielo). Vagheggiare un pacifico disarmo di Hezbollah, quando agli occhi
dei libanesi è stato il salvatore della nazione,
è difficile da immaginare: chi sono gli autori di questo
“miracolo”? Olmert & soci.
Anche il destino delle forze “moderate”
libanesi è assai incerto: l’evidenza dei fatti ha
mostrato che Israele non distingue fra le differenti posizioni
politiche dei paesi arabi (Egitto e Giordania sono avvertiti),
bensì agisce oramai solo su basi razziali.
Dall’altra, colei che doveva giocare il ruolo del
“cattivo” – ossia la Siria – ha
mostrato invece moderazione e non è caduta nella
provocazione israeliana, che è giunto a bombardare i valichi
di frontiera. Inoltre, centinaia di migliaia di libanesi hanno trovato
rifugio e protezione proprio in Siria, e di questa
ospitalità qualsiasi futuro governo libanese
dovrà tener conto.
La distruzione delle infrastrutture libanesi è
valutata in alcuni miliardi di euro (3-5) e questa era la seconda parte
del piano ordito da Israele e dagli USA: lì sarebbe dovuto
entrare in gioco Wolfowitz con la Banca Mondiale , per taglieggiare i
libanesi con i suoi prestiti. Dopo le aquile, gli avvoltoi.
Invece, il successo di Hezbollah ha scompaginato le carte
proprio nella galassia musulmana: chi non ha saputo difendere il Libano
(leggi: Egitto, Giordania ed Arabia Saudita) dovrà pagarne
le conseguenze politiche. Difatti, Ryad ha già versato 1,5
miliardi di dollari nelle casse libanesi: se non lo faranno loro ci
penserà l’Iran, poiché il Libano
è oramai sfuggito completamente al controllo da parte
dell’Occidente.
Cosa nascerà dalle disastrate periferie di Beirut
e dalla “terra bruciata” del sud? Una linda
generazione d’eleganti rappresentanti diplomatici od una
nuova schiera di guerriglieri?
Anche in Europa il mazzo è stato tagliato e si
tornano a distribuire le carte, e chi credeva d’avere degli
assi oggi si ritrova con una panoplia di scartine.
Il ritorno prepotente della Francia nello scenario
medio-orientale – Parigi avrà il comando della
forza d’interposizione ONU – è una
sconfitta per inglesi ed americani, ma soprattutto per i britannici.
La sfida per il controllo del Vicino Oriente fra la Gran
Bretagna e la Francia ha radici antiche: con il Trattato di
Sèvres (1920) fu sancito il predominio inglese
sull’Iraq e sulla penisola arabica (eccettuato
l’Higiaz) e quello francese sulla Siria e sul Libano.
La Francia – da sola – non avrebbe avuto
la forza per imporre una risoluzione così sfavorevole ad
Israele, soprattutto dopo che la Germania s’era defilata con
una posizione assai ambigua. Ci penseranno il prossimo inverno, ed il
metano russo, a far riflettere la signora Merkel.
L’intransigenza russa ha aperto alla Francia uno
spiraglio insperato, che ha saputo sfruttare abilmente; non sono
novità, bensì dei “classici”
negli equilibri europei: ad un “raffreddamento”
dell’asse Parigi-Berlino corrisponde un rafforzamento di
quello con Mosca, con la quale Parigi collabora da anni in importanti
programmi militari e spaziali. Spagna ed Italia, ovviamente, seguono: i
nostri soldati potranno così passare direttamente dalle
dipendenze di un generale del British Army di Bassora a quelle di uno
dell’Armée di Beirut.
Gli “sgambetti” fra inglesi e francesi
nell’area non si contano: pochi sapranno che –
durante la rivolta anti-inglese del 1941 in Iraq – il
governatore francese della Siria (fedele a Vichy) concesse
l’uso delle ferrovie siriane all’Asse per il
trasporto d’armi e munizioni, e non solo: caccia
Messerschmitt Bf-110 e FIAT-CR42 operarono per un breve periodo dalla
base di Mossul contro le truppe anglo-indiane che salivano dal Kuwait
verso nord e la vittoriosa (per i britannici) battaglia decisiva si
svolse – corsi e ricorsi storici – a
Falluja.
Le “ruggini” fra inglesi e francesi
– nonostante i sorrisi di convenienza – sono
continuati in un susseguirsi d’accordi tattici (Suez, 1956) e
di scontri abilmente celati (Kossovo 1999, per il controllo delle
miniere di Trepca).
Oggi, truppe francesi saranno schierate al confine
israeliano – ufficialmente per la protezione di Tel Aviv
– ma in passato Israele non aveva mai gradito truppe europee
ai suoi confini e, meno che mai, nei territori: si tratta di un boccone
assai amaro quello che Israele deve ingoiare, anche perché
sa benissimo che a 20 chilometri dalle sue frontiere Hezbollah
sarà ancora più forte.
L’altro grande sconfitto della guerra in Libano
è Al-Qaeda, il terrorismo di matrice wahabita e salafita.
Durante la guerra l’oramai indiscusso capo di Al-Qaeda
– Ayman Al-Zawahiri – si fece vivo soltanto un paio
di volte per lanciare una prima volta degli imbelli strali contro gli
occidentali e la seconda per comunicare che un gruppo terrorista
egiziano – Jamaa Islamiya – aveva accettato
l’affiliazione con il network internazionale del terrore.
Entrambe le notizie, nel clamore della guerra, si sono perse come una
brezza dentro ad un uragano.
La difficoltà di reggere il confronto con gli
sciiti di Hezbollah è apparsa evidente, ed oggi Al-Qaeda si
trova alle corde: non tanto nei confronti dei nemici occidentali, ma in
quanto scalzata – nell’immaginario di milioni di
musulmani – dalla maggior organizzazione dei gruppi sciiti.
La paura di perdere consensi è stata così vasta
da far pronunciare agli imam wahabiti l’invito a non pregare
per la vittoria di Hezbollah: un grave errore politico, che non
farà altro che spostare nuovi consensi verso gli sciiti.
Almeno teoricamente, Al-Qaeda avrebbe organizzato lo
spaventoso attentato che doveva ripetere un nuovo 11 settembre sui
cieli di Londra, ma da come sono andate le cose non sembra averne
tratto gran vantaggio.
Il dubbio che serpeggia in Occidente – inutile
negarlo – è capire se si sia trattato di un vero
attentato o di una semplice montatura mediatica: in entrambi i casi
Al-Qaeda ne esce sconfitta.
Nel caso si sia trattato di un vero attentato, bisogna
riconoscere che nemmeno il più squinternato gruppo
terrorista della galassia avrebbe agito in quel modo. Sarebbero saliti
su aerei di compagnie americane (sui quali volano sempre agenti in
borghese) e quindi avrebbero mescolato i due reagenti per fabbricare
l’esplosivo – un attimo, prego, mi regga la
boccetta…ecco, così…grazie –
poi avrebbero dovuto inserire il detonatore – me lo tiene un
secondo? Stia attento, però, può
scoppiare… – ed infine con un telefonino avrebbero
fatto esplodere l’intruglio: Hassan, qual è il
numero da chiamare? Hai messo 10 euro nella scheda come ti avevo
raccomandato?
Anche il “via” per l’attentato
– giunto con una telefonata (!) dal Pakistan –
lascia alquanto perplessi: nemmeno il povero Bruno –
l’orso assassinato dai lanzichenecchi – avrebbe
commesso un simile errore telefonando al direttore del parco
d’Abruzzo. Ahò: sarò Bruno,
sarò orso, ma mica ‘so scemo!
Tutte le comunicazioni avvengono oramai via e-mail, con
l’uso di codici cifrati (il conosciuto Havala) e sono spesso
preceduti da sciami di virus e di strano spam per mettere a dura prova
i sistemi di sorveglianza elettronica e satellitare.
Se invece si è trattato di una semplice montatura
mediatica, vuol dire che Al-Qaeda non è più in
grado di colpire in Occidente, e questo proprio perché ha
finito per ricalcare nelle forme e nella prassi i metodi occidentali,
più facilmente intercettabili dai servizi di sicurezza.
Non vale nemmeno la pena di perdere troppo tempo per
stabilire se si sia trattato di un vero attentato o di una montatura:
il risultato è comunque la sconfitta di Al-Qaeda, del
terrorismo solitario e suicida, raffrontato alle milizie organizzate di
Hezbollah – che non pratica attentati suicidi –
bensì la condotta della guerra con i metodi della
guerriglia, da Cuba al Vietnam, dall’Iraq al Libano.
Per tentare di salvare la frittata, qualcuno (leggi: Marco
Pannella) chiede oggi l’ingresso di Israele
nell’UE: subito alcune forze politiche italiane di
centro-destra (FI – AN) si sono accodate, a dimostrare quanto
siano oramai sciagurati gli equilibri interni italiani, con Pannella
(Rosa nel Pugno – maggioranza) che è in sintonia
con l’ala estrema dell’opposizione e
l’UDC (opposizione) che tace sperando che consegnino loro la
chiave d’ingresso nel centro sinistra.
Chi fa simili proposte non conosce nemmeno l’ABC
della costruzione europea, come se l’ingresso
nell’UE fosse come entrare in un cinema: pago il biglietto,
entro e ci rimango fino all’ora di chiusura.
Per entrare in Europa bisogna aver prima risolto tutti i
contenziosi sui confini, mantenere ad un livello accettabile i
conflitti interni con le minoranze etniche e corrispondere alle stesse
il pieno diritto di proprietà. Israele non ha nemmeno
iniziato a prendere in considerazione quei problemi: ci pensa
l’esercito.
Ricordiamo che per entrare nell’UE la Turchia
dovrà risolvere l’annoso problema con i curdi,
mentre durante la recente guerra – silenziosamente
– ha spostato truppe sul confine iracheno per poter
eventualmente colpire i “santuari” della guerriglia
curda nel nord dell’Iraq. A margine, possiamo notare quanto
sia irta di spine anche la via che dovrebbe condurre ad una separazione
in tre parti dell’Iraq (sciiti, sunniti e curdi), laddove gli
sciiti diverrebbero una “succursale”
dell’Iran, i sunniti della Siria ed i curdi finirebbero
massacrati dai turchi.
Lo stesso problema – forse ancor più
complesso – riguarda gli stati ex jugoslavi: la Croazia non
entrerà nell’UE fino a quando non
risolverà i problemi derivanti dal riconoscimento delle
proprietà immobiliari. Non si tratta soltanto dei beni
confiscati agli italiani dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma anche di
quelli dei serbi e dei musulmani che sono stati scacciati con la
pulizia etnica nello scorso decennio. Simili problemi coinvolgono la
Serbia e la Bosnia , mentre fu rifiutata la procedura
d’ammissione del Cile – anni or sono –
quando il paese latino-americano aveva tutte le carte in regola,
compresi i parametri di bilancio, per associarsi all’Unione.
Israele non rispetta le risoluzioni ONU, è ancora
ufficialmente in guerra con la Siria , confiscò le
proprietà dei palestinesi senza alcun risarcimento, non ha
confini definiti ed ha contenziosi aperti sugli stessi: inoltre, dulcis
in fundo, dovrebbe dimostrare d’avere un bilancio statale che
rientra nei parametri di Maastricht cosa che – con i costi
della recente guerra[2] – risulta assai dubbia.
Il tentativo (nemmeno troppo ben celato) che sottende questa
richiesta è – ancora una volta – quello
di coinvolgere l’Europa nella dissennata politica
dell’amministrazione USA e di Israele, ossia che si trovi
“qualcuno” così stupido da fare la
guerra agli arabi al posto degli israeliani. Accà
nissciun’ è fess’.
La discriminante fra le due posizioni passa proprio
attraverso le cosiddette “regole
d’ingaggio” che riceveranno i nostri militari: si
tratta, sostanzialmente, di definire a chi potranno sparare addosso ed
a chi no.
I desideri di Israele – visto che Hezbollah, a
loro dire, è un’organizzazione terroristica
– sarebbero quelli di sparare su Hezbollah e di collaborare
con Israele, che a sua volta quando le forze ONU non sono troppo
“accondiscendenti” le bombarda direttamente.
I libanesi sono, ovviamente, d’opposto parere.
La sintesi potrebbe essere trovata nel significato
essenziale di “forza di pace”, ossia di semplice
forza d’interposizione che non ha compiti
d’aggressione contro chicchessia, a meno d’essere
attaccata: insomma, né più né meno le
regole d’ingaggio che i nostri soldati hanno in Bosnia.
Inoltre, non si potrà passare oltre alla drammatica
situazione dei territori, laddove Israele pratica il massacro come
prassi: una soluzione della crisi deve coinvolgere anche i palestinesi.
Se, invece, passerà in Parlamento qualcosa di
diverso – modello Iraq od Afghanistan – i nostri
soldati saranno esposti a dei rischi che la comunità
nazionale non richiede, giacché nessun soldato italiano ha
il dovere di difendere la Patria in armi quando la guerra è
una guerra d’altri nella quale l’Italia non
c’entra nulla.
Per non sbarcare altre bare a Ciampino, occorre che nel
paese ci sia la consapevolezza che le regole d’ingaggio sono
la base della futura missione: anche il povero Bruno passò
fiducioso la frontiera tedesca, ma era ignaro delle “regole
d’ingaggio” dei lanzichenecchi.
Carlo Bertani
bertani137@libero.it www.carlobertani.it
[1] Ari Shavit, Olmert deve andarsene, 12/8/2006
[2] Nel 2005, il rapporto deficit/PIL israeliano fu del 2%,
ma i costi della recente guerra (valutati fra 1 e 2 miliardi di
dollari) sposterebbero il valore ben oltre il 3%.
Tratto da: www.disinformazione.it
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.