Quanti di noi si chiedono come mai anche nei paesi
controllati dai Caschi blu dell'Onu, come Haiti e la Liberia, avvengono
violenze e vessazioni di ogni genere? I Caschi blu dell'Onu che
missione svolgono veramente? Non sembrerebbe che stiano lì,
come dicono, per proteggere le popolazioni oppure per ristabilire la
pace, dato che in ciò hanno sempre fallito. Ad esempio, in
Sierra Leone, non limitarono in nessun modo l'attività
criminale delle Corporation che pagavano milizie per contendersi le
risorse diamantifere. Al contrario, difesero gli interessi delle
Corporation combattendo contro tutti coloro che volevano una maggiore
trasparenza nella gestione delle risorse del paese.
I Caschi blu dell'Onu, ovunque abbiano attuato missioni di
"peacekeeping", hanno commesso una serie di crimini contro la
popolazione civile, e soltanto in pochissimi casi si è avuto
un processo e una condanna penale. Hanno ucciso migliaia di civili e
praticato violenze di ogni genere. La lista dei casi documentati
è lunghissima. Anche quest'anno sono emersi numerosi casi di
abusi sessuali commessi dai Caschi blu ad Haiti e in Liberia. Ad Haiti,
secondo un rapporto pubblicato su The Lancet nell'agosto del 2006, i
casi di stupro su donne e bambine sono 32mila negli ultimi due anni.
Secondo lo studioso Royce Hutson, coautore della ricerca, almeno nel
25% dei casi, i responsabili degli abusi sono soldati dell'Onu e
polizia locale.
Un rapporto del maggio 2006 sui campi profughi liberiani,
curato da "Save the Children", accusa i Caschi blu di aver obbligato
bambini a prestazioni sessuali in cambio di cibo, birra o per un giro
in automobile.
Questi crimini vanno aggiunti ad una lista lunghissima di
violenze commesse dai Caschi blu in Bosnia, Congo, Rwanda, Kosovo,
Ucraina, Somalia ecc. In quasi tutte le missioni, i Caschi blu
combattono come eserciti in guerra, e sono sempre schierati dalla parte
del potere tirannico che opprime i popoli.
Nel 1992 si ebbe un intervento dei Caschi blu in Somalia
denominato 'Restore Hope" (ridare speranza). La Somalia era devastata
dalla guerra civile fra i gruppi contrapposti capeggiati dal generale
Mohamed Farah Aidid e da Mohamed Ali Mahdi, che dopo la caduta di Siad
Barre (1991), volevano prendere il potere. La missione avrebbe dovuto
permettere alle organizzazioni internazionali di distribuire viveri e
dare assistenza umanitaria alla popolazione.
I militari dell'Onu però non riuscirono ad
affrontare la situazione nell'ambito di operazioni di polizia e
attuarono diverse operazioni belliche macchiandosi di azioni criminali
verso donne, bambini e cittadini inermi. Centinaia di civili vennero
uccisi, anche bambini e donne.
L'Italia partecipò con l'operazione denominata
'Ibis' e impegnò i parà della 'Folgore'. I
compiti assegnati dall'Onu agli italiani erano molteplici: garantire la
sicurezza dei convogli che portavano aiuti, bonificare il territorio,
sequestrare armi e vari incarichi di polizia. La missione, tuttavia
ebbe aspetti poco chiari che coinvolsero anche i soldati italiani, che
furono accusati di torture e violenze sui somali. Durante la missione
furono uccisi undici militari italiani (luglio 1993), e la giornalista
Ilaria Alpi e il teleoperatore Miran Hrovatin (marzo 1994).
Emergeranno fatti atroci commessi dai soldati italiani. In
Italia vennero pubblicate foto[1] che documentavano violenze e torture
di italiani contro somali. In particolare si trattava di stupri e
dell'uso dell'elettroshock, applicato da Valerio Ercole ai testicoli
delle vittime.
Il maresciallo della Folgore Valerio Ercole, nel 1997,
subì un processo per aver praticato la tortura. Anche altri
paesi, come il Belgio e il Canada, avevano processato soldati per il
medesimo reato e li avevano condannati, ma Valerio Ercole venne assolto
dalla Corte d’Appello di Firenze, per prescrizione. Altri
soldati italiani processati si difesero dicendo che la situazione in
cui erano costretti ad operare era molto difficile, come se questo
potesse rendere leciti lo stupro e le torture. In Italia gli episodi
furono tutti insabbiati e venne propagandato l'aspetto 'buono' della
missione. Il 4 giugno del 2000, si ebbe a Roma una sfilata militare per
celebrare la missione di pace dei militari italiani. I primi a sfilare
furono i reparti di ritorno dalle missioni effettuate all'estero, i
paracadutisti della Folgore, fanti, bersaglieri, genieri, carristi. Il
sindaco Walter Veltroni definì la parata come una "armata
della pace", ma fra coloro che sfilavano c'erano diversi responsabili
di violenze e abusi.
La missione Restore Hope durerà tre anni
(1992-95), dopodiché l'Onu, che non era riuscita a risolvere
né a migliorare la situazione in Somalia, abbandonava il
paese alle bande rivali al soldo delle Corporation. Abbandonata a se
stessa e in preda al caos la Somalia diventerà, tristemente,
luogo di cui approfittare per loschi traffici. Il popolo somalo
continuerà a subire eventi drammatici, che saranno
prudentemente tenuti nascosti dai paesi che li perpetravano. La Somalia
diventerà un cimitero di rifiuti tossici, il cui traffico
sarà organizzato dalle bande criminali in guerra.
In Congo, i casi documentati di crimini commessi da Caschi
blu dell'Onu sono 150, fra violenze carnali, pedofilia e sfruttamento
della prostituzione. In altri paesi si avranno abusi analoghi. Nel 1991
in Cambogia i Caschi Blu commisero abusi sessuali su minorenni. Nel
1993, a Sarajevo, Caschi blu ucraini pagarono prestazioni sessuali con
la benzina e altri commisero abusi sessuali su minorenni. Nel 1994 in
Mozambico, alcuni Caschi blu abusarono sessualmente di minorenni. Nel
2001, in Eritrea, soldati dell'Onu danesi e italiani organizzarono orge
con bambine di 13 anni. Nel 2002 funzionari Onu organizzarono traffici
sessuali nei campi profughi di Liberia, Guinea e Sierra Leone e nel
2004 due Caschi Blu vennero accusati di violenze sessuali.[2]
Le stesse Nazioni Unite indagarono da maggio a novembre del
2004 e pubblicarono un rapporto all'inizio del 2005, da cui emerge che
negli ultimi 12 anni i reati dei Caschi blu contro le popolazioni sono
aumentati. Sono aumentati anche i “bebè
peacekeeper”, cioè i figli dei funzionari
dell'Onu. Addirittura, un funzionario americano del Palazzo di Vetro,
ha lasciato figli a Haiti, Timor Est e in Congo.
Nel marzo del 2005, Carina Perelli, capo
dell'Unità di assistenza elettorale dell'Onu che ha
organizzato le elezioni in Iraq, è stata accusata di abusi
sessuali, di favoritismi e di uso improprio dei fondi delle Nazioni
Unite, la denuncia è stata fatta in seguito ad un'inchiesta
commissionata dal Palazzo di Vetro alla Società di
consulenza svizzera Mannett Sarl.
Nello stesso anno, il principe al-Hussein di Giordania
preparò un rapporto dal titolo “Una strategia
comprensiva per eliminare futuri abusi e sfruttamenti sessuali nelle
operazioni di peacekeepers dell'Onu”. Nel rapporto denunciava
la situazione degli abusi come assai grave: “La
realtà della prostituzione e degli abusi sessuali nei
contesti di peacekeepers è specialmente inquietante e
sconcertante perché le Nazioni Unite hanno avuto il mandato
di entrare a far parte di una società devastata dalla guerra
per aiutarla e non per abusare della fiducia riposta dalle popolazioni
locali”. Il documento è stato approvato dal
segretario generale dell'Onu Kofi Annan.
Ci si chiede anche come mai nelle zone "calde" dell'Africa,
nonostante la presenza dei Caschi blu dell'Onu, il traffico di armi non
trova alcun ostacolo. A questa domanda ha risposto il regista Hubert
Sauber, col suo film-documentario dal titolo L'incubo di Darwin, che
parla di un traffico di armi effettuato con aerei pagati dall'Onu.
Secondo il documentario, negli anni '90 le Nazioni Unite in Tanzania
hanno permesso il traffico di armi. I cargo dell'Onu venivano
utilizzati per trasportare armi per i signori della guerra dei Grandi
Laghi. Uno dei piloti disse al regista: "Come pensava che arrivassero
qui le armi? Con la Lufthansa o l'Air France?".[3]
Il film di Sauber rivela l'intreccio agghiacciante fra
l'esportazione del pesce persico e l'importazione di carichi di armi
per rifornire i paesi africani in guerra. Del rifornimento di armi si
occupavano occultamente anche funzionari e Caschi blu dell'Onu. Nel
film appaiono riunioni di funzionari governativi locali ed europei, che
discutono sullo "sviluppo economico della Tanzania", ponendo l'accento
sulla capacità di esportare buona merce piuttosto che sulla
capacità di salvare le persone che morivano di fame.
Così Sauber spiega le ragioni che lo hanno indotto a girare
il film: "Ho scelto di realizzare un film molto metaforico per mostrare
l'assurdità del tempo che stiamo vivendo. Avrei potuto farlo
sulle scarpe o sulle magliette, non sarebbe cambiato nulla. Molti di
noi sono consapevoli di che cosa sia la ricchezza, non tutti conoscono
gli abissi di povertà e morte che stanno alla base. Quando
comprate una rosa per la vostra fidanzata, dovete sapere che molto
probabilmente arriva dallo Zaire, con lo stesso aereo che lì
ha portato le armi occidentali. L'idea del film mi è venuta
durante le riprese di un altro film sulla guerra del Congo. I piloti
russi mi parlarono per la prima volta del traffico presso il lago
Vittoria. Mi sembrava assurdo. Per quattro anni sono rimasto
lì, girando in mezzo a tante difficoltà e
pericoli.[4]
A cosa servono dunque i Caschi blu dell'Onu? L'Onu
è stata impotente di fronte a gravi discriminazioni,
genocidi e violenze avvenuti in molte parti del pianeta. Le sue
"milizie", spacciate per soldati di pace, in realtà
difendono gli interessi del potere economico-finanziario, e non si
fanno scrupoli ad esercitare sui popoli, quasi sempre impunemente, ogni
sorta di violenza.
All'Onu viene attribuita la funzione importante di imporre
alle nazioni un ordine che abbia alla base il rispetto della
dignità umana. Ma ciò non è possibile,
perché al suo vertice ci sono le stesse persone che
fomentano guerre e che massacrano i popoli. L'élite
economico-finanziaria vorrebbe trasformare i Caschi blu in un esercito
globale, per difendere l'assetto costituito ovunque, anche massacrando.
Così potrà sempre chiamare la guerra "missione di
pace".
Antonella Randazzo
[1] Le foto vennero pubblicate su Panorama del 13 giugno del 1997
nell'articolo "Somalia. Le nuove foto della vergogna" di M. Gregoretti.
Le denunce erano state fatte anche nel 1993 da alcuni giornali italiani.
[2] Burba Elisabetta, "Com'è sporco il palazzo di
vetro", Panorama del 6 aprile 2005.
[3] Idem
[4] Liberazione, 10 settembre 2004.
Tratto da: disinformazione.it
Questa è una pagina interna del sito web http://www.signoraggio.it che tratta il signoraggio e le sue conseguenze sociali.