Roma ritorna Etrusca: notizia e commento

Nel 396 a. C. Roma prendeva Veio. E da quella data, forse sin troppo enfatizzata, quella politica di damnatio memoriae che Roma aveva decretato per gli Etruschi si rese inesorabile.

Nulla Roma voleva lasciare della sconfitta nemica. Nulla dei suoi fasti regali, nessun dipinto nessuna testimonianza. Gli affreschi venivano cancellati, le incisioni raschiate via, la storia riscritta. Riscritta a tal punto che rade e incongrue oggi sono le notizie di quel popolo antico che a Roma ha però passato ogni sua scienza, dall’alfabeto all’amministrazione. Perfino le feste trionfali dei condottieri romani, il teatro, la satira di cui tanto andava orgoglioso Orazio, hanno probabilmente precise origini etrusche. Origini che noi possiamo seguire a stento.

Il 15 aprile (e sino al 20 luglio) si inaugura al Palazzo delle Esposizioni Gli Etruschi e il Mediterraneo; la città di Cerveteri. Questo il titolo di una mostra che vuole riaffermare incisivamente il ruolo politico dell’antica Etruria, potenza marittima che, all’epoca in cui Roma non si affacciava molto oltre il suo Tevere, contendeva le rotte del Mediterraneo proprio a Cartagine.

Etruria e Cartagine le due grandi potenze che Roma condannò all’oblio. Ed oggi proprio Roma inverte la sua tendenza e, dimentica dell’antica damnazio memoriae decretata per il rivale popolo toscano, accoglie ciò che la sua furia distruttiva non era riuscita a cancellare dalla storia dei tempi.

Una equipe internazionale composta da Françoise Gaultier, Laurent Haumesser, Paola Santoro, Vincenzo Bellelli, Alfonsina Russo Tagliente, Rita Cosentino ha concentrato l’attenzione sulla ricchissima e popolosa Cerveteri, come simbolo dell’Etruria, collocata in prossimità dei territori romani e che ha fornito gran parte dei tesori del Museo Etrusco di Villa Giulia e della sezione etrusca del Louvre.

Attraverso le sei sezioni si possono ripercorre le tappe della storia cittadina, viste in funzione di quella dell’intero popolo, sino alla definitiva caduta di Cerveteri in mano romana. Una mostra sostenuta dal museo del Louvre-Lens, con pezzi provenienti dal British Museum londinese, dalla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, dall’Antikensammlung berlinese e dal Museo Gregoriano Etrusco in Vaticano, insieme naturalmente alle opere originarie di Cerveteri conservate normalmente al Louvre e al Museo Etrusco di Villa Giulia.

Così gli Etruschi tornano ancora una volta ad arricchire Roma. Le spoglie dell’esule ancora una volta nella storia vengono esaltate nella città carnefice. Come se magnanimamente una capitale degna d’onore renda omaggio all’arte di un altro popolo, ora, quando la minaccia insita nella sua esistenza si è estinta. Se vogliamo che questa mostra abbia un senso al di là della visita dilettantistica, scolastica e divulgativa, vediamo allora ciò che essa sottende. Carichiamola di un significato più intimo: niente può fermare la violenza di un popolo che desidera primeggiare. Non ci sono confini e limiti. Non l’arte, non l’etica, non la gratitudine. Se mai si può sperare in una pax augustea. Si devono mantenere le individualità, non integrarle, si deve stabilire un confine inviolabile. Si deve dare il giusto spazio alla volontà e alla gioia di ogni individualità nazionale, senza che ci sia chi magnanimamente lo concede. Perché tra qualche secolo uno qualunque dei popoli che oggi ancora vivono siano essi i Curdi, Ladini, Awà, o uno dei popoli europei in calo demografico come noi italiani, potrebbe essere oggetto di una mostra lì nella patria dell’impero che è riuscito a farli estinguere e che non ne teme più la forza individuale.

L’identificazione non è amore. Amore è rispettare l’indipendenza, le caratteristiche, l’individualità. Chissà se ci sarebbe stato l’impero, chissà se ci sarebbero state le guerre europee successive al primo secolo d. C. se Roma non avesse mai annientato gli etruschi?

Fatto sta che gli Etruschi ancora oggi insegnano a Roma qualcosa e soprattutto le danno una gloria internazionale.

Giselda Campolo

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