Quando la verità è scomoda e a gridarla si rischia la carriera. Solidarietà al Prefetto di Perugia Antonio Reppucci

Raramente mi capita di solidarizzare con esponenti delle istituzioni; di solito, infatti, nei miei articoli li attacco senza pietà, non risparmiando loro critiche come molti altri, fra i giornalisti e gli opinionisti, non arriverebbero mai a fare. Ma quando, come nella recente vicenda del Prefetto di Perugia Antonio Reppucci, il delirio del politically correct e l’ipocrisia della politica travalicano il bon senso e la logica, non posso fare a meno di schierarmi, umanamente ed idealmente, dalla parte del Prefetto e di esprimergli tutta la mia piena solidarietà.

In certi casi le parole, per quanto forti possano sembrare, o possano tali apparire soprattutto se decontestualizzate, vanno anche sapute interpretare. E, nel caso di Reppucci, mentre le persone intelligenti hanno subito compreso cosa il Prefetto intendesse dire, chi era in malafede o chi non ha voluto interpretare il suo messaggio, non ha perso tempo per demonizzarlo.

Per tutte le giornate di Sabato 21 e Domenica 22 Giugno, i telegiornali (tutti, senza eccezione alcuna) hanno contribuito, infatti,  a demonizzare Sua Eccellenza Reppucci, commentando sarcasticamente le sue recenti dichiarazioni, riportando la presa di distanza da queste ultime del Procuratore del capoluogo umbro Antonella Duchini, il presunto ‘sbalordimento’ delle sedicenti associazioni che si occupano di tossicodipendenza e la forte ‘indignazione’ di personaggi come Matteo Renzi e Angiolino Alfano, che per ore hanno fatto a gara a chi metteva più in croce il Prefetto.

Quotidiani di squallore e notoriamente sinistrorsi, con in testa le solite note testate, hanno riportato in prima pagina titoli che denunciavano il presunto ‘shock’ causato dalle parole di Reppucci (ma chi è che si sarebbe scioccato questo non lo dicono) e enfatizzavano le prese di posizione dell’ex boy scout di Rignano sull’Arno, oggi malauguratamente Presidente del Consiglio, e del Cid Campeador Angiolino Alfano. «Alle otto di sera – scrive Elena Vincenzi su Repubblica – Matteo Renzi chiede chiarimenti. Dopo nemmeno mezz’ora il Ministro degli Interni annuncia: il Prefetto di Perugia non può restare né lì né altrove». E ancora: «Alle ore 21:31 il Premier twitta: Grato al Ministro per l’intervento. Quelle frasi sono inaccettabili, specie per un servitore dello Stato».

Ancora una volta, in Italia, viene attaccato, sanzionato e delegittimato chi osa uscire dalla palude dell’omertà e dell’appiattimento morale del ‘politicamente corretto’ per gridare a tutti la verità.

Sì, forse un po’ forti e colorite sono state le parole pronunciate da Sua Eccellenza Reppucci nel corso di un dibattito televisivo, ma sono state a mio parere parole autentiche, illuminanti e, soprattutto, cariche di verità, perché hanno finalmente squarciato il velo dell’ipocrisia e fatto capire a tutti gli Italiani che le famiglie non sono affatto esentate dalla loro responsabilità in caso di tossicodipendenza dei figli. Reppucci ha avuto il coraggio di gridare, a suo modo, una verità scomoda e per questo da molti taciuta. Ma si tratta di una verità che è sotto gli occhi di tutti e soltanto chi è ottenebrato dal buonismo e dall’ipocrisia non sa vederla: le nuove generazioni si stanno autodistruggendo, si stanno devastando, mentalmente e fisicamente, con le droghe più dannose e letali, senza che le famiglie spesso intervengano e svolgano quel ruolo di prevenzione e di educazione che da quando esiste la civiltà è sempre stato loro prerogativa.

Chi come il sottoscritto è cresciuto negli anni ’70 e ’80 ben conosce il ruolo educativo e formativo che può e deve avere una famiglia che sia degna di questo nome, soprattutto nella difesa dei propri figli da un mostro chiamato ‘droga’, che può essere sempre in agguato, sempre pronto a tentarti, a provocarti, a blandirti e farti precipitare in un abisso dal quale può essere molto difficile risalire. Dei genitori degni di questo nome hanno il dovere, morale e sociale, di far comprendere ad un figlio i rischi che corre se si avvicina, anche solo per curiosità o per desiderio di emulazione, a determinate sostanze. E, ad una corretta comunicazione, deve accompagnarsi, da parte dei genitori, anche una costante vigilanza. I genitori devono avere mille occhi e saper cogliere al volo tutti quei segnali che potrebbero indicare in un proprio figlio una dipendenza di qualsiasi natura.

I genitori, oggi, di un ragazzo di diciotto o vent’anni, sono molto meno giustificati o giustificabili di quelli delle generazioni precedenti in fatto di conoscenza del problema della droga e delle tossicodipendenze. Non ci sono quindi scusanti o giustificazioni che tengano: l’ignoranza di un problema così grave, così vasto e diffuso, non è più ammessa né ammissibile. E, se una famiglia fallisce nell’educazione dei figli, se nei confronti di essi non ha un sufficiente quanto necessario dialogo, se non costruisce quell’indispensabile equilibrio di educazione, rispetto e confidenza, si deve assumere le sue responsabilità. Ha quindi perfettamente ragione il Prefetto Reppucci quando punta il dito contro le famiglie, indicandole come principale causa della mancata prevenzione del problema delle tossicodipendenze. E l’aver usato dei toni forti e un po’ ‘coloriti’ per affermare, per gridare agli Italiani questa verità, è stato indubbiamente un merito, non certo una colpa. Un merito perché, così facendo, il Prefetto Reppucci ha contribuito a scuotere le coscienze (cosa che lo Stato non fa) e a far aprire gli occhi sulla gravità della situazione.

Un esempio di come il mondo della politica viva fuori dalla realtà è proprio come esso tratta e affronta il problema della droga e delle tossicodipendenze. È inutile negarlo: la politica ha fallito su tutti i fronti, chiudendo gli occhi su una realtà drammatica e in continua involuzione. Se venti o trent’anni fa il problema della tossicodipendenza era sostanzialmente circoscritto al consumo di eroina e riguardava – statisticamente parlando – una fascia di età medio-alta, e il consumo di cocaina era un fenomeno elitario (e costoso), l’industria della droga ha saputo adeguarsi alla crisi economica ed alle trasformazioni sociali. Oggi, il consumo di cocaina ha raggiunto un livello epidemico, anche fra i giovanissimi, e, parallelamente, dilagano incontrastate le droghe sintetiche di ogni tipo, acquistabili ovunque, anche su Internet. Di fronte al pieno fallimento non solo della famiglia, ma anche della scuola, nell’esercitare una corretta opera di prevenzione, la politica sta alla finestra a guardare e tutto si risolve negli ormai inutili esterili dibattiti fra proibizionisti e antiproibizionisti, fra droghe ‘leggere’ e droghe ‘pesanti’. Tutto questo mentre centinaia di migliaia di giovani e giovanissimi (anche di tredici o quattordici anni), ovvero quelli che dovrebbero essere gli Italiani di domani, la futura classe dirigente del Paese, si devastano con cannabinoidi, MDMA, chetamina e cocaina.

Di fronte ad una simile situazione non servono più gli inutili dibattiti, come non serve più la ‘tolleranza’ (parola di stampo massonico che, personalmente, ho sempre detestato). Di fronte al pieno fallimento dello Stato, della famiglia e della società nel suo complesso, e di fronte ad una simile situazione di emergenza occorrerebbe soltanto una forte repressione, accompagnata da una legge che imponesse frequenti test antidroga in tutte le scuole e in tutti gli ambienti di lavoro, sia sel settore pubblico che in quello privato. E, visto che l’Italiano medio lo si ‘convince’ soltanto colpendolo nel portafoglio, soltanto progressive decurtazioni dello stipendio in caso di positività ai test, fino al licenziamento per giusta causa nei casi di manifesta recidività, potrebbero dare una vera svolta moralizzatrice.

Su Il Giornale di Lunedì 23 Giugno mi ha fatto molto riflettere, in merito alla vicenda di Reppucci, leggere le due opinioni a confronto di Vittorio Sgarbi e Giordano Bruno Guerri. Il primo ha difeso a spada tratta il Prefetto di Perugia, cogliendo in pieno il senso del suo messaggio. Il secondo, notoriamente un consumatore di cocaina (per sua stessa ammissione), ha definito Reppucci ‘arrogante e brutale’, sostenendo che non si possa colpevolizzare una madre che non si rende conto del vortice in cui viene risucchiato un figlio. Ed ha approfittato del caso per scagliarsi in un assurdo attacco contro le Prefetture e per metterne in discussione il loro ruolo.

Mi meraviglio che Il Giornale abbia scelto proprio Giordano Bruno Guerri per commentare la questione. Non ritengo, infatti, che egli abbia i titoli per attaccare Reppucci, e non rappresenta certo un buon esempio per i giovani.

Sempre più spesso le prime pagine dei giornali si riempiono di titoli di cronaca nera: il marito che uccide la moglie e i figli, la madre che getta il bambino dalla finestra, il figlio che fa a pezzi i genitori, e via dicendo, e i telegiornali si interrogano sul perché di simili atti di follia. Ma nessuno si interroga mai sul nesso fra il consumo di droghe e certi comportamenti violenti e improvvisi, sul nesso fra il consumo di droghe e danni psichici permanenti e irreversibili. E non lo fanno soprattutto i politici, proprio perché molti di essi sono consumatori abituali di certe sostanze. I test antidroga dovrebbero iniziare proprio dal Governo e dai banchi del Senato e della Camera dei Deputati!

Cosa ci si può quindi aspettare da una classe politica che spesso fa della cocaina uno stile di vita? Ci si può aspettare che essa metta in croce, proprio come è accaduto in questi giorni, un Prerfetto, un uomo dello Stato, soltanto perché ha gridato, a suo modo, la verità.

Nicola Bizzi