Primarie del PD: lo strano caso dei seggi esteri

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Lo strano caso dei seggi esteri per le primarie del Partito Democratico.

Mercoledì mattina stavo rientrando in Italia da Bruxelles, dopo aver partecipato allo storico convegno “Morire per l’Euro?”, tenutosi presso il Parlamento Europeo e organizzato dall’amico Magdi Cristiano Allam e dal Gruppo ELD (Europa per la Libertà e la Democrazia).

Casualmente, seduto a fianco a me sull’aereo, c’era un distinto signore italiano sulla sessantina, con il quale sono presto entrato in conversazione, dopo esserci reciprocamente scambiati, per leggerli, i giornali che ci eravamo portati a bordo.

Dopo varie frasi di circostanza, tipo “anche Lei è Italiano?”, “come mai anche Lei a Bruxelles?” e via dicendo, è emerso che il signore era un dirigente del PD e che si era recato nella capitale belga per coordinare l’allestimento di quattro seggi destinati a raccogliere le preferenze di voto per le primarie dell’8 Dicembre.

Fin qui niente di strano, ed il discorso cominciava decisamente ad annoiarmi (come del resto tutto quello che riguarda il PD), tanto che con un orecchio lo ascoltavo per non urtare la sua suscettibilità, ma con gli occhi ero immerso nello straordinario panorama che mi si presentava dal finestrino. Stavamo infatti sorvolando le Alpi svizzere innevate.

Ad un tratto però la mia attenzione si è decisamente risvegliata quando questo signore mi ha raccontato, forse scambiandomi per un “compagno” di partito, e con un certa punta di orgoglio, le modalità con cui questi seggi per le primarie erano stati preparati a Bruxelles, con l’appoggio logistico delle sedi dell’Istituto di Cultura Italiana e con la supervisione della corrente dei Civatiani.

In sintesi, mi è stato riferito che a questi seggi, l’8 Dicembre, potranno votare tutti gli Italiani presenti al momento a Bruxelles, anche se semplicemente di passaggio, turisti compresi, senza necessariamente essere residenti in Belgio. Mi è stato anche riferito che, presso l’Istituto di Cultura Italiana venivano già da giorni distribuiti a chiunque vi si recasse dei volantini che invitavano a votare per Pippo Civati.

Non ce l’ho personalmente con Civati, che, per quanto sia distante politicamente da me svariati anni luce, mi sta effettivamente simpatico. Vorrei limitarmi però a fare delle semplici e legittime considerazioni.

Sappiamo tutti, e i nostri concittadini residenti all’estero lo sanno senz’altro meglio di me, quanto il diritto di voto oltrefrontiera sia stato una conquista difficile da ottenere. E lo è stato soprattutto per la storica ostilità della “sinistra”, che ha per decenni impedito ed osteggiato una normativa che finalmente permettesse questo fondamentale diritto a decine di milioni di nostri connazionali sparsi per il mondo. Forse perché temeva, ignorantemente, che gli Italiani all’estero fossero tutti fascisti e votassero tutti a destra, cosa poi categoricamente smentita dai risultati delle ultime due tornate elettorali, che hanno visto prevalere all’estero i voti per il centro-sinistra.

E sappiamo tutti quanto, nonostante le norme faticosamente fatte approvare da Mirko Tremaglia, con la legge n. 459 del 2001 “per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero”, sia ancora complicato e difficoltoso per i nostri connazionali emigrati in cerca di fortuna in altri lidi, esercitare questo diritto, fra mille complicazioni e difficoltà burocratiche.

Possono infatti votare all’estero soltanto i cittadini italiani ivi residenti e registrati, e per riuscire a farlo vengono sottoposti a mille angherie della burocrazia. E sono ancora tanti gli Italiani che, trovandosi all’estero per lavoro al momento delle elezioni politiche, come ad esempio i marittimi, si vedono tutt’ora questo diritto negato. E, parallelamente, le elezioni nei seggi esteri sono le più caratterizzate da brogli e irregolarità, senza che la magistratura abbia mai mosso un dito.

Va bene che le primarie del PD non sono in fondo una cosa seria. Si tratta, in questo caso, di una discutibile questione di partito, e come tale deve essere vista, considerandola con il giusto peso. Ma mi sorprende come questa forza politica, il Partito Democratico, che ha sempre idealmente ostacolato il voto italiano all’estero, abbia preso la palla al balzo organizzando meticolosamente seggi in tutte le città europee, e probabilmente anche in altri continenti. Sì, perché i quattro seggi di Bruxelles, a quanto ho avuto modo facilmente di appurare in una mia breve indagine, sono solo il piccolo anello di un’immensa catena organizzativa di carattere globale, che probabilmente vede il suo apice negli Stati Uniti d’America e in Argentina, dove l’immigrazione italiana è sempre stata storicamente molto forte.

E, soprattutto, mi stupisce il fatto che in questi seggi, allestiti a quanto pare con la piena collaborazione non certo disinteressata degli Istituti di Cultura Italiana all’estero, trasformati per l’occasione in gioiose “case del popolo”, possa votare chiunque, sia chi è residente all’estero che chi non lo è.

In pratica, chi controlla se un turista italiano va a votare la mattina dell’8 Dicembre a Bruxelles, a Londra o a Berlino per le belle facce di Cuperlo, Renzi e Civati, per poi magari ripetere lo stesso voto, nel pomeriggio (dopo un’ora di aereo o poco più), nella propria città di residenza in Italia?

Magari in tutta questa farsa non c’è niente di illegale o di penalmente sanzionabile, ma dobbiamo dare atto a questi post-comunisti di essere maestri nella moltiplicazione dei pani e dei pesci, oltre che delle tessere. 

Nicola Bizzi