Nascerà da Praga la nuova Europa dei Popoli libera dal giogo della finanza internazionale?

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La Repubblica Ceca si prepara a indire un referendum sull’uscita dall’Unione Europea.

Dopo il duro colpo assestato dal Presidente Viktor Janukovyč all’ingordigia della cricca usurocratico-bancaria di Bruxelles, che ha sperato fino all’ultimo, al vertice di Vilnius sul partenariato orientale, di mettere definitivamente le sue mani sull’Ukraina, e dopo le prove di forza del Premier ungherese Viktor Orban che, liberatosi dal cappio del Fondo Monetario Internazionale, sta conducendo il suo Paese sulla via di una straordinaria ripresa economica, un’altro spettro non fa dormire sonni tranquilli ai burattinai della BCE.

Non mi riferisco ai malumori e ai ripensamenti della Croazia, che, tirata per il bavero dentro l’Unione Europea, sta già pensando dopo pochi mesi di tornare saggiamente sui suoi passi. Questa questione, per quanto potenzialmente esplosiva, deve ancora maturare.

E non mi riferisco neanche alle forti dichiarazioni dell’alto prelato ortodosso Vsevolod Chaplin, responsabile delle relazioni con la società del Patriarcato di Mosca, che, ponendo l’accento sui comuni legami di identità, ha affermato che: «Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldova, Grecia, Serbia e Bulgaria, paesi che rappresentano la cultura più potente, possono permettersi di chiedere un rinnovamento da zero delle istituzioni europee, cambiandone le caratteristiche, tipiche dell’Europa occidentale».
Mi riferisco invece a quello che, per i tecnocrati della UE, potrebbe essere un incubo di gran lunga peggiore. Un incubo che si chiama Praga.

La Repubblica Ceca, nata nel 1993 dalla pacifica dissoluzione della Cecoslovacchia della Guerra Fredda, un po’ a causa di oltre quarant’anni di “socialismo reale” vissuto sulla propria pelle, e un po’ sulla scia del sincero europeismo del suo primo Presidente, il drammaturgo Vaclav Havel, avviò fin da subito le trattative per l’adesione all’Unione Europea, entrandovi a pieno titolo il 1° Maggio del 2004. Fu un referendum che ancora oggi fa discutere a sancire questo “matrimonio”. Dei circa 55,21% degli aventi diritto di voto che effettivamente vi hanno partecipato, si espressero per l’adesione circa il 77,33%, pari al 42,7% circa di tutti gli aventi diritto al voto. Meno quindi della metà dei Cechi. E sarà probabilmente un altro referendum a sancire un divorzio che da tempo è nell’aria e del quale a Bruxelles si sussurra nei corridoi con timore e con apprensione.

I rapporti fra Praga e Bruxelles, dal 2004 ad oggi, sono sempre stati altalenanti e la crisi economica degli ultimi anni non li ha certo favoriti. I Cechi si sono guardati bene, infatti, dal rinunciare alla loro sovranità monetaria per entrare a scatola chiusa nel circuito dell’Euro, mantenendo con orgoglio la loro Corona. Al cambio attuale occorrono circa 27 Corone per fare 1 Euro.

Il secondo Presidente della Repubblica Ceca, Vaklav Klaus, in carica fino al 7 Marzo di quest’anno, specializzatosi fra l’altro a Napoli nel 1966 dopo una laurea in Economia all’Università di Praga nel 1963, è sempre stato un euroscettico di ferro. Appena insediatosi alla Presidenza, nel 2003, si oppose fermamente all’ingresso del suo Paese nell’Unione Europea, invitando i suoi concittadini a votare no al referendum per l’adesione ai trattati europei. Inoltre, Klaus è stato un serio ostacolo alla ratifica del famigerato Trattato di Lisbona. Dopo la vittoria del ‘no’ nel primo referendum irlandese, definendo il Trattato “morto”, fu l’unico Capo di Stato dei Paesi dell’Unione Europea a chiedere subito l’abbandono del testo.

Successivamente all’approvazione del Trattato da parte del Parlamento nazionale, Klaus ha continuato la sua politica oltranzista, presentando attraverso un gruppo di senatori del suo partito un nuovo ricorso alla Corte Costituzionale con l’obiettivo non dichiarato di prendere tempo per offrire la sponda al leader del Partito Conservatore Britannico David Cameron, che nel Regno Unito ha poi vinto le elezioni nel 2010. Cameron aveva infatti più volte fatto sapere in quel periodo che, se si fosse arrivati a tale data senza il Trattato in vigore, avrebbe promosso un referendum su di esso, nel quale la vittoria dei ‘no’ sarebbe stata estremamente probabile. In seguito alla sopravvenuta ratifica dell’Irlanda e alle conseguenti forti pressioni di Bruxelles su di lui per convincerlo a promulgare il Trattato (pressioni volte a scongiurare l’ipotesi di cui sopra), e considerando scontato il rigetto della sua istanza presso l’Alta Corte, il Presidente ceco iniziò a negoziare la propria firma con l’Unione Europea, ottenendo in questo modo un opt-out sulla Carta dei Diritti Fondamentali nel Consiglio Europeo di fine Ottobre 2009. Questa concessione, assieme al pronunciamento della Corte Costituzionale che il 3 Novembre 2009  ha ribadito per la seconda volta che il Trattato di Lisbona era “conforme alla Costituzione della Repubblica Ceca” (sentenza immediatamente seguita dalle rivelazioni del quotidiano britannico Times secondo le quali David Cameron aveva rinunciato ufficialmente alla possibilità di tenere il referendum sul Trattato non appena insediato come Primo Ministro), convinse definitivamente Klaus che, poche ore dopo il verdetto della Corte di Brno, promulgò così, sebbene a malincuore, la ratifica del Trattato, poi depositata presso il Governo italiano.

Con la fine della Presidenza Klaus i fermenti antieuropeisti sono in netta ripresa e da più parti si chiede a gran voce l’abbandono di una nave che si ritiene destinata ad affondare.

La proposta di un referendum è sostenuta con forza da Miloslav Bednar, Vicepresidente del Partito dei Cittadini Liberi, formazione extra-parlamentare che cerca di creare consensi attorno alla stessa idea che tanto fa discutere, e forse affascina, i britannici: “Riconsiderare l’adesione all’Ue”, come spiegato dallo stesso Bednar.  A tal proposito, sostiene il politico ceco “andrebbe indetto un referendum su una possibile uscita”.

Il Partito dei Cittadini Liberi critica molto duramente “la governance dirigista” dell’Unione Europea nonché le politiche recessive e di austerità da questa adottate, e vorrebbe richiamare l’attenzione sulla “insostenibilità” di questa Europa. Nonostante che alle ultime elezioni politiche abbia raccolto soltanto il 2,4% dei voti, non riuscendo ad entrare in Parlamento, gli ultimi sondaggi lo danno in forte ripresa, e il Partito dei Cittadini Liberi potrebbe quindi rivelarsi una sorpresa alle prossime elezioni europee, quando anche i Cechi saranno chiamati a votare per il nuovo Parlamento Europeo e per il rinnovo della Commissione.

Un’uscita della Repubblica Ceca dall’Unione Europea garantirebbe a Praga senz’altro il sostegno dell’Ungheria di Orban e di altre nazioni tradizionalmente euroscettiche, o comunque stanche delle vessazioni di Bruxelles e di Berlino, e produrrebbe una reazione a catena che potrebbe destabilizzare questa Europa delle banche facendola crollare inesorabilmente.

Forse la nuova Europa dei Popoli che potrebbe nascere da queste macerie avrà inizio proprio da Praga.

Nicola Bizzi