Narrazione e magia poetica. Emilia Bigiani, una scrittrice che si ricorderà

Una scrittura raffinatissima, duttile, un ricamo poetico indicibilmente prezioso e tenero, levigata come certi fili d’erba che toccati fanno un taglio profondo e invisibile, nella tranquillità opaca della resa ai destini, all’ineluttabilità delle parabole sempre primordiali. La scelta del linguaggio, della sintassi, il fluire delle frasi, non sono che una sorta di identità dell’essere narrante. E l’essere narrante pare sia la natura, la naturalità, il semplice indicare le cose nel loro esistere.

 

Paesaggi minuziosi, come se ne trovano nei “Paesaggi” di Ungaretti. I sentimenti umani, le forme del pensiero, la dinamicità della psiche incarnate in fiumi e monti e terre e nuvole e acqua,  fiume, riva, respiro, canto, ignota barriera, paura e gelo, maestro, viaggio, danza, argini, foglie, alberi, muschi e terriccio, marcite, rocce, nebbia, ciclamini e aspre bacche, viola dei crochi e tutti gli elementi più minuti della natura di cui siamo dimentichi, e i suoni e gli odori e i colori speciali fino al verde dorato e all’oro polveroso, personaggi, spiriti dei pianeti e della costellazioni che calcano la consistenza della terra e l’acerba tenerezza, svolgono storie che l’incantesimo dell’arte fa vere.

 

Fa pensare agli Aitia di Callimaco, in cui le storie mitiche erano trattate con estrema raffinatezza estetica e asciuttezza narrativa in contrasto d’effetto con la spinta emotiva intrinseca all’oggetto del favoleggiare. E cammina “dove non passano i carri pesanti”, narra aree della psiche che esalano, fra lo stupore e il sogno, misteriosi legami affettivi fra esseri – e possono essere fiori. Sono fiabe iniziatiche, cosmogonie mitologie dell’altrove, aliene metafore popolate da un caleidoscopio di potenti simboli, dove il canto è agente creatore e principio animistico di trasformazione. Un testo di alta psicologia scritto da un poeta.

 

I nomi, che talvolta ricordano angeli o l’universo immaginario, meriterebbero uno studio a parte. Cercai di intuirne la genesi, guardai anche in me stesso, infine osai domandarle. Mi rispose con leggerezza di giocoliere, come a una domanda che ha poca importanza o ha l’impertinenza dell’ingenuità. Disse: “A volte i nomi arrivano prima della storia, è come si presentassero esigendo che io in qualche modo faccia conoscere la loro vita. Altre volte, più spesso, si muovono senza nome e io glielo cerco e, fino a quando non è quello giusto la storia procede a scossoni. Anche per me i nomi sono assonanze come Velvet che assomiglia al suono del vento o Helkar che ha il suono duro della roccia, ma termina con un arrotolamento dolce. Riella invece è il ridere dell’acqua e Liss il movimento dell’aria piccolo e incostante. Atri nomi sono suoni che mi piacciono e piacciono ai personaggi. In effetti è come per i tuoi nomi e comunque a volte è più difficile trovare il nome che la storia. Non te li posso elencare perchè non li ricordo tutti come se, una volta che ci siamo incontrati e io ho vestito di parole la loro vita il compito reciproco fosse finito. Ritornano vaghe ombre appena dietro gli occhi e la coscienza.” Come dir meglio? 

 Giuseppe Campolo

 Emilia Bigiani, La tessitrice, Edizione “Rossopietra”, con illustrazioni di Raffaella Cerrina Tomasini

  

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