Multiculturalismo: la menzogna più infame!

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Nell’immaginario collettivo, la città per eccellenza è New York. Piace a tutti/e la Big Aplle, la città del Melting-pot. Un termine poco conosciuto che sta a significare la mescolanza di usi, tradizioni, etnie, stili di vita… insomma, l’imbastardimento sociale attraverso cui si articola il ferreo controllo del neo-razzismo delle élites dei bianchi ricchi e potenti. Affermo ciò per esperienza diretta. Anzi, a scanso di equivoci, voglio raccontarvi la mia storia, solo un ricordo, nulla di più. Circa dieci anni fa, mi stabilii proprio a New York. Ero disgustato dall’Italia e volevo cambiare aria. A ventiquattr’ore dall’arrivo, avevo già un impiego: lavavo tazzine nel sottoscala di un coffe-bar sito lungo la Lexington Avenue, all’incrocio con la 63^. A proposito: a chi entra negli USA con un visto turistico (quello che avevo ottenuto come un qualunque turista) è proibito svolgere ogni qualsivoglia mansione lavorativa. Quindi io facevo lo sguattero senza un regolare permesso. Ovviamente, non ero inquadrabile come clandestino in quanto il visto mi era stato regolarmente concesso. Stavo solamente infrangendo una regola. Come fanno il 99,9% delle persone impiegate nella ristorazione a New York. Venivo pagato alla fine di ogni turno in contanti, tutto al nero. Dopo pochi giorni, trovai posto come cameriere in un ristorante di cucina brasiliana, per via del fatto che parlo anche quella lingua. Le cose si complicarono immediatamente: qui il pagamento in contanti non era previsto! Il manager saldava solamente con assegno da riscuotersi in banca. Siccome non avrei potuto rivelare la mia vera identità, fui costretto a mentire e m’inventai un nome di fantasia. Ma come avrei potuto cambiare un assegno intestato a nome di una persona che non ero io e per giunta senza documento di riconoscimento? Semplicissimo: pagai un delinquentone che faceva business rivendendo carte di identità fasulle a gente che si trovava nella mia stessa condizione e lui mi accompagnò in un luogo fuori città a fare le fotografie per i documenti falsi. Non vi sto a raccontare che quartiere fosse e che gente dovetti incontrare… Il giorno dopo, col cuore che mi pulsava all’impazzata nel costato, trovai il coraggio di presentarmi allo sportello di una famosissima banca internazionale di cui non faccio menzione. L’operatore intuì tutto all’istante. Pagò e mi fece un gesto col capo. Ci eravamo capiti; evidentemente ne vedeva ogni giorno di gente come me. Col tempo allargai il giro di amicizie. Scoprii che nessuna delle persone che frequentavo aveva un permesso di lavoro. Erano per la maggior parte studenti e studentesse provenienti da Brasile, Ecuador e Colombia. Tutti con un nome falso con cui riscuotere lo stipendio. Arrivò il giorno in cui venni contattato da un ricco ebreo trapiantato a New York, praticamente identico a Richard Gere. Possedeva, tra le mille attività, anche un bellissimo lounge-restaurant collocato nella zona di tendenza Lower East Side. Fui assunto come manager e, grazie alle influenti amicizie del sosia di Richard Gere, non dovetti più mentire sulla mia identità, anzi. Spesso alcuni dirigenti della polizia venivano a farci visita e qualcuno di origine italiana ostentava le proprie origini in un italiano “broccolino”. Ormai avevo credevo di aver capito come funzionasse la situazione. Lavoravo 12, se non di più, ore al giorno e riscuotevo un ottimo salario. Inoltre non spendevo nulla per il cibo e le bevande, logicamente. Tuttavia c’era qualcosa che non mi tornava: da italiano non riuscivo a vedere quanto razzismo vi fosse attorno a me. Tutto ciò che fosse riconducibile al razzismo lo interpretavo come una mia fissazione. Invece, finalmente un bel giorno, realizzai. Andai a far sistemare il mio cellulare nel negozio in cui lo avevo acquistato. All’interno c’era un cliente, un “bianco”. Stava alzando la voce con la commessa afroamericana. Notai che nessuno osava intromettersi, premetto: io ed il signore eravamo gli unici “bianchi”. Gli impiegati e le impiegate erano tutti afroamericani/e. Dovetti intervenire io a chiedergli gentilmente di smetterla. Lui s’infuriò ancora di più e per poco non arrivammo alle mani. Fortunatamente uscì e non si fece più vivo. Sconvolto dall’accaduto, raccontai l’evento ad alcuni colleghi (sudamericani). Essi mi dissero che per loro era normalissimo. Per loro era del tutto normale vivere con quella difficoltà. Ce l’avevano pure a casa loro, intendo nei loro Paesi di origine. Da quel giorno New York, come si usa dire, mi calò sotto ai tacchi. Cominciai a vedere tutto con occhi diversi. E finalmente mi si aprì la visione sulla realtà, quella che da turista è impossibile che ti si apra. Il razzismo schifoso che serpeggia in America è qualcosa di sconvolgente. Lo senti, vibra nell’aria. Cominciai a comprendere come mai, quando ci trovavamo in fila per entrare nei locali, le mie amiche di pelle ambrata fossero sempre tese. E cominciai a comprendere come mai i miei amici sudamericani non gradissero quel genere di serate e preferissero andare in locali latini dove si balla a ritmo di salsa. Mi ritrovai in un incubo. Mi tornò alla mente un signore elegantissimo e distinto che veniva a bere caipirinha al bancone del ristorante brasiliano mesi addietro. Era un afroamericano. Sempre solo. Beveva e se ne andava lasciando ottime mance. Raramente scambiava quattro chiacchiere col barman brasiliano. Ebbi modo di parlarci quando per caso passai fuori servizio a prelevare un’amica che stava finendo il turno. Mi raccontò di essere nato nel quartiere di Harlem, a nord di Manhattan; e di aver studiato medicina. Mi diede anche il suo bigliettino da visita. Aveva uno studio nei pressi del ristorante. Era un benestante: un cardiologo a Manhattan guadagna somme strepitose! Eppure, nessuno dei bianchi che frequentavano il bar gli rivolgeva la parola. Sembra assurdo, me ne rendo conto, soprattutto oggi che il presidente è afroamericano. Sì, ma lui ce lo hanno piazzato quelli del CFR. la realtà in America è ben altra. È una realtà che, per chi la vive, è orrenda. Addirittura è maturato un distorto tipo di razzismo tra i latinoamericani, il più allucinante di tutti: fanno a gara a chi ha la pelle più chiara e chi parla meglio l’inglese: perdere la cadenza latina e far del tutto scomparire la “B” e riuscire a far “rullare” all’americana la “R” è un segno distintivo. Gli ultimi tempi li passai a lavorare in un ristorante italiano famosissimo, nel quartiere di Tribeca. Venni assunto come cameriere: ero più libero, avevo meno responsabilità e guadagnavo il doppio. I direttori erano un afroamericano ed una latinoamericana. Ebbene, se sapeste quanta cattiveria ho visto sgorgare da quei due non mi credereste. Dopo una vita di umiliazioni, si sentivano arrivati in vetta alla scala sociale per il semplice fatto di essere stati nominati manager. Erano spietati. Lei poi, era un’arpia: non perdeva occasione per far pesare la sua carnagione ed assillava il personale ricordando-ci ogni trenta secondi che abitava in “upper-town”. L’anno seguente, tornato in Italia, mi scontrai nuovamente con la “cultura” nostrana. Ma qui, in Italia, il razzismo non esiste. Viene letteralmente inventato dia media. Chiaro? Anzi, qui aleggia un atteggiamento di “autocensura aprioristica”: la gente italiana compie azioni e pronuncia frasi per dichiarare la propria estraneità al razzismo, senza che nessuno abbia loro mosso accuse o chiesto di fare ammenda per qualcosa. Questo atteggiamento, copre di ridicolo poiché è evidente che, non avendo mai avuto a che fare col razzismo vero quello brutto e lurido, non si sa come porsi davanti ad un qualcosa che l’italiano/a medio/a ha percepito solo ed esclusivamente tramite l’infimo livello dei talk-show. In conclusione di tutto ciò, vorrei esprimere un pensiero: la litania del multiculturalismo è rischiosissima. E voler a tutti i costi imporre un modello che stride con la struttura sociale mediterranea, è molto pericoloso. E chi vuole far entrare a regime questo modello lo sa benissimo. È un mezzo vile e protervo per mettere in conflitto gli strati popolari e basta. In America il conflitto sociale ha raggiunto livelli mostruosi. La gente non pensa ad altro che a posizionarsi in una scala sociale di valori del tutto sballati. La corretta scala di valori è da sempre una sola: morale e civile. Imporre modelli altri e rivendere questa idea come una meta di raggiunta emancipazione è capzioso, nocivo e determina fratture insanabili nel tessuto sociale. Esattamente il risultato che gli attuali governanti europei, con la mutua e zerbina assistenza di certa stampa, sotto ordine della lobby del lavaggio del cervello, vogliono realizzare. La costituzione di un centro di potere bianco, freddo, algido, imperturbabile e razzista è una minaccia seria. È dietro l’angolo. Se qualcuno volesse dissentire, si senta liberissimo/a di dissentire. Ma prima di farlo, dovrà per lo meno dimostrare di aver letto e capito il senso di uno scritto del Secolo scorso: Paneuropa, di R. Kalergi.

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