Mostar: dove l’odio dei Balcani serve per governare

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La giornalista bosniaca, Azra Nuhefendic, nel suo impeccabile italiano, dai microfoni di Radio24, accusa: “Si è voluto distruggere il simbolo di una città in cui due culture e due religioni sono convissute per decine di anni, dividendo fisicamente e culturalmente la città”. Chi conserva un ricordo della distruzione dello storico ponte ottomano di Mostar, occorsa esattamente venti anni fa, ricorderà anche gli orrori della guerra che si è svolta alle porte di casa nostra. Anzi, l’allora governo d’Alema mise a disposizione le basi militari italiane e fornì tutto l’occorrente per radere al suolo i Balcani. Ma perché distruggere un ponte? Per la stessa ragione per cui costruire un muro: dividere! La storia è ricca di momenti avvilenti simili. Lo scopo, in questo caso, che si erano prefissato coloro i quali avevano interesse a dividere la popolazione, era esattamente quello ottenuto oggigiorno: intolleranza sociale, tensioni sul piano religioso e dei costumi, instabilità politica e così via. È sempre il vecchio sistema inaugurato ai tempi degli Antichi Romani: dividi et impera! La medesima formula utilizzata – tanto per fare un esempio più recente – in tutto il Maghreb e tutto il Mahreq all’indomani della Prima Guerra Mondiale in cui la politica inglese (ma anche francese e russa) sfruttò ad arte le diversità religiose ed i conflitti etnici per giungere all’apparente ingovernabilità. Infatti, dietro alle apparenze, vige una regola semplicissima quanto infame: laddove non esiste condivisione di idee è facilissimo che vengano (le idee stesse) calate dall’alto. Esattamente quanto è occorso nella ex Jugoslavia, una terra oggi suddivisa in una moltitudine di Stati indipendenti non più federati tra loro, in cui l’architettura sociale riflette fedelmente e drammaticamente l’impianto geopolitico artificialmente creato a suon di bombardamenti. Le marionette che hanno eseguito gli ordini di far brillare quel ponte sono state condannate dal tribunale dell’Aja, ha ricordato nell’intervista Azra Nuhefendic riferendosi ai vari generali dei diversi eserciti (non certo quelli NATO, per carità), aggiungendo che, nonostante tutto, lo scopo è stato raggiunto in quanto la città di Mostar: “E’ tuttora divisa, i cittadini musulmani bosniaci e quelli di origine croata vivono vite parallele da una parte all’altra del ponte [oggi ricostruito Ndr], e non c’è più nessuno spirito di convivenza. La guerra è finita, ma la politica che ha portato la Bosnia Erzegovina alla guerra ha vinto, e prosegue il suo messaggio di distruzione indisturbata”.