Mentre il commercio on-line ridà slancio in tutto il mondo all’economia e ai servizi postali, le Poste Italiane offrono un servizio da terzo mondo

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La crisi economica innescata dal sistema bancario internazionale, dalla quale non si vede ancora una via d’uscita, sta notoriamente distruggendo da anni migliaia di piccole imprese e non si contano più, nelle nostre città,  i negozi costretti a chiudere, spesso rimpiazzati da “compro-oro” o da dubbi bazaar cinesi. Parallelamente stiamo assistendo però, anche se l’Italia è ancora indietro in questo settore, alla sempre maggiore trasformazione dei negozi da “fisici” a “on-line”.
Il commercio elettronico, settore in forte espansione, sta infatti rivitalizzando l’economia, permettendo a molte piccole ditte di sopravvivere e di non chiudere, e di conseguenza salvaguardando decine di migliaia di posti di lavoro.
Parlo per esperienza diretta, perché già dalla fine degli anni ’90 ho intrapreso una attività di e-commerce e conosco quindi bene le dinamiche di questo settore e i problemi con cui si scontra quotidianamente chi opera in questo campo. Stiamo parlando di un settore che, oltre a garantire lavoro e occupazione, offre ai Cittadini (non amo il termine “consumatori”, e quindi preferisco non usarlo) prodotti di qualità, spesso direttamente dai produttori, e quindi abbattendo i costi di filiera che in tanti altri settori fanno lievitare esponenzialmente i prezzi.
In molti paesi del mondo, soprattutto negli Stati Uniti dove l’e-commerce è ormai da anni una realtà importante e consolidata, gli acquisti on-line hanno contribuito a dare un forte impulso ad un altro settore che era fortemente in crisi, quello postale. Dagli anni ’90, infatti, con la diffusione prima del fax e poi della posta elettronica, era calato enormemente il volume delle spedizioni postali, determinando anche in Italia tagli di personale, esuberi, licenziamenti, chiusura a tappeto di piccoli uffici postali locali. Tutto veniva privatizzato e le Poste Italiane, dimenticando la funzione di servizio pubblico rappresentata dal servizio postale, hanno trasformato gli uffici sul territorio, pur di fare cassa, in pseudo-supermercati di libri, audiovisivi e telefonia che, scimmiottando le banche, offrono ai pensionati dubbi piani di investimento, polizze assicurative e persino gratta e vinci. Mi chiedo infatti se prima o poi non metteranno  negli uffici postali anche le slot-machines!
E il servizio postale, ovvero quella che dovrebbe essere la funzione primaria delle Poste? Quello viene trascurato, perché, agli occhi di certi manager che pensano solo a investimenti speculativi (come l’acquisto di quote dell’Alitalia) è diventato solo un peso, un ramo secco da tagliare.
Eppure, nonostante che l’e-commerce abbia rilanciato a dismisura il volume delle spedizioni (lettere, buste e pacchi), le Poste Italiane continuano ad aumentare le tariffe (fra le più care d’Europa) e i tempi di consegna sono diventati di portata biblica.
Hanno furbescamente eliminato la posta “ordinaria”, chiamandola tutta “prioritaria” anche se di prioritario non ha più niente. Fino a pochi anni fa, infatti, una lettera arrivava in massimo due giorni. Oggi può impiegare anche una o due settimane (se arriva). Stanno inoltre distruggendo anche il settore delle raccomandate, proponendo (anzi spesso imponendo) ai cittadini formule care e dispendiose come le Posta Celere o la Raccomandata1. E le raccomandate per l’estero hanno ormai raggiunto un costo proibitivo.
Questo servizio che non esito a definire da terzo mondo (che è comunque un paragone improprio, perché in molti paesi dell’Africa il servizio postale è molto più efficiente che da noi) rischia quindi di minare alle fondamenta uno dei pochi settori in crescita della nostra economia, quello del commercio on-line.
Mentre negli Stati Uniti, in Canada, in Francia e in Inghilterra, alla luce del forte aumento del volume delle spedizioni generato da questo settore, si fanno investimenti, si aprono continuamente nuovi uffici riservati alle piccole imprese e si ottimizzano i tempi di consegna ampliandone anche gli orari (perfino il Sabato e la Domenica!), in Italia vengono ridotti gli orari di consegna, sono stati chiusi in tutti gli uffici sul territorio (tranne che nelle filiali centrali e nei CMP) gli sportelli riservati alle imprese e non esistono più tempi di consegna certi, sia per la posta tracciabile che per quella “prioritaria”.
Vogliamo veramente fare affondare così uno dei pochi settori che resistono alla crisi e che generano occupazione?
 
 
Nicola Bizzi
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