Marra risponde a Paolo Giuggioli, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, che gli contesta di aver definito gli avvocati italiani «ideologicamente pezzenti e cazzi arrizzati».


avvocati
Devo risponderLe in forma pubblica, Illustre Signor Presidente dell’Ordine al quale mi onoro di appartenere, perché nulla di quanto mi riguardi è mai stato privato, al punto che politica e informazione consistono ormai sempre più nello sforzo di celare le mie tesi, la mia esistenza e i colpi che infliggo al vigente regime criminale. Sforzo non culminato nell’uccidermi perché la società e lo stesso potere mi condividono, salvo il timore che, emergendo, acquisti troppo potere. Sfugge cioè che il mio progetto culturale è funzionale al contrario a far sì che sia la società ad appropriarsi della forza delle mie parole. Nel mentre, purtroppo, bisognerà assistere, prima della rinascita, che potrebbe avvenire subito, all’implosione – imminente – e che io sto cercando di evitare ricorrendo, pare inutilmente, persino agli insulti.. Ma tant’è.. Deferenti ossequi.

                                               ALM

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 Ben altro, caro Presidente Giuggioli, ho scritto solo apparentemente contro gli avvocati, ma in realtà – mi pare ovvio – nell’interesse loro e della società, come il De advocatorum ignorantia, stupiditate, nequitia et fraudolentia, dove, il 22.6.2010, ho detto quanto segue:

 «Mi spiace ma, salvo eccezioni, di cui, se emergeranno, darò testimonianza, avvocati non vi ci chiamo, o voi Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati di Roma, salvo l’Avv. Giovanni Cipollone, che non conosco, per aver pubblicato un bell’articolo su “La storia di Giovanni e Margherita”.

Non vi ci chiamo perché qui, o siete avvocati voi, o lo sono io. Io che sono iscritto al molto scarno albo dei veri difensori dell’umanità dai crimini che la stanno annientando, a partire dal signoraggio bancario, di cui anche voi vi siete assunti la grave responsabilità di fingere di non sapere.

Albo diverso dal vostro, vastamente connotato da ‘avvocati’ nel senso di meri mediatori scaltri e ladri in ogni sorta di scontri.

Distinguo verificati i quali io potrò rinunziare a ogni intento di iscrivere voi al mio albo, perché finora gli estremi non ci sono stati, e voi estromettere me dal vostro, o (è lo stesso) sospendermi sine die, fino cioè alla conclusione di questa pagliacciata del processo e procedimento per un falso inesistente e inconfigurabile del luglio 2001, per euro 271,71, di cui si può leggere in dettaglio dal doc. n. 158, da www.marra.it, già distribuito a Roma e Napoli.

Una pagliacciata sì, che però, proprio perché tale, rivela volgari intenti e motivazioni né palesabili né legittimi. Altrimenti è ovvio che un così insulso procedimento disciplinare non si spiegherebbe, visti oltretutto i moltissimi mai aperti pur a fronte di giudizi penali per ben altro che 271,71 euro.

Metodi vergognosi, odiosi che, peraltro, a usarli in accertamenti sui vostri studi, vorrei proprio vedere cosa farebbero emergere.

Un caso che sembra malizioso, quello dei due 71, visto che il 71, nella cabala, è l’uomo di merda.

Scenari retrostanti occulti fino a un certo punto, perché si comprende bene quante pressioni (e blandizie) ministeriali, giudiziarie, dell’Avvocatura di Stato, e di chissà chi altro, gravano su questo processo e procedimento.

Il mostro degli apparati e delle burocrazie si accorge infatti delle cause solo quando iniziano i pignoramenti, per cui, siccome stanno iniziando quelli ex lege Pinto, le aggressioni saranno ora continue (Osserva, caro Giuggioli, che, data la mancata reazione degli avvocati, ora i pignoramenti li hanno vietati del tutto, oltre ad avere eliminato di fatto la stessa legge Pinto, messo il filtro agli appelli, ai ricorsi per cassazione, stravolto la previdenza, dimezzato gli onorari e aumentato i costi della giustizia per neutralizzarla affinché non dia fastidio alle cosche bancarie mentre ci dissanguano)

Sciacalli che però vi invitano a nozze, perché mi aggredite anche per motivi legati al vostro conservatorismo da piattole, categoriale e non, di cui ora vi parlerò. Cosa che rende grave che ad aggredirmi siate voi.

Io infatti divido le persone tra avvocati e non avvocati, perché il livello di fraudolenza raggiunto dalla società è tale che solo gli avvocati possano districarcisi.

Ora, vedete, entro luglio pubblicherò “Il labirinto femminile”, il mio ultimo libro, oggetto del quale è la particolarissima vicenda d’amore tra Luisa e Paolo. 

«Luisa», scrivo nel libro «giovane avvocatessa creata per sintetizzare in lei caratteri, aspetti e parti di un po’ tutte le donne e le esperienze sentimentali della mia vita, alcune lontanissime, ancorché focali, come quella, a lungo cercata, non più ritrovata, mai dimenticata, della soavissima nudità di una popolanina napoletana distesa tra me e i tiepidi umidori notturni della spiaggetta di Nisida, cullati noi dai lenti mormorii equorei, mentre i suoi occhi dorati dalla luna mi pervadevano l’anima e mi smarrivo nelle voluttà dello svolgersi della sua passione, quando l’ansito del suo respiro, al culmine del farsi profondo, meraviglioso si volse in un canto d’amore bellissimo, antichissimo, dolcissimo, che mi pervase ragazzo di una struggente stupefazione e dissolse le pareti di un antro in cui non sapevo di essere liberando su noi l’onda del firmamento pullulante di stelle.

Una Luisa positiva, giudiziosa, bella, innamorata, ma preda, oltre che delle remore dettate dalla differenza di età, di una forma maniacale, fobica, di maliardismo: una particolare, estrema tipologia di strategismo sentimentale che pervaderà irriducibilmente ogni dettaglio del suo comportamento.

E Paolo, il titolare del grande studio legale in cui lavora, che ha il doppio dei suoi anni, e anche lui ho creato per sintetizzare in un unico io narrante i molti me attraverso i quali ho vissuto quelle esperienze, e ricavarne una sorta di romanzo fatto dei loro sms.

Ma, tra le righe dell’epistolario, vero protagonista del libro è il dramma universale di una ‘normalità’ malgrado tutti spaventosamente fraudolenta, trasformistica, che ci sta distruggendo».

Non solo voi, cioè, ma tutti sono diventati dei biechi opportunisti, incapaci di elevarsi da quelli che credono essere i loro miseri interessi. E tutti usate, quale strumento intellettuale, la furberia.

Forma della conoscenza animale, la furberia, consistente nella capacità di svilupparsi prevaricando gli altri senza usare l’intelligenza, a cui vorrei condurvi, perché è la capacità di svilupparsi passando attraverso lo sviluppo degli altri. Astenendosi però dalla tendenziosità, che è la capacità di asservire l’intelligenza ai fini della furberia.

Definizione di intelligenza, la mia, fin qui sconosciuta, e di cui vi segnalo io stesso la straordinaria rilevanza perché so già che siete così ignoranti che da soli non ci arrivereste; tant’è che non siete stati capaci di distinguere, da quanto siete zotici, il più grande pensatore di tutti i tempi da un malfattore. 

Né, vi capisco, le vostre conoscenze giuridiche da tragicomici paglietta e azzeccagarbugli potrebbero bastare a farvi capire che la mia cultura, le mie scoperte scientifiche, vi pongono obblighi di riconoscimento e di sostegno, sì morali, ma anche giuridici, perché i benefici delle mie tesi alla società sono un milione di volte maggiori di quelli che potreste arrecare voi, ammesso ne arrechiate, in un milione di intere vite come le vostre.

Un quadro in cui alla dialogicità proposta da Paolo come unico strumento per sconfiggere il male, si contrappongono furberia, strategismo, maliardismo, negatività e inciviltà, che non sono la stessa cosa, ma si rassomigliano moltissimo, perché si fecondano e si partoriscono l’un l’altra in una proliferazione infinita in cui di costante c’è il seme: la prevaricatorietà.

Prevaricatorietà che definisco come quella degenerazione della gerarchicità che si verifica quando la gerarchicità, che è tanto indispensabile quanto inevitabile, non si sviluppa attraverso l’intelligenza/dialogicità, ma attraverso la furberia/strategicità.

Un tormentarsi attraverso lo strategismo (attenti a quel che segue perché capirlo potrebbe aiutarvi a uscire dallo status di ‘gente meccanica’, che di certo vi attribuirebbe Manzoni), che ha rallentato di centinaia di migliaia di anni, se non milioni, il cammino dell’umanità. 

Detto infatti che definisco cultura il modo che gli uomini mediano di dover avere in comune nel vedere la realtà, ciascuno, per dare il suo assenso a quella mediazione, esige che il sapere comune non contenga cose che non gli convengano. Una lotta per stabilire cosa si può sapere e cosa va rimosso che, ai primordi, avviene mediante la prevaricazione fisica e poi psichica, cioè la furberia. Finché, a partire diciamo da un po’ più di due milioni di anni fa, quel tipo di homo non a caso chiamato habilis inizia ad acquisire le prime rudimentali forme di intelligenza. Salvo, disgraziatamente, a inventare subito dopo la tendenziosità.

Insomma, il cervello umano è immutato da circa 35.000 anni, dall’affermarsi dell’homo sapiens-sapiens, benché il cervello del sapiens (una sola volta sapiens), fosse circa lo stesso già da 200.000 anni, e anche il cervello del Neanderthal, comparso circa 700.000 anni fa, e scomparso circa 30.000 anni fa, avesse una capacità di pensiero simile.

Dove voglio arrivare? Al fatto che il cammino dell’umanità è stato così lento a causa della furberia/strategismo!

Voglio affermare che quegli uomini erano dotati di cervelli come i nostri, capaci di forme primordiali di intelligenza da circa 2.000.000 di anni, e di forme acute da diciamo 500.000 anni.

Voglio affermare che se non riuscirono a creare una civiltà in cui il tempo delle piramidi era già da centinaia di migliaia di anni un tempo di viaggi siderali fu perché glielo impedì la stessa tara che frustra voi: lo strategismo.

Così come è stato lo strategismo, quando la civiltà, con ritmi lentissimi, ha raggiunto lo stadio attuale, che l’ha resa tale da pregiudicare l’abitabilità della Terra.

L’intelligenza è cioè cruciale, perché consente di accedere a forme di organizzazione sociali particolarmente proficue.

Organizzazione tipica anche di molti animali, come le api, che però non sono intelligenti, perché il loro operare è frutto di una selezione automatica per fini di sopravvivenza e di sviluppo, e al massimo esprime partecipatività, come nel cane che, in funzione delle sue esigenze emotive, quindi per quello che serve a lui, è in grado di spingere la sua partecipatività a livelli molto avanzati e flessibili, ma sarà intelligente solo quando saprà capire se hai fame e se dividere con te la scodella.

Animali che non esprimono mai intelligenza perché essa si identifica con quel volersi sviluppare passando attraverso lo sviluppo degli altri che nasce quando gli uomini scoprono i nuclei primordiali di ciò che si configurerà come generosità, che è quasi sinonimo di intelligenza, ma non necessariamente di amore.

Amore, o ciò che di solito si qualifica tale, che non si identifica automaticamente con l’intelligenza perché è sempre connotato dalla partecipatività, ma non automaticamente dalla generosità, ben potendosi amare in modo egoistico (furbesco) per goderne per quel che serve a noi; come il cane il padrone, o il satrapo le sue donne.

Amore che quando, anziché essere fondato, come oggi, sul dominare o essere dominati, sarà fondato sulla dialogicità/intelligenza/generosità, avrà esiti di grande potenza e particolarità.

Generosità/intelligenza che l’uomo di Neanderthal testimonia di avere da centinaia di migliaia di anni per il sol fatto, ad esempio, di compiere gesti struggenti quali il seppellire i suoi cari in prossimità del fuoco perché possano godere del suo calore nei veri e propri ‘vani’ che scavava nella roccia per allocarvi il tipo di civiltà che gli consentì di vivere in era glaciale.

Civiltà che è stata rallentata dal fatto che la prevaricatorietà/egoismo/furberia/strategismo, in quanto rivolti, non a cercare soluzioni, ma a far conseguire vantaggi a chi li esercita, non possono innescare quella logica virtuosa di produzione automatica e continua di risultati positivi che innescherebbe la dialogicità, ma causano anzi serie ininterrotte di sempre più aggrovigliati problemi e contraddizioni che conducono all’inestricabilità e alla reiterazione infinita sia delle problematiche che dei rituali pseudo-risolutori, ovvero alla perpetuazione del male.

Inestricabilità che si insedia anche nelle menti di chi pratica lo strategismo, che finirà per ingrossare le fila degli individui caratterizzati dalle svariate tipologie di insufficienza o inadeguatezza mentale.

Perché, come per i bersagli fisici, anche i bersagli intellettuali, per colpirli, bisogna mirargli.

Significa che se uno scienziato vuole giungere a una scoperta deve essere generoso, perché altrimenti la sua mente lavorerà per arrecargli vantaggi, e non saprà seguire la pista per giungere alla comprensione a cui aspira.

Ecco così che a Roma, a Gaza, a Londra, a New York, nel mondo, gli avvocati, i politici, gli scienziati, i filosofi, le persone, ricominciano ogni mattina come se fosse il primo mattino del mondo a dire e a fare con lo stesso tono e negli stessi modi le cose che da sempre non hanno mai risolto pressoché nulla.

Pressoché nulla perché alla fine i cambiamenti pure avvengono, ma con una lentezza e delle modalità che li rendono impercettibili e li guastano prima che si compiano, e con un immenso dispendio di energie, perché il lavorio dei meccanismi produce risultati mille volte no e una sì.

In regime dialogico, invece, iniziando alle 8 di un giorno qualsiasi, i soli 300.000 avvocati italiani produrrebbero prima di sera tipologie di cambiamenti mai realizzati dalla fondazione di Roma.

Capite ora perché, se io scrivo cose come queste, e voi vi alleate con la parte meno nobile e degli apparati e della magistratura per fermarmi, voi e io non possiamo stare nello stesso albo?

Voi cioè, per poter essere iscrivibili nel vero albo, il mio, avreste dovuto sì sollevarmi dalle cure della professione, ma aiutandomi in tutti i modi a sostenere le mie tesi e facendo sì che potessi conseguire un livello di riconoscimento sociale che non mi costringesse, come ho scritto nel 1986, “a lavorare finanche da avvocato per finanziare la mia rivoluzione senza sangue, senza morti e senza sconfitti”.

Voi e vostri colleghi di tutta Italia, avreste dovuto cioè divenire i sostenitori della mia cultura, usando la quale avreste cambiato con facilità il mondo; che invece vi sta cadendo sul capo.

Ma, visto che insistete a non farlo fin da quando, oltre 25 anni fa, iniziai a divulgare i miei scritti anche nel tribunale di Roma, vediamo il perché.

Ebbene, non lo fate, nonostante non vi spiacciano certo gli argomenti giuridici che io formulo nell’interesse della civiltà e voi copiate per lucrarvi, perché siete solo degli squallidi evasori fiscali e previdenziali, dei vili, degli abboffini chini come cani sulle scodelle, degli accattoni che non riescono a vedere a un palmo dal naso e sfruttano la furberia per strappare brani di cibo dal corpo agonico della civiltà.

Perché me la prendo proprio con voi? Me la prendo con voi perché dovreste avere i requisiti morali per provare vergogna; perché ho detto all’inizio che solo gli avvocati hanno il tipo di esperienza e di consapevolezza giuridica adatto a domare la fraudolenza moderna; perché tra tutti gli avvocati del mondo voi siete quelli dell’Italia e di Roma, cioè dei luoghi in cui da sempre è stata coniata la civiltà, perché l’Eneide è il codice dei valori dell’occidentalesimo, e in essa sono confluiti i valori dell’aristocrazismo greco pagano, codificato da Omero nell’Iliade e nell’Odissea, e del concettualesimo ebraico cristiano, codificato nella Bibbia.

Chi dunque, se non voi, può alzare lo scudo contro la barbarie che ci sta divorando? I Perry Mason? O gli Obama e le Merkel, eletti dal bilderberg quali garanti dell’immobilismo che serve al potere bancario?

Se me la prendo solo con voi o con tutta la categoria?

Me la prendo con tutta la categoria, salvo eccezioni, ma ci sono tra i normali iscritti all’albo e voi delle differenze, perché il normale iscritto ha più che altro la colpa di avervi votato.

Voi invece, a fronte dei vantaggi e onori del vostro ruolo, avreste il dovere di riconoscere e sostenere con adeguati gesti istituzionali ciò che conta; sicché l’esservi alleati con i nemici della mia cultura, delle mie scoperte scientifiche, della mia scoperta del modo di formazione del pensiero, è un tradimento a voi stessi, alla categoria e alla società.

Chiedete a me perché mai avreste fatto una cosa simile? 

Secondo la vulgata è per invidia, ed è vero, perché nei miei confronti siete invidiosi come scimmie, sia voi che gli altri avvocati d’Italia, per non parlare dei napoletani. 

Lo so anche perché ho inviato per anni le mie mail circolari a 75.000 avvocati di tutta Italia, con medie di cliccaggi fino al 25%, e ‘invidia’ è la parola che trasuda dai  molteplici dati che forniscono i programmi che descrivono ogni aspetto degli accessi al sito.

Un’invidia da ‘pezzenti e cazzi arrizzati’. ‘Pezzenti’ nel senso di moralmente immiseriti dall’abdicazione culturale e intellettuale a un potere che vi sta soffocando sotto gli occhi i figli, le mogli, la vita, nell’insoddisfazione, nell’alienazione, nella droga, nella psicosi, nella disoccupazione, senza che muoviate un dito, e aiutandolo anzi nel combattere me che lo contrasto; e ‘cazzi arrizzati’ nel senso di pervasi dalla convinzione che il diritto a esprimersi comporti l’automatica rilevanza delle puttanate che pensate e dite, per cui, avendo maturato una sia pur frustrata supponenza, perché è ovvio che nessuno vi pensa, e meno che mai vi pensate tra voi, ecco, sol che vi si tocchi, che vi ergete.

Ma io so che il male di per sé non esiste perché non è funzionale allo sviluppo, e la natura non lo ha selezionato. Per cui, se si vuol ledere un altro è sempre per procurare a sé un bene, magari in maniere anomale.

La gelosia, l’invidia, l’odio, sono cioè una fondamentale griglia che serve a impedire la velleità di riconoscimento, perché, se non ci fossero, chissà cosa ognuno di noi sarebbe capace di rivendicare.

Tant’è che non siete invidiosi dei soggetti innocui, come calciatori o rock star, o che consideriate utili, come i politici di comodo.

Ne deriva, a vostro maggior disonore, che vi sforzate di soffocarmi nei miasmi della vostra invidia e livore proprio perché sapete che sono un riformatore, e inoltre le mie tesi, e i miei ricorsi ex lege Pinto, legge causata da me quando ero parlamentare europeo, hanno la forza di rendere veloce la giustizia.

È indubbio infatti, come scrivo sull’intestazione dei miei atti, che “..Se la civiltà è figlia del controllo la disfunzione della giustizia civile e amministrativa è necessariamente la madre dell’attuale stato delle cose”.

Disfunzione che voi potreste far cessare in un attimo, perché non siete i normali cittadini, che non capiscono e non sanno come reagire. Voi conoscete le frodi, i trucchi, i segreti di tutti, e siete anzi gli architetti di ogni broglio e raggiro, a partire dal signoraggio. Siete quelli che fanno scivolare nelle tasche della giustizia gli argomenti irresistibili per indurla a ‘non capire’ che nei processi per usura deve rinviare a giudizio i consigli di amministrazione delle banche, non i funzionari delle agenzie; o per convincerla a ‘farsi sfuggire’ che, per essere paritario l’anatocismo, bisognerebbe che il tasso non fosse il 13,8% al passivo, e lo 0,01% all’attivo, e che ci fosse un attivo.

Non capite perché mai non dovreste volere una giustizia veloce?

Non la volete, bari e bugiardi che non siete altro, intanto perché cambierebbe il mondo, e siete preda di un conservatorismo così sclerotico da concepire solo la stasi, ma soprattutto perché siete 300.000, e sapete che farebbe crollare il numero delle cause, perché in ogni causa c’è uno che ha torto e che eviterebbe la lite se sapesse che la settimana dopo sarebbe colpito da una sentenza, o a limite la definirebbe negli uffici di conciliazione, oggi negletti per gli stessi motivi.

Dietro la vostra invidia c’è insomma la paura che se le miei tesi divengono troppo note rimanete disoccupati.

Una paura che dimostra che dei giuristi non avete che le toghe, perché siete presi solo da voi e indifferenti al destino del mondo poiché la quasi totalità delle cose che ci soffocano sono perseguibili penalmente e civilmente.

Dei ciechi opportunisti che non capiscono neanche che la nuova società avrebbe bisogno di un numero infinito di veri esperti di cose giuridiche, data ormai la complessità di tutto, per cui è questo il tipo di servizio che dovreste specializzarvi a rendere, laddove pochissimi sanno fare qualcosa di diverso da quel che fate in massa.

E non basta. Voi sapete che il sistema fiscale è illecito, perché lo avete letto dal mio volantino sul signoraggio, e che basterebbe nazionalizzare la BCE, la Banca d’Italia e le altre banche centrali, che tutti credono siano già pubbliche, e finirebbe il debito pubblico, e non occorrerebbe più pagare le tasse, perché servono solo a comprare i soldi dalle banche centrali.

E che fate dinanzi a simili cose? Niente altro che accanirvi a cercare di evadere e a tenere in piedi un giro di cause faraonico che serve solo a voi! 

Lo faccio anch’io? No io no. A prescindere che le mie cause sono sempre funzionali allo sviluppo, le faccio per finanziare il cambiamento, e non ho conservato un euro dei moltissimi che ho guadagnati, perché li ho spesi tutti in propaganda, libri, volantinaggi. 

Ho sbagliato perché non dovevo generalizzare? No, non ho sbagliato. Sull’intestazione ci sono da sempre i miei numeri di telefono. Anche ora, chi vuole aderire può chiamarmi o scrivermi».

Ciò premesso, caro Giuggioli, sai cosa ha detto di questa questione mia figlia Caterina, che fortunatamente ha solo 19 anni ed è iscritta al primo anno di giurisprudenza, sicché non c’è rischio possiate adottare provvedimenti disciplinari anche contro di lei?

Ha detto: «.. Che scemi! Possibile non si accorgano che nessuno gli è più favorevole di te?»

Un altro commento adeguato, caro Giuggioli, credo sia quello di Adelina Colella, giovane avvocatessa napoletana.

Un commento di cui a un articolo  pubblicato, in risposta al mio, sul blog signoraggio.it, dove ho pubblicato  anche questo di documento. Adelina Colella che scrive:

«Caro Gino: avvocati pezzenti sì, ma “cazzi arrizzati” temo proprio di no..

Prima o poi sarà un giovane avvocato a farsi fuori, uno sopra la quarantina, con due figli, un mutuo e l’affitto dello studio da pagare; uno con l’utilitaria sgangherata parcheggiata rigorosamente per strada. Uno così, che si sveglia la mattina e dice alla moglie che va in tribunale e si stringe sempre più forte il nodo di quella cravatta sperando che lo possa soffocare. Lo farà un giorno in cui un ottimismo del tutto immotivato lo avrà pervaso per un solo istante e sarà svanito nel momento del ritiro di una sentenza di una causa che è durata più di 3 anni, in cui il giudice gli avrà eccezionalmente liquidato 600 euro. Una cifra indecorosa che a volersi fare i conti non copre nemmeno le presenze in udienza e quella serie di rinvii d’ufficio che i giudici non hanno nemmeno la creanza di comunicare. Si lancerà dal settimo piano un giorno qualunque; no, anzi, sarà un giorno di scadenza del MAV della cassa forense, 870 euro da pagarsi a mesi alterni, indipendentemente dal fatturato. È la dignità che li distrugge gli avvocati, non la paura o la riverenza nei confronti del potere, almeno non tutti; è quella voce di dentro, un misto di umiliazione e senso di colpa, che li induce a non rivelare nemmeno alla famiglia che non si possono più sostenere, che non hanno più nemmeno i soldi per pagarsi le spese.

Pezzenti, dunque, senz’altro! ma «cazzi arrizzati» nemmeno per sogno: sfuggono invece lenzuola candide e mogli nemmeno da buttare, perché i pensieri persistenti, com’è noto, i cazzi li fanno ammosciare.. 

11.04.2013

Insomma, caro Giuggioli, in nome dell’onore dei 300.000 avvocati d’Italia, ti chiedo di lasciar stare, perché ogni ‘processo’ a me disonorerebbe la categoria e l’Ordine.

Li disonorerebbe perché hanno opposto, per 30 anni, un muro di silenzio ai miei sforzi di coinvolgerli nella lotta per rifondare la cultura e fermare il potere criminale\satanico\bancario vigente (bilderberg).

Trent’anni in cui, ti sarei grato se glielo spiegassi tu a questo ScornaJenco, mi hanno persino costretto a usare – come scosse sul petto dei 300.000 – forme verbali di cui non mi sarei mai sognato, per svegliare loro e l’Ordine dalla stasi indottagli per eliminarli, e non avere così più ostacoli nel massacrare la società.

Trent’anni dopo i quali – ora che ce l’ho fatta da solo – vorrebbero che un Presidente dell’Ordine storico come te mi si schierasse contro al fianco dei criminali da cui cerco di difendere le genti.

Sperando invece che proprio tu voglia principiare la mobilitazione della categoria in mio sostegno, e adoperarti perché gli avvocati divengano la prima linea del processo scientifico e culturale che propugno dal 1985, devo dirti che un po’ ci conto; visto che, su 300.000, solo uno non ha capito.

Concludo inviando a te e ai colleghi del Consiglio i miei quattro principali libri, affinché possiate meglio contestualizzare le mie tesi, e a tutti, e soprattutto a tutti gli avvocati italiani, i più cordiali saluti e le mie più sentite attestazioni di fiducia e di stima.

18.5.2013

                             Alfonso Luigi Marra