Marra: Non nego certo che, più sono le migliaia di cause (in questo caso cause Pinto) che lo Stato mi costringe a fargli, più aumentano i milioni che mi deve, e che, più non mi paga, più fa durare le cause, più esse ne partoriscono altre. Un ciclo che hanno cercato di interrompere con le leggi ‘contra me’ e con i delitti in mio danno, ma che possono fermare solo se fanno le cause senza trucchi e velocemente, e pagano subito le sentenze. Perché – questi miei nemici non lo capiscono – ma, come dice Loredana, la mia seconda ex moglie, «nonostante la giurisprudenza e le leggi, la società insegue il diritto». Inoltre, nel 1985, scrissi che «lavoro finanche da avvocato per finanziare la mia rivoluzione senza sangue senza morti e senza sconfitti», e francamente avrei preferito che il mondo cambiasse anche senza bisogno di tutte queste cause e di questa trentennale lotta su tutti i fronti che, oltre all’enorme fatica, mi è sempre costata tutti i soldi che ho guadagnato. Siccome però aver vissuto tutto questo ad una cosa è servito, cioè a raccontarlo, credo che anche questo esposto/denunzia alla Corte dei conti ed alla Procura della Repubblica, sia uno ‘spaccato’ sconcertante ma illuminante dei motivi per i quali le Istituzioni che ci governano e ci giudicano ci stanno portando alla rovina. Esposto alla Corte dei conti in relazione agli almeno 15 milioni di danni causati all’erario dal Ministero della Giustizia, dal Ministero delle Finanze, e dalla Procura di Roma per bloccare le mie cause ed i miei milioni di euro di crediti.

Ill.mo Sig. Procuratore Corte dei conti Lazio, Dr Angelo Raffaele De Dominicis.
Ill.mo Sig. Procuratore della Repubblica di Roma, Dr Giuseppe Pignatone.

L’On. Avv. Alfonso Luigi Marra denunzia ed espone.

Oggetto: Danno erariale per almeno 15.000.000 di euro causato dall’inerzia sia della Procura di Roma che dei responsabili dei Settori competenti del MEF e del Ministero della Giustizia di fronte alle numerose denunzie pubbliche e formali delle omissioni ed abusi di atti da parte di dipendenti da identificare dei detti Ministeri in relazione: -A) al mancato pagamento, da parte del MEF e della Corte d’Appello di Roma, di circa 1.500 decreti/sentenze Pinto (molti riuniti) depositati dal 2007 al 2015 (molti depositati il 2014/2015), per i quali saranno presentati altrettanti ricorsi a Strasburgo per indennizzo del tardivo pagamento; B) alla mancata o tardiva fissazione/decisione, da parte della Corte d’Appello di Roma e di Perugia, di circa originari 3.700 ricorsi Pinto (attuali 2900) presentati tra il 2011/2012, per i quali saranno presentati ulteriori 3.700 ricorsi Pinto per indennizzo della durata eccessiva. Sussistenza, ormai, sempre a proposito di danno all’erario, degli estremi per l’azione risarcitoria civile ex art 2043 cc di tutti gli interessati contro i detti Ministeri per i danni arrecati da loro dirigenti/dipendenti.

Ill.mo Sig. Procuratore della Repubblica di Roma, ed Ill.mo Sig. Procuratore della Procura della Corte dei conti del Lazio, devo segnalare che le violazioni di cui all’oggetto causeranno un danno erariale ragionevolmente non inferiore a 15.000.000 di euro, e che potrebbe raggiungere i 20.000.000. Ciò per i seguenti motivi:
-1) In relazione all’eccessiva durata del 3.700 ricorsi pendenti, tra Roma e Perugia, dal 2011/2012 (ora divenuti 2.900 in seguito a recenti decisioni), non potremo che presentare, per i decisi e per quelli che lo saranno man mano, un nuovo ricorso Pinto per ognuno di essi. Un totale quindi di circa 7.400 ricorsi che, considerate le durate di 4/6 anni delle cause presupposte, si può prevedere costeranno allo Stato non meno di 2.000 euro ognuno comprese le competenze, cioè non meno di circa 14.800.000 di euro.
-2) In relazione al tardivo pagamento dei circa 1.500 decreti/sentenze depositati a partire dal 2007 (molti, si ripete, del 2014/2015), non pagati e di cui nulla lascia supporre, specie quanto al MEF ed alla Corte d’Appello di Roma, il pagamento in tempi ragionevoli), dovremo presentare, man mano che verranno pagati, altrettanti ricorsi a Strasburgo per l’indennizzo delle lungaggini nei pagamenti. Ricorsi a Strasburgo praticamente ‘previsti’ dalla risibile ‘normativa ad ostacoli’ dettata dalla burocrazia addetta e dai suoi consulenti. Normativa che non consentirebbe il pagamento nel termine ragionevole di sei mesi nemmeno se ce ne fosse la volontà, che non sussiste nella maniera più assoluta, perché c’è invece inconfutabilmente un’organizzata volontà elusiva, defilatoria ed avversa, o altrimenti non si spiegherebbe la pluriennalità dei tempi dei pagamenti.
Ricorsi a Strasburgo che non si può prevedere né quanti saranno (bisognerà vedere, quanto ai nuovi decreti, che verranno pagati dalla Banca d’Italia, ma sempre, purtroppo, con il non benefico influsso ministeriale, che tempi richiederanno), né quanto costeranno ognuno allo Stato, perché non è dato sapere se prevarrà la linea dei 200 euro per ricorrente più 21 di spese di cui alla (vergognosa) sentenza Gaglione + 475, del 2010, oppure la linea dei 100 euro di indennizzo per ogni mese di ritardo oltre il sesto, più 1880 euro di spese per ogni ricorso, di cui sentenza Sajo/Keller/Spano, del 2014, la quale ultima è coerente alla giurisprudenza di sempre della Corte EDU (la sentenza Gaglione + 475 è in totale contrasto con essa, oltre che con ogni elementare diritto e senso della dignità giudiziaria).
Sentenza Gaglione che è ragionevole ritenere venga superata anche perché fu pronunziata in un regime di acuto scontro tra gli stessi Giudici del Collegio che la decisero, cioè fu decisa ‘a maggioranza’, da 5 Giudici su 7, in veemente contrasto con i Giudici Popovic e Cabral Barreto, i quali, tanto vollero evidenziare la loro estraneità da quella sconcertante decisione della maggioranza (Giudici Guido Raimondi, Françoise Tulkens, Nona Tsotsoria, Isıl Karakas e Kristina Pardalos, cancelliere Naismith), da sentire l’esigenza di redigere, in sentenza, una tabella in cui indicarono ad uno ad uno tutti i ricorrenti riconoscendo sia a loro che a questo difensore il diritto a tutt’altre somme. Somme che, facendone la media, furono di 2.188 euro, contro i 200 euro fissi liquidati dalla maggioranza. Mentre a questo avvocato riconobbero 309.926 euro totali, per una media di 652 euro per ogni ricorrente, contro i 21 euro fissi, per ricorrente (10.000 totali), liquidati dai cinque della maggioranza.
Mancate o tardive fissazioni/decisioni di 3.700 ricorsi, e mancati pagamenti dei vecchi decreti/sentenze, ma anche di quelli del 2014/2015, che, in considerazione del tempo, non possono non implicare, di per sé, il già denunziato regime di omissione e di abusi (peraltro, le pur notevoli cifre in gioco, sono certo molto inferiori di quelle spese negli anni per le retribuzioni ed il molto altro occorso per finanziare il vasto contesto dei variamente addetti).
A riguardo, poiché uno degli aspetti cruciali del reato è rappresentato dall’ingiustificabile decorso del tempo, ed è ora decorso un tempo ulteriore, è legittima una nuova denunzia relativa alla nuova fattispecie rappresentata dall’ulteriore decorso del tempo e delle condotte omissive ed abusive maturate durante detto nuovo ambito temporale.
Una situazione che, peraltro, a questo punto, configura anche le violazioni di cui all’art. 2043 cc, e legittima l’azione risarcitoria civilistica nei confronti dei due Ministeri datori di lavoro per le condotte illegittime dei dirigenti/dipendenti colpevoli. Condotte che, ai fini dell’azione risarcitoria ex 2043, possono anche solo essere colpose.
Una situazione che rende sempre più urgente l’intervento della Procura della Repubblica e della Procura della Corte dei conti, stante il fatto che il decorso del tempo determina un continuo incremento del danno erariale.
Ciò specie in relazione alla condotta del MEF e della Corte d’Appello di Roma (non pagano, non chiamano, non scrivono, non rispondono, non ricevono, non se ne sa nulla: condotta questa già di per sé illegittima, trattandosi di uffici pubblici).
Va segnalato altresì che, per di più, oltre agli ostacoli costruiti con le ‘norme’ e le loro astruse interpretazioni, vi è poi tutto un adoperarsi ad inventare prassi ancor più illegittime, quali quella, dapprima, di escogitare, in danno degli avvocati, anticipatari, sempre più oneri lavorativi ed economici, per poi, quando infine qualche titolo viene pagato, non rimborsare le spese vive né pagare i diritti successivi occorrendi.
Oneri inventati quali gli euro 13,5 in media (in base al numero delle pagine) di bollati per l’inutile (pretestuosa) notifica, ai fini del remoto pagamento, dei decreti Pinto esecutivi. Euro 13,5 che questo denunziante deve ora pagare solo a Roma, perché il Presidente della Corte d’Appello di Perugia, con un gesto a modesto avviso di questo difensore encomiabile, ha giustamente opinato che, trattandosi di ricorsi anteriori al 2012, cioè disciplinati dalla vecchia legge Pinto, non è prevista per il loro pagamento alcuna notifica, ben potendo/dovendo essi essere pagati spontaneamente dall’Amministrazione.
Ferma restando l’illegittimità in generale dei bizantinismi normativi o regolamentari rivolti ad osteggiare i pagamenti perché, quando lo Stato viene condannato, dovrebbe semplicemente inviare le somme, senza costringere i creditori a sofisticatissime procedure che poi consentono persino agli addetti di dire di essere oberati.
Addetti ai quali – questo è quanto, in relazione a ciò, questo difensore vuole evidenziare alle due Procure – sfugge però che anche dei mancati rimborsi e del mancato pagamento dei diritti successivi ci si dorrà a Strasburgo (ove si osa sperare non sia più così determinante il già a suo tempo denunciato, gravissimo, influsso del Ministero sulla Corte tramite la cancelleria della Sezione Italiana), per cui è ragionevole ritenere che anche queste somme ricadranno moltiplicate sull’erario, perché, dinanzi alla Corte EDU, i detti artifizi non hanno rilievo quand’anche previsti da simili ‘norme’ nazionali.
Si chiede poi venga ordinata la consegna dei tabulati dei pagamenti tutti avvenuti in relazione alle sentenze/decreti Pinto fin dall’inizio, al fine di verificare se il denunciante è stato oggetto di discriminazioni.
Questo perché, l’11.5.2015, dinanzi al Tribunale Penale di Napoli, il dr TB, interrogato quale teste in qualità di dipendente addetto ai pagamenti presso la Corte d’Appello di Roma, ha dichiarato:
-1) Che effettivamente i pagamenti spontanei dei decreti vecchio rito di questo avvocato da parte della Corte d’Appello di Roma (ndr: anche in relazione ai clienti) erano fermi al 2007. Ciò riferendosi ai crediti verso il Ministero della Giustizia, competente per quanto riguardava i giudizi per le lungaggini dinanzi all’autorità giudiziaria ordinaria, mentre altro capitolo sono i crediti verso il MEF, competente per quanto riguarda i giudizi per le lungaggini dinanzi ai TAR, fermi al 2010).
-2) Che il denunciante è l’avvocato italiano che vanta maggiori crediti.
-3) Che la ragione dei mancati pagamenti non è la mancanza di fondi.
Affermazione quest’ultima che ha molto stupito il denunziante ed il suo avvocato, che subito chiese quale allora fosse la ragione. Domanda a cui il dr TB non rispose anche in seguito al fatto che l’interrogatorio proseguì su altre cose (il denunziante non ricorda le singole parole, ma si chiede vogliano le due Procure acquisire le registrazioni).
Da un altro punto di vista, risulta però da varie fonti (articoli specializzati, atti parlamentari) che le somme erogate per i singoli anni, anche solo dal Ministero della Giustizia per la sola Corte d’Appello di Roma, sono di gran lunga maggiori.
Ragione per cui non è dato capire, se questo avvocato è il principale creditore, come mai gli è giunto tanto poco di quanto è stato pagato, ovvero secondo quali criteri sono avvenuti i pagamenti.
Tale è infatti il regime di anomalia, che nulla vieterebbe, ad esempio, in tanti e tanto straordinari abusi ed omissioni, che i pagamenti in favore del denunziante non fossero avvenuti per fatto, non, o non solo, degli ignoti addetti, ma di vertici dei due Ministeri; che potrebbero averlo disposto, formalmente o occultamente, per motivi che non è dato sapere. Cosa che non stupirebbe il denunziante, aduso a trattamenti particolari generalmente legati all’intento di frenare la sua azione giudiziaria e che, in alcune occasioni, si sono notoriamente addirittura concretati in leggi contra personam, a partire dalla L 460/94.
Condotte dense di gravi effetti in danno di migliaia di persone in relazione alle quali si chiede vogliano le Procure della Repubblica di Roma e la Procura della Corte dei conti del Lazio, accertare la sussistenza, ad opera di ignoti, dei reati di cui al 323 e 328 cp, nonché di ogni altro, associativo o no, in regime di dolo diretto, intenzionale o eventuale, con l’adozione URGENTE di ogni provvedimento utile a porre rimedio.
Si sporge quindi, alla luce dei fatti esposti e delle considerazioni svolte, formale denunzia-querela nei confronti di coloro che saranno ritenuti responsabili, chiedendosene espressamente la punizione.
Con riserva (benché in realtà si intenda prediligere l’azione civile ex 2043 cc) di costituirsi parte civile, e con espressa istanza venga comunicata alla PEC di questo difensore ogni eventuale richiesta di archiviazione da parte del PM ai sensi dell’art 408 del cpp.

28.4.2016

On. Avv. Alfonso Luigi Marra