Marra e l’evoluzione del linguaggio

Nell’antica Roma era d’obbligo. Non esisteva politico che non avesse una sua filosofia di vita; che, arrivata la sera, non meditasse sui classici. Forse per questo avevano conquistato il modo e rendono ancor oggi la loro cultura imprescindibile.

Giovanni e Margherita dimostra che l’avv. Marra è in quella cerchia di meditatori, oggi talmente ristretta da non farsi scovare nemmeno da Diogene gran cercatore.

Descrive qualcosa di molto simile alla natura della coscienza e alle dinamiche del pensiero e meccanismi di formazione non solo delle idee che fondano il mondo moderno ma di quello che lui chiama la “qualità di uomo”. E tutto questo, perché le banche non sono che uno degli ultimi tasselli di uno status quo in cui si sono sedimentati i pregiudizi della storia che hanno costretto la natura umana a una vita antiti-natura, se mi concede la licenza. Una delle espressioni dell’involuzione della società civile che precede la “mutazione” (parola di Marra).

Un interessantissimo capitolo (Il linguaggio, p. 65 e sgg.), al fine di analizzare in profondità la funzione del linguaggio, inizia dalle prime forme di comunicatività non narrative e, certamente, non alfabetiche. Siamo ancora tra i primi gruppi umani e probabilmente tra i primi gruppi di ominidi che, come cani, gatti, taccole e oche di Lorenz, avevano senza dubbio un preciso codice gestuale e, quantomeno, onomatopeico a cui rispondere. Infatti Marra vuole, giustamente, collegare nella sua ricerca filosofica, il primo atto espressivo, al primo atto di associazione comunitaria. Il che, se è corretta la teoria dell’evoluzione, deve risalire a comunità che precedono una completa formazione del corpo umano.

E questo perché, non credo, e mi pare non lo creda nemmeno l’avvocato, sia da sottovalutare l’intenzione del parlare nella dinamica della creazione dell’apparato fonatorio.

Il già citato Lorenz (per me uno dei più autorevoli etologi, data la sua convivenza nella comunità animale e le quotidiane ore trascorse ad osservare gli animali in libertà, metodo sempre più abbandonato, eccetto pochi eletti), trova nell’intenzione uno dei motori delle organizzazioni sociali. Per non dire che le oche pronunciano dei versi inconsci proprio in base all’intenzione che hanno di volare o di continuare a zampettare sull’erba.

La forte antichità di queste forme espressive, che sono paragonabili allo sbadiglio o al sorriso umani, è dettata dal fatto che restano espressioni linguistiche inconsciamente prodotte e inconsciamente recepite.

Un cultore della materia potrebbe inorridire leggendo “suoni modulabili all’infinito” ma lo farebbe solo ad una lettura superficiale. Non abbiamo infatti parlato di intenzione? Non è forse a questo punto accettabile che se le oche fossero in grado di avere intenzione di articolare una forma di linguaggio più complessa potrebbero un giorno svilupparla? Non stiamo dando il ruolo di motore evolutivo alla capacità della mente di rispondere ad una necessità? E dunque non c’è che dire, potenzialmente la modulabilità, sul lungo periodo, è infinita.

Come finisce? Non mi fate rubare le parole di bocca all’avvocato. Alfonso Luigi Marra, La Storia di Giovanni e Margherita, Il modo di Formazione del pensiero, Editrice Omogeneitas s.r.l.

Giselda Campolo