Marra: Arrestare il grosso dei giudici, cancellieri e responsabili della Corte Europea per corruzione!

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ASSOCIAZIONE MORALIZZARE LA MAGISTRATURA
(Siamo a disposizione di coloro che vogliano agire nei confronti di magistrati,
solo però ove vi siano elementi adeguati per poter sostenere la corruzione o altri reati.)

ISCRIVITI e aiutaci a moralizzare la Corte Europea: vertice mondiale dalla ‘gendarmeria’ criminale del bilderberg e della massoneria deviata. Divulga questo documento e invialo alla tua mailing list. Lo stiamo traducendo in 5 lingue e inviando, man mano, ad innumerevoli cittadini; ai Parlamentari europei e dei 47 Parlamenti della CEDU; alle autorità religiose, a 10.000 tra magistrati e personalità italiani, stranieri e della Corte europea, a 100.000 giornalisti nel mondo ecc. ALM

 

Petizione per la costituzione di Commissioni di Inchiesta nei Parlamenti Europeo e dei 47 Paesi CEDU (Convenzione Europea Diritti Uomo), (nonché separate denunzie penali e cause civili), per accertare:

-1) se esiste o no una corruzione concorsuale di vasti ambienti della Corte Europea (da qui ‘Corte’), del governo e della magistratura italiani, iniziando l’indagine dal se è o no frutto di corruzione la SENTENZA GAGLIONE + 475 pronunziata da 5 dei 7 giudici del Collegio (Tulkens, Tsotsoria, Karakas, Pardalos e Raimondi), stante la drastica dissociazione degli altri due giudici (Barreto e Popovic);

-2) se Dean Spielmann, Nils Muižnieks, Christos Giakoumopoulos, Paolo Cancemi, Ersilia Spatafora, Paola Accardo, Stanley Naismith, e altri delle cancellerie e di altri uffici di raccordo tra i 47 Paesi CEDU e la ‘Corte’, sono o no i terminali di interessi privati, ambienti governativi anomali, associazioni illecite (mafie, massonerie deviate, bilderberg ecc), nonché i mediatori tra dette cosche e quei giudici corrotti della ‘Corte’ che ‘amministrano’ le studiate lungaggini, disfunzioni, anomalie, irricevibilità, sentenze omesse o pronunziate su commissione.

Grande dono fattoci dalla ‘Corte’ reagendo romanamente alle mie accuse con una ciceroniana proscriptio acqua et igni mea et meae gentis, stante il suo ius vitae ac necis sugli europei.

Ha un bel nome la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma è tutt’altro da quel che esso farebbe credere, per cui la chiameremo da ora ‘Corte’ sì, ma dei moltissimi mascalzoni e della diffusissima corruzione.

‘Corte’ furba che qualche buona sentenza la fa, ma per distogliere dal suo ruolo di tutrice delle illiceità sistemiche del regime.

‘Corte’ dall’immenso potere ma indegna, perché non è il presidio delle genti contro le violazioni dei governi, ma anch’essa un oscuro grumo di potere massonico deviato e bilderberghino che le dinastie bancarie usano per governare le magistrature dei 47 Paesi CEDU.

‘Corte’ che, fosse davvero stata dei Diritti dell’Uomo, ben diversa avrebbe reso oggi la nostra vita e la nostra giustizia, della quale è sia molto più lenta che peggiore.

‘Corte’ il numero dei cui giudici (47) non viene aumentato perché serve da alibi alle lentezze, ma basta ad attuare i fini dei poteri.

‘Corte’ i cui delitti conosco perché lotto da 25 anni per sconfiggerli, e contro i quali spero agiscano ora i Parlamenti.

Parlamenti che non devono certo giudicare, è ovvio, la fondatezza o infondatezza della sentenza Gaglione, che non è di loro competenza, ma ai quali invece – nel contesto di altri fatti pur essi valutabili dal bonus pater come molto ‘particolari’ – la segnalo come indicativa dell’opportunità politica di fare verifiche circa possibili corruzioni.

Cose diverse dalle mie azioni penali e civili a riguardo che, è chiaro, seguono altre logiche e strade.

Anche perché da un lato l’importanza della ‘Corte’ è tale da giustificare una continua attenzione politica, e dall’altro l’inerzia sarebbe errata quando gli indizi della corruzione sono tanti che non si fa in tempo tra l’uno e l’altro a chiudere la bocca aperta per lo stupore.

Misfatti di cui so perché sono l’avvocato d’Europa che ha lì da lustri il maggior numero di cause, e ho anche seguito quasi tutto il contenzioso italiano della legge Pinto (L 89/01) per i primi anni, che ho smesso di acquisire dal 2010 per le troppe persecuzioni.

Misfatti a cui accennerò – non per chiedere di difendere me da queste Istituzioni che gareggiano nel truffarmi, perché so come agire da solo in sede giudiziaria – ma perché questa guerra italiana e francese a furia di frodi normative, giudiziarie, governative e burocratiche, non mira a fermare me, ma la legge Pinto, sicché questo è un complotto contro la società.

Mercimoni di leggi, sentenze, condotte, assunti come ‘prassi’ che – ecco il punto – i Parlamenti devono bandire dando alla ‘Corte’ delle regole.

Perché è l’assenza di regole interne che l’ha resa una ‘Corte’ dei misfatti, cioè un’entità pubblica di enorme rilievo mondiale, ma gestita all’interno come un club privato secondo regole non note (Vedi doc 103/11.1.05, da marra.it, in cui la definisco «sospesa tra illegittimità e approssimazione» e descrivo quel che riuscii a scoprire delle sue arcane ‘procedure’).

Sentenze e leggi tutte rivolte a favorire le lungaggini e le disfunzioni della giustizia, a partire dal DL 104/10, che ha reso obbligatoria l’assurda istanza di prelievo per fermare le cause Pinto contro le lungaggini dei TAR (che facevo io solo).

Complotto con il quale quindi rubano sì di fatto il denaro dei miei clienti e mio, magari gioiendone, ma è rivolto in realtà a sbarrare la pista che stavo aprendo per i miei colleghi; tanto ignari di me quanto attenti a copiare le mie cause.

Un crescente numero di avvocati che, come dal mio progetto, attraverso le cause Pinto avrebbero costretto la giustizia a quella velocizzazione che causerà il cambiamento.

Uno scontro sempre più aspro in cui, il 26.6.14, ho pubblicato il noto documento intitolato:

‘Corte’ Europea: sentenze orchestrate con l’apparato politico, burocratico e giudiziario italiano; migliaia di ricorsi Pinto non fissati ad arte per anni a Roma e Perugia; sentenze europee illecitamente concordate con il governo italiano; studiate lungaggini e false disfunzioni giudiziarie e burocratiche; pagamenti dei decreti e delle ordinanze esecutive omessi dolosamente; norme ad situationem e contra personam; ovvero orchestrata disapplicazione della legge Pinto e della CEDU in concorso tra l’apparato politico, burocratico e giudiziario italiano e strasburghese.

Documento del 26.6.14 al quale la ‘Corte’, che evidentemente si crede titolare dello ius vitae ac necis sugli europei, otto giorni dopo, il 4.7.14, ha reagito – facendo un enorme dono alla società, a me e a mio figlio Attilio – con una risibile, illecita, romaneggiante proscriptio acqua et igni mea et meae gentis: un divieto di esercitare a Strasburgo che ha follemente esteso ad Attilio.

Un grande dono perché il molto lavoro fatto lì in tanti anni mi ha sempre reso solo frazioni di quel che mi è costato, poiché ripeto che la ‘Corte’ è furba, sicché è abilissima nel dosare, snocciolare, scandire, organizzare, le sentenze in modo da non farti mai in realtà vincere contro le cosche alle quali è asservita.

Ecco quindi, a partire da questo documento, che la proscriptio mi ha finalmente dato l’occasione di poter interrompere lo sforzo inutile di cercare di ottenere qualcosa da giudici per la stragrande maggioranza corrotti, e affrontare apertamente la lotta perché siano arrestati e sostituiti da altri degni di questo nome, insieme ai quali, attraverso l’eterna dialettica delle cause, contribuire alla continua evoluzione dello schema giuridico.

Ciò unitamente ad Attilio, che lì non è mai stato costituito in nessuna causa, non c’entra nulla, si occupa di tutt’altro (di diritto bancario), ed è un giovane uomo di un’intelligenza, una cultura ed un’onestà intellettuale tali che certi accattoni che operano a Strasburgo quali giudici, cancellieri o sedicenti ‘giuristi’ non sono degni di lucidargli le scarpe.

Un provvedimento che può essere qualificato solo proscriptio perché non ha le connotazioni di alcun atto giuridico, non dico democratico, ma quantomeno moderno.

Una proscriptio per quel che è dato sapere non scritta; frutto dell’intento illecito e abietto di cercare di fermare le mie accuse; decisa da non si sa chi, perché non c’è nemmeno la prova che venga dalla «vicepresidentessa della sezione alla quale è stata affidato il ricorso Spellitti + 4.120», come riferisce nella sua succinta nota questo Naismith; pronunziata, se pronunziata, fuori da ogni procedimento di cui si sappia o si conoscano le forme, i termini, le caratteristiche, le garanzie.

Una proscriptio che il Naismith scrive sarebbe dovuta al fatto che non avrei ‘cooperato’ e non avrei rispettato le decisioni di inammissibilità, non mi si dice però in che senso. Salvo non si voglia da me cooperazione e rispetto verso i crimini della ‘Corte’. Non quindi una proscriptio dovuta al fatto che «non avrei agito secondo buona fede», come questi bugiardi hanno riferito all’ANSA. Fermo restando che con simili bocche possono dire quel che vogliono.

‘Giuristi’ che, se lo fossero, si vergognerebbero dell’assenza di rimedi agli sputi contro il diritto rappresentati dalle loro ‘decisioni’.

Un proscriptio che, in quanto frutto del vincolo di sangue, vorrei allora che il Naismith, o non so quale novello Silla dietro di lui, mi dicesse se, come per la proscriptio del triumvirato di Ottaviano, Marco Antonio e Lepido contro Cicerone, si estende anche a mio figlio Giulio, non ancora reo di lavorare nel mio studio, il quale altrimenti potrebbe lui sostituirmi nella difesa delle mie 6.500 cause a Strasburgo, ed a tutti i numerosi avvocati della mia famiglia, e se colpisce solo la generazione di avvocati attuale, o anche le future, perché si stanno laureando in legge anche i mie figli piccoli Caterina e Marco.

Attilio peraltro già oggetto (questi sicari delle dinastie hanno davvero poca fantasia: commettono sempre gli stessi crimini), insieme al fratello Giulio, di gesti punitivi rivolti a colpire me e la mia cultura, perché si tratta di quegli stessi Giulio e Attilio Marra vittime, da bambini, nel 1985, di un sequestro di Stato da parte del governo e della magistratura australiani (nel mentre, nel 1994, sarei diventato membro della Delegazione del Parlamento Europeo per l’Australia e la Nuova Zelanda).

Una vicenda che ha ispirato ben 5 miei libri (Lettera di un avvocato italiano agli intellettuali australiani; Atto d’appello; da Ar a Sir; Il complesso di Santippe; L’Australia, una monarchia ben poco costituzionale.)

‘Corte’ cruciale nel complotto contro la democrazia, perché se le 47 magistrature che controlla diventano veloci cambiano il mondo in un lampo.

Velocità che in Italia la ‘Corte’ ha rallentato appunto ‘amministrando’ le sue mancate o pronunziate sentenze in modo da consentire al nostro ‘legislatore’ di schiacciare la legge Pinto con una serie di pseudo-norme censurate, purtroppo solo de relato, anche dalla Corte Costituzionale italiana nella sentenza n. 30/14, che adduce in sintesi, invero un po’ vagamente, che l’assetto realizzato con la L. 134/12 dal bilderberghino Monti (ma che il massone deviato Renzi non dice certo di voler modificare) non garantisce più il ricorso effettivo entro un termine ragionevole ad un tribunale indipendente e imparziale ex art 6 CEDU.

Non lo garantisce perché i ‘giuristi’ dei miei stivali che hanno inventato la 134/12 non hanno fatto altro che raccogliere tutti le tesi su cui la giurisprudenza dà torto allo Stato da sempre ed infilarle nella 134 per imporne la fondatezza per legge.

Sempre, lo ripeto, con la copertura dei compari della ‘Corte’, ma anche della magistratura italiana e della Corte Costituzionale che, a volerlo, l’occasione per sentenziare non solo de relato l’avrebbe subito trovata.

Incivile e illecita L. 134/12 con la quale, dopo aver aumentato i costi dei ricorsi Pinto fino a renderli non convenienti, hanno stabilito che l’indennizzo non può essere superiore al valore della causa presupposta (per cui, peraltro, non puoi agire in caso di rigetto, nonostante il diritto alla celerità prescinda dall’esito della causa); -hanno previsto che puoi iniziare la causa Pinto solo dopo il passaggio in giudicato della causa presupposta, quindi magari dopo dieci anni da quando hai già subito i primi tre o quattro anni di ritardo (spostando così gli indennizzi di lustri); hanno assicurato una totale arbitrarietà ai giudici (ostilissimi alle cause Pinto dato il loro estremo conservatorismo) consentendogli di valutare la lentezza secondo un imponderabile intreccio di ‘parametri’ (complessità del caso, oggetto del procedimento, comportamento delle parti, del giudice e di altri soggetti); hanno vietato gli indennizzi in una serie di legittimi casi in cui erano ammessi; hanno assurdamente stabilito che le sentenze (decreti) decadono (e non puoi più rifare la causa) se non riesci a notificarle in 30 giorni dall’emissione (magari per colpa della cancelleria che non ti rilascia le copie); hanno stabilito che il giudice, quando la causa sembri a lui inammissibile o infondata, ti possa, per fortuna non crocifiggere, ma condannare ad un’ammenda fino a 10.000 € ecc.

Abomini a cui la 134/12 aggiunge i filtri agli appelli e ai ricorsi per cassazione; e la L 64/13 il novello art. 5 della Pinto, che vieta i pignoramenti (in maggioranza miei) per i crediti portati da decreti Pinto, mentre si continua a non pagarli.

Senza dimenticare l’art. 9 DL n. 140/12, con il quale, dopo aver dimezzato i compensi degli avvocati, li hanno ulteriormente dimezzati – guarda caso – proprio nelle cause Pinto, riducendoli quindi in esse del 75%.

Ecco così che – sempre per rendere impossibile l’accesso alla giustizia – nel mentre i ministeri non ti liquidano nulla per le procedure esecutive, i giudici ti liquidano onorari anche di 200, 300 € per cause Pinto che ti costano il doppio; forse per risparmiare le cifre fino ad oltre 15.000 € che devono liquidare ai CTU nelle cause banca per dei conteggi meccanizzati da quattro soldi, per i quali a noi non liquidano niente, in modo da avere abbastanza da dividere con loro. Perché è tradizione che il grosso dei giudici italiani divida i soldi con i CTU.

Montagne di violazioni possibili solo grazie alla copertura della ‘Corte’.

Cose che spiego nel documento di cui sopra, in cui narro (mi scuso delle ripetizioni con chi lo ha già letto) di come la giustizia italiana non fissa ad arte circa 4.000 ricorsi Pinto di miei clienti depositati a Roma e Perugia tra il 2011 e 2012, che fisserà alle calende greche e poi macellerà; di come i ministeri non pagano né le ‘transazioni’ che la ‘Corte’ mi ha estorto (vedi di seguito) né i decreti, e sono in combutta con le cancellerie, che non ti rilasciano i certificati dei passaggi in giudicato dei decreti per rallentare i giudizi di ottemperanza: unico mezzo rimasto per cercare di farsi pagare, e che poi i TAR, per non farteli fare, riuniscono dandoti 100 € di spese a cliente, che è molto meno di quanto costano.

‘Corte’ che, di fronte ai circa 6.500 ricorsi di miei clienti per lungaggini nei pagamenti dei decreti Pinto, ha calpestato, pur di fermarli, la sua pluriennale giurisprudenza con cui liquidava 100 € per ogni mese di ritardo nel pagamento dal sesto mese in poi (sent. Simaldone e altre, specie dal 2006).

‘Corte’ che, dopo avere dichiarato irricevibili, non si sa perché, circa 1.250 dei 6.500 ricorsi, ne ha sì, con la sentenza Gaglione, ribadita dalla Grande Camera, ‘accolti’ 475, ma liquidando – si badi – 200 € ad ogni ricorrente + 21 € a me per spese.

Sentenza che credo meriti un’indagine parlamentare (ma anche penale) per appurare se è o no frutto di uno dei predetti casi di associazione a delinquere tra ambienti deviati dell’apparato italiano e giudici corrotti realizzato con la ‘mediazione’ della cancelleria o di altri uffici italiani a Strasburgo.

Anche perché in essa c’è una cosa insolita, perché la decisione di liquidare 200 € più 21 di spese è stata presa, a maggioranza, da 5 dei 7 giudici, e cioè da Françoise Tulkens, Nona Tsotsoria, Işıl Karakaş Kristina Pardalos e Guido Raimondi (cancelliere Naismith).

Sentenza la cui vera motivazione è che se i miei 6.500 clienti avessero ottenuto 100 € per mese di ritardo si sarebbe scatenato in Italia quel processo di velocizzazione della giustizia che tutti fingono di volere.

Cinque giudici di maggioranza che non hanno esitato a pronunziare quella abominevole sentenza nonostante i due giudici di minoranza, Ireneu Cabral Barreto e Dragoljub Popovic, non solo hanno messo per iscritto in sentenza di essere in profondo disaccordo («La Corte non può dare l’impressione di farsi garante del comportamento dell’Italia; essa non può scegliere un criterio che, in un certo modo, potrebbe far pensare che venga accordato un ‘premio’ allo Stato colpevole e, pertanto, essere all’origine di una profonda discriminazione tra le parti contraenti»), ma hanno addirittura fatto il lavoro di calcolare, per tutti i 475 ricorrenti, in una tabella nel corpo della sentenza, le giuste liquidazioni. Quelle cioè basate, in misura variabile, su circa 100 € per mese di ritardo; indicando persino, singolarmente, le spese in misura ragionevole. Liquidando cioè 1.039.682 € per i ricorrenti (2.188 € in media contro i 200 € fissi liquidati dalla maggioranza), più 309.926 € di spese per me (652 € medi per cliente), contro 21 € per cliente liquidati dai 5 della maggioranza.

Vergognosa sentenza Gaglione usando la quale il Ministero dell’Economia e Finanze, ‘di concerto’, mi ha estorto una transazione alle stesse condizioni per i rimanenti ricorsi minacciando le pronunzie di irricevibilità dei compari della ‘Corte’. Transazione firmata solo da circa 2.200 dei 6.500 miei clienti, e per di più non pagata.

Per cui rimangono 2.575 ricorsi da decidere (non quindi i 4.120 di cui scrive il Naismith), più i 2.200 ‘transatti’, non pagati, sul destino dei quali non so che dire perché questa gente ha per ora soppresso lo Stato di diritto.

A meno che la ‘Corte’, che leggo dalla stampa avrebbe già informato i miei clienti del divieto di continuare a difenderli, non gli riscriva proponendo loro un nuovo difensore con la promessa che se lo accettano li tratteranno bene.

Liquidazioni di 200 € + 21 € di spese (da ultimo divenuti 30) che sembravano aver prevalso nell’intera ‘Corte’, fin quando, il 3.6.14, i giudici András Sajó, Helen Keller e Robert Spano, hanno pronunziato la sentenza Salvatore + 5 in tema di durata eccessiva della causa presupposta, della causa Pinto e del tempo del pagamento.

Giudici che hanno ribadito che i decreti Pinto vanno pagati entro sei mesi e le cause Pinto non devono durare più di due anni e mezzo complessivi nei due gradi, condannando l’Italia a pagare, non più i 200 € fissi + 21 liquidati nelle mie cause, ma somme ognuna diversa per una media di 3.979 € + ben 1.833 € per spese per ogni causa.

Sentenza Sajo/Keller/Spano che mi sdegna per l’incredibile, illecito trattamento riservato nella sentenza Gaglione ai miei clienti e me (mi chiedo oltretutto chi credono di essere i giudici Tulkens, Tsotsoria, Karakaş Pardalos e Raimondi per poter essere così arbitrari nell’esercizio della giurisdizione), ma mi fa sperare che a Strasburgo ci sia ancora qualche giudice che non sia massone deviato o bilderberghino.

Sentenza Sajo/Keller/Spano che, oltre a tornare alle sanzioni adeguate per i ritardi nei pagamenti, ribadisce la fondatezza delle ‘equa su equa’ (cause per lungaggini nelle cause per lungaggini).

Giudici dunque (sperando che non li convincano a ripensarci per smentirmi) alcuni dei quali encomiabili.

Concludo quindi chiedendo al Parlamento Europeo, e agli altri Parlamenti EDU, sia quale rappresentante dell’associazione Moralizzare la Magistratura, che in proprio, di costituire Commissioni Parlamentari di inchiesta:

-1) per accertare se – a partire da un’indagine sui fatti di cui a questo atto – sussiste o no corruzione o altri reati nell’operato della ‘Corte’.

-2) per porre rimedio al fatto che, se detta corruzione ed altro sussiste, il ricorso alla ‘Corte’ non può essere considerato ricorso effettivo di ultima istanza entro un termine ragionevole ad un tribunale indipendente e imparziale ex art. 6 CEDU contro il gravissimo cumulo di violazioni da parte dei poteri economici, del governo, della burocrazia, della PA, del fisco ecc.

-3) per promuovere, in Italia e presso la ‘Corte’ EDU, una verifica del tenore di vita dei giudici allo scopo di accertare se è vero o no, che – com’è vox populi, salvo le eccezioni, che però non cambiano nulla – vivono ad un livello così alto da essere la prova materiale della loro diffusissima corruzione.

23.7.2014,

                          Alfonso Luigi Marra