Malinowski: il genio. Prima Parte

Come abbiamo detto nel precedente articolo su questo grande studioso, Borislaw Malinowski fu un tipo particolare di frazeriano, se si può dire che lo fosse. Uno di quelli che si avvicina al grande maestro come allievo di Seligman, un antropologo particolarmente affascinato dalle teorie del Ramo d’Oro, tanto affascinato, a volte, da mistificare, si suppone in buona fede, dati archeologici per piegarsi alle teorie di Frazer.

Da questo maestro recupera l’interpretazione di magia, religione e scienza come momenti separati di uno stesso filo diacronico della storia ma ne separa ulteriormente le sorti. Li vede Malinowski come tre fili che percorrono insieme il cammino dell’uomo  e li vede in ogni epoca profondamente intrecciati. Fa assumere a tutte e tre una funzione positiva, abbandonando quell’impronta hegeliana di tesi antitesi e sintesi, e abbandonando l’idea di Frazer che identificava la magia come una forza primitiva (inteso con accezione negativa positivistica, opposto a civiltà) di pseudoscienza.

Inoltre, rispetto al metodo frazeriano di lavoro accademico, Malinowski inaugura quello che sarà chiamato “osservazione partecipante”. Secondo la quale egli non intraprende lo studio di tutta la mitologia mondiale comparando le fonti, ma analizza un singolo popolo in mezzo al quale vive mischiandosi come ne fosse un membro.

Una distinzione di metodo che è più che altro una distinzione di stile di vita che contrappone l’antropologo viaggiatore allo studioso accademico.

L’osservazione partecipante, però, fu una delle grandi innovazioni della pratica antropologica, che ha creato un mito di libertà e conoscenza che ha ispirato moltissimi avventurieri novecenteschi, che ha ispirato viaggiatori illuminati come Chatwin. Ma che nella pratica aveva già presentato importanti risultati nell’ottocento con Spencer e Gillen sulle popolazioni indigene australiane.

Ma l’innovazione dell’antropologo polacco, teorizzata in Argonauti del Pacifico, è quella di entrare a far parte della quotidianità dei popoli studiati, di viverci insieme, di avere una intimità diretta e quotidiana con quelli che una volta erano gli informatori. Non si trattava, infatti, di scoprire delle nozioni teoriche e catalogate, di scoprire il sistema di credenze di un popolo nuovo, ma di entrare nel loro mondo, di viverne l’intero sistema di credenze e di entrare nel loro modo di pensare. E d’altro canto quale nozione più ovvia che vivere con qualcuno e con le sue regole e il suo stile di vita per capirlo?

E non è poi il popolare mettersi nei suoi panni o “in her shoes”?

 

Giselda Campolo

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