LIBERTA’ E RISPETTO Perché “io non sono Charlie”

Il balzo da 60.000 a 6.000.000 di copie di Charlie Hebdo vendute dopo l’attacco terroristico e l’imponente sfilata di cordoglio e di sfida stanno a confermare quanto il popolo sia emotivamente manovrabile. Diffido sempre dei “grandi movimenti di massa”, specie in un’epoca in cui i mezzi per provocarli e condizionarli si sono enormemente moltiplicati; e il sospetto che a dirigerli siano i grandi direttori d’orchestra del connubio politico-finanziario-mediatico si fa sempre più concreto. L’avere, forse inaspettatamente, riscosso il plauso incondizionato di decine di capi di Stato e di governo ha esacerbato –se mai ve ne fosse stato bisogno- la determinazione dei disegnatori sopravvissuti a insistere in una satira irriverente, blasfema e persino pornografica contro ogni religione, in particolare quella islamica. Con ciò esponendo la sicurezza di milioni di cittadini inermi al pericolo di un’escalation di attentati che il fondamentalismo non mancherà di sferrare. Tutto nel nome di una puerile esibizione muscolare degna di miglior causa. Questo crescendo di provocazioni si ritorcerà non solo sulle future innocenti vittime di eccidi, ma anche sulla totalità dei cittadini ai quali, in nome della “sicurezza”, verranno negate anche le ultime, flebili forme di libertà personali e collettive che ancora ci hanno lasciato dopo l’11 settembre 2001. Le folle oceaniche che marciano dietro i vari capi politici mi fanno l’effetto eco di quelle plaudenti ai bellicosi discorsi di deliranti dittatori alla vigilia dell’ultima guerra mondiale. Infatti, non è forse una nuova guerra tout court quella verso cui l’impero americano e i suoi vassalli ci stanno portando attraverso l’apertura di nuovi fronti, giustificati con la “conversione alla democrazia”, regolarmente seguiti da massacri e ingovernabilità? Non è forse frutto di miope temerarietà la parallela sfida alla Russia, tornando alla politica della brinkmanship, della provocazione sino all’orlo della deflagrazione? L’impero non tollera ostacoli lungo la sua marcia globale; e così strumentalizza gli episodi di risonanza emotiva per assecondare i suoi fini; ingenerando spesso il sospetto di incidentifalse flag. Personalmente, sono “pirronianamente” scettico verso la formalizzazione religiosa del naturale impulso dell’uomo verso la spiritualità. Vedo nelle religioni un fin troppo facile strumento per prosperare sulle nostre paure ancestrali, in primis la paura della morte e l’incognita della post-morte. Non credo nei poteri divini di alcuni uomini, che si proclamano intermediari tra noi e un ipotetico dio supremo. Uno sguardo alla storia mi conferma nella convinzione che il governo delle anime sia un ottimo supporto alla politica, ossia al governo dei popoli: punizioni e premi, terreni e supposti ultraterreni, sono, come dicevano i Latini, ottimi instrumenta regni. Ciononostante, mentre cerco di risvegliare nella gente l’interesse per la cosa pubblica, denunciando le radici profonde del nostro malessere economico e quindi sociale –vedi la mia instancabile disamina del sistema bancario e monetario- mi trattengo da un simile comportamento nei confronti del sentimento religioso dei credenti: non applico con incosciente disinvoltura il metodo usato nei confronti del potere laico verso l’apparato religioso. E credo che questa distinzione andrebbe fatta anche dai reggitori degli Stati laici nei confronti di ogni religione -anche se dal 2005 il vilipendio della religione, almeno in Italia, non è più reato. Invece, si è passati da un legittimo agnosticismo o ateismo ragionato all’irrisione di ogni sentimento religioso, sulle orme del materialismo marxista, bollato a sua volta come religione laica.  L’importante è che non si creda più a niente, in un desolante panorama nichilistico, dove il marxiano “oppio dei popoli” si è moltiplicato in un variegato assortimento di droghe, fisiche e psichiche, tra le quali scegliere a proprio piacimento. I governi occidentali, quello italiano incluso, hanno appannato ai minimi storici la loro autorevolezza, estirpando i fondamenti della coesione sociale in nome di un’economia ridotta a mera finanza, gravando i popoli di sacrifici giustificati da assurde e lontane regole in stile dittatoriale, affogando ogni valore morale con la crescente disparità tra scandalosi privilegiati e un popolo ridotto  a plebe. Tant’è che, per governarlo, di pari passo alla messa in soffitta o alla gogna delle credenze religiose, devono uccidere libertà, privacy, diritti. Se ora hanno deciso di avallare platealmente chi irride o insulta ogni tipo di fede, forse lo fanno per accelerare la corsa verso un mondo di automi senz’anima, facili da manovrare, rassegnati e disillusi.

Marco Giacinto Pellifroni