L’arte emergente ha adesso i suoi mentori

Il presidente di ArtBrdge, Rodney Durso, sta ultimando i preparativi a L’Aquila per l’Off Site Art.  La festa tradizionale della Perdonanza, questo agosto, avrà un’aria di innovazione. Off Site Art, infatti, è un progetto che vuole trasformare, attraverso l’arte pubblica, i cantieri del centro storico di L’Aquila in galleria-museo all’aperto.

Un progetto fatto per artisti emergenti, 19 in particolare selezionati il 9 luglio. La giuria era composta da Ida Panicelli, Cecilia Alemani, Giuseppe Lignano e Cecilia Guida.

Artisti residenti in Italia, italiani, che creino in collaborazione con ArtBridge enormi opere di public art.

La newyorkese ArtBridge, fondata nel 2008 da Rodney Durso funge da modello organizzativo e teorico per la realizzazione aquilana.

I due obiettivi fondamentali sono paralleli e strettamente interconnessi. Per poter ottenere un mondo meritocratico, dinamico  e sensibile all’arte, l’arte deve raggiungere tutti e lo deve fare senza però diventare banale e popolaresca. Come raggiungere tutti allora? Esponendo lì dove (spesso parliamo di site specific) la gente passa quotidianamente, abbellendo la vita senza che chi vive se ne accorge, e, nel contempo dando la possibilità ad artisti poco inseriti di trovare uno spazio meritato e adeguato alla loro creazione.

Così la città in espansione, una città sempre più futuristica, ricoperta di ponteggi, che si muove sempre verso nuove costruzioni, cantieri ed espansioni, questa città embrione diventa contemporaneamente culla di una bellezza già pronta, culla del sublime. Un modo per dare un significato anche agli orrori del cemento rendendoli luoghi che permettano ai giovani artisti spesso bruciati dalla concorrenza e dagli appoggi mancanti di creare e di mostrare, di creare e di far vivere l’arte.

Ed ecco che l’idea di sviluppo cittadino, l’idea di sviluppo della periferia muta radicalmente trasformandosi da cantiere di laterizi a cantiere di idee.

Ma da questo concetto di evoluzione della periferia l’Italia non è pienamente presa, né possiamo paragonare l’espansione della grande mela, dove gli stessi costruttori finanziano la public art sui ponteggi del cantiere, a quella delle metropoli italiane. Ma l’ideatore del progetto non è certo un americano purosangue. È un aquilano d’origine e come non immaginare rivoluzionato il dolore di una città-cantiere? Una città da ripopolare, una città vergine che deve sbocciare nuovamente dalla sua storia e che può farlo tramite l’arte e l’attrazione che l’arte genera.

Ma, come sempre accade per ciò che arriva dall’America, siamo già proiettati verso un concetto di marketing dell’arte. L’Aquila ancora una volta vuole fare notizia, e per fare notizia è sfruttata. Ancora una volta, realizzato ogni palazzo, sarà smembrata. Infatti i teloni di vinile che servono per coprire i ponteggi di costruzioni sui quali verranno stampate opere d’arte, verranno poi tagliati in pezzi e inseriti ciascuno in una borsa, una borsa venduta come message bag. Un bel simbolo, non lo si mette in dubbio, un simbolo che si potrebbe analizzare alla luce di concetti ancestrali profondissimi, ma che lascia il dubbio si tratti solo di marketing.

Giselda Campolo

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