La nascita del mostro: come e perché in Italia ha avuto inizio la spartizione della torta del finanziamento pubblico dei partiti

Gli anni ’60 e ’70 furono segnati in Italia da numerosi scandali che portarono all’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica un diffuso e consolidato sistema di finanziamento illecito e occulto ai partiti politici. Molte inchieste della magistratura avevano dimostrato come il denaro proveniente da fonti non chiare e non confessabili, o addirittura illecite, avesse sempre costituito una percentuale molto elevata delle entrate dei partiti, sia quelli filo-occidentali che quelli della sinistra filo-sovietica, con in testa il PCI.

La questione dello stabilire delle regole in merito ad un finanziamento pubblico dei partiti politici e il problema – di fatto mai risolto – dell’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione avevano continuato ad intrecciarsi nei dibattiti parlamentari, senza però mai approdare ad una legislazione chiara. Vi era, da un lato, la necessità di porre dei limiti alle forme illecite di finanziamento, e dall’altro la necessità di conciliare tali limiti con il costante calo dei contributi degli iscritti e dei simpatizzanti, già allora denunciato da tutti i principali partiti.

Come osserva Francesca Biondi[1], il dibattito sul finanziamento dei partiti aveva avuto origine all’interno della Democrazia Cristiana che, da una parte, sentiva la necessità di liberarsi dai condizionamenti dei gruppi che fino ad allora l’avevano sostenuta influenzandone non poco la stressa linea politica, e dall’altra intendeva far fronte al suo deficit di radicamento capillare sul territorio. Il partito riconosceva quindi di avere assoluto bisogno di denaro per consolidare i propri apparati e per sostenere le campagne elettorali.

Si trattò di una questione ampiamente dibattuta già dalla seconda metà degli anni ’50, che portò alla stesura di alcuni interessanti progetti che vale la pena qui menzionare. Il primo fra quelli che meritano di essere ricordati è quello presentato da Luigi Sturzo nel 1958 (poi ripreso da D’Ambrosio nel 1961). L’11 Luglio 1958, in un intervento al Senato sulla corruzione dell’attività politica[2], Sturzo osservò che per smantellare la ‘sovrastruttura partitocratica’ che condizionava negativamente l’indipendenza del Parlamento era necessario attuare delle riforme e, prima fra tutte, la regolazione delle finanze dei partiti. «È sempre necessario e urgente – sosteneva Sturzo – che una legge regoli le finanze dei partiti, ne proibisca i finanziamenti da parte di enti pubblici e di imprese private, ne renda pubblici i bilanci, fissi il massimo che ciascun candidato possa ricevere ed erogare per le spese elettorali, pena la decadenza del mandato. Se non si arriva ad affrontare con coraggio la situazione, non solo le elezioni politiche, ma anche le municipali,le provinciali e le regionali saranno inficiate di corruzione».

Il 16 Settembre 1958 Luigi Sturzo presentò al Senato una sua proposta di legge fondata proprio su queste sue considerazioni, proposta che venne poi ripresentata – senza successo – alla Camera dei Deputati da D’Ambrosio l’11 Novembre 1961, con il titolo: Disposizioni riguardanti i partiti politici e i candidati alle elezioni politiche e amministrative, che si proponeva di assicurare il concorso paritario dei partiti, limitando i finanziamenti suscettibili di condizionarne gli orientamenti e introducendo obblighi di trasparenza e controlli sull’afflusso di denaro. Pur non prevedendo alcun contributo da parte dello Stato, si trattava di una proposta fortemente innovativa che, qualora fosse divenuta legge, avrebbe probabilmente cambiato la storia della partitocrazia italiana e ci avrebbe maggiormente avvicinati agli altri paesi europei. Un progetto interessante non solo per l’autorevolezza dei proponenti, ma perché segnò di fatto l’inizio di un intenso dibattito sul tema del finanziamento dei partiti; dibattito che in seguito si estese anche all’idea e alla necessità di introdurre forme di finanziamento pubblico dei partiti.

Il timore di controlli e di ingerenze interne, che tanto aveva caratterizzato e condizionato i lavori dell’Assemblea Costituente, si faceva però ancora sentire. Il PCI, infatti, forte del suo legame (anche economico) con Mosca, restava ancora piuttosto restio a qualunque intervento statale che potesse interferire nella vita dei partiti politici, come dimostrò l’intervento, nella seduta della Camera del 30 Settembre 1964, dell’On. Laconi, il quale aprì alla proposta di finanziare con denaro pubblico alcune attività dei partiti, a condizione che questi rimanessero liberi nelle proprie decisioni politiche e, soprattutto, purché non vi fosse alcun incisivo controllo sulle modalità con cui quel denaro sarebbe stato speso.

Furono le indagini della magistratura che, all’inizio del 1974, fecero emergere un giro di sovvenzioni che da anni erano versate dalle compagnie petrolifere ai partiti di governo, a dare una spinta decisiva ad una concreta iniziativa legislativa sul tema del finanziamento pubblico ai partiti; iniziativa che venne presentata all’opinione pubblica come fondamentale per una moralizzazione del sistema politico. Si sosteneva, infatti, che l’introduzione di un contributo statale avrebbe reso i partiti politici più indipendenti rispetto ai gruppi di pressione privati e, soprattutto, avrebbe scoraggiato la ricerca di finanziamenti illeciti.

Dopo anni di dibattiti culturali e politici sulla opportunità di finanziare o meno i partiti con fondi pubblici, si arrivò all’approvazione della legge n. 195 del 2 Maggio 1974, intitolata “Contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici”. La proposta di legge, presentata dagli onorevoli Flaminio Piccoli (DC), Luigi Mariotti (PSI), Antonio Cariglia (PSDI) e Oronzo Reale (PLI), capigruppo dei partiti che allora sostenevano il Governo, fu discussa e approvata a larghissima maggioranza in soli otto giorni dalla Camera dei Deputati con 344 voti favorevoli e 44 contrari e inviata il 9 Aprile al Senato, che la approvò il giorno 17. Contro l’approvazione della legge si erano espressi solo i liberali e i radicali.

Si trattò di una vera e propria corsa contro il tempo, giustificata da un apparente intento di moralizzazione della vita dei partiti e giustificata, come abbiamo visto, dalla dichiarata necessità di erigere una barriera contro il sistema diffuso di finanziamenti occulti e illeciti che si indicava come causa primaria del condizionamento delle decisioni delle forze politiche e delle stesse istituzioni della Repubblica. Imboccando, quindi, la scorciatoia del finanziamento pubblico al posto di una riforma organica e strutturale dei partiti e di una chiara definizione del loro ruolo, si riteneva di aver trovato la medicina più efficace. Ma questa mera illusione sarà presto smentita dai fatti.

Il 20 Marzo 1974, negli stessi giorni in cui veniva presentata alla Camera la proposta di legge sul finanziamento pubblico e in contemporanea con le dichiarazioni dei tesorieri dei partiti, il Corriere della Sera pubblicava un’interessante inchiesta in cui si esercitava a fare i conti della ‘Azienda partito PSI’ (ufficialmente presa a campione). Il Partito Socialista di Francesco De Martino in quell’anno aveva circa 500.000 iscritti, 97 fra deputati e senatori, 101 federazioni aperte in Italia e all’estero, e il controllo di due quotidiani, l’Avanti! e il Lavoro Nuovo. Da tessere, contributi, sottoscrizioni e versamenti degli eletti risultava incassare circa un miliardo di Lire, ma ne spendeva almeno cinque. A conti fatti, secondo il Corriere, la legge sul finanziamento pubblico avrebbe potuto portare nelle casse del partito circa 4,5 miliardi di Lire.

La proposta di legge che portò all’approvazione della legge 195 scaturiva da due diverse iniziative, una di provenienza socialista e una democristiana, su cui si innestò un intenso dibattito politico e giuridico. I due progetti di legge muovevano dallo stesso presupposto, ossia che fosse necessario attribuire ai partiti un finanziamento statale per impedire il fenomeno del finanziamento illecito. Seguivano però due diverse impostazioni. Il progetto Bertoldi, quello socialista, pur tenendo conto della necessità storica che i partiti restassero autonomi e indipendenti da qualunque controllo statale, riconosceva ai partiti la personalità giuridica di Diritto Privato e si proponeva di imporre alcune regole organizzative interne che avrebbero comportato l’introduzione di specifiche disposizioni statutarie. Sulla falsariga delle prime leggi sui partiti e sul finanziamento statale che iniziavano ad essere approvate in altri stati, cercava cioè di legare il finanziamento pubblico al riconoscimento giuridico dei partiti e all’accettazione da parte di questi di precise regole di organizzazione interna. L’articolo 5 del progetto Bertoldi prevedeva infatti che i partiti che intendevano ottenere i contributi dovessero «indicare nel loro statuto gli organi i cui titolari sono abilitati a riscuotere»; a questi sarebbe stata conferita, inoltre, la rappresentanza legale del partito. All’atto di erogazione del contributo, al partito sarebbe stata inoltre riconosciuta «la personalità giuridica del Diritto Privato». Per di più, l’articolo 9 stabiliva che il partito avrebbe dovuto avere delle organizzazioni rappresentative cui affidare la discussione e l’approvazione del bilancio. Infine, l’articolo 10 prevedeva che i partiti si dotassero di «un collegio dei revisori ufficiali dei conti».

Il progetto Piccoli, quello democristiano, che fu poi preso come testo base e della cui impostazione di fondo risentiamo ancora oggi, prevedeva invece, sì, il finanziamento statale, ma limitandosi ad introdurre solo qualche blanda forma di controllo sull’uso dei fondi, senza assolutamente scalfire l’ambigua natura di “associazione non riconosciuta” del partito politico. E, essendo stata di fatto impostata proprio su questi presupposti, la legge 195 dimostrò la tenace volontà dei partiti politici di non subire alcun controllo e alcuna ingerenza da parte dello Stato nelle loro questioni interne, aprendo così la strada a quella voragine del finanziamento pubblico che, come sappiamo, sarebbe destinata negli anni a divenire sempre più ampia e fuori controllo.

La legge introdusse per la prima volta in Italia un finanziamento pubblico diretto ai partiti da parte dello Stato, consistente in 15 miliardi di Lire di ‘rimborsi elettorali’ ai partiti che presentavano liste in più di due terzi dei collegi e ottenevano un quoziente in una circoscrizione e 300.000 voti di lista o più del 2% e 45 miliardi all’anno ai gruppi parlamentari «per l’esplicazione dei propri compiti e per l’attività funzionale dei relativi partiti»; 45 miliardi così suddivisi: 15 al Senato e 30 alla Camera. Il finanziamento ai partiti nasceva, quindi, passando direttamente attraverso i gruppi parlamentari, e la legge prevedeva che i presidenti di detti gruppi fossero tenuti a versare ai rispettivi partiti «una somma non inferiore al 95% del contributo riscosso». Una scelta che costituì, dietro l’apparente volontà di valorizzare il ruolo dei gruppi come luogo di mediazione politica, un espediente ben congegnato per sottrarre l’uso del denaro ad un controllo esterno. Un pasticcio e una evidente commistione e subordinazione degli eletti al partito, con conseguenze negative sulla vita degli stessi partiti e sull’assetto democratico del Paese, che non tarderanno a manifestarsi, come hanno sottolineato Elio Veltri e Francesco Paola[3].

Con la legge 195 veniva inoltre sancito il divieto (e l’illiceità penale) di ricevere finanziamenti «sotto qualsiasi forma, diretta o indiretta, dalla provenienti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici e società con partecipazione di capitale pubblico superiore al 20% o di società private da essi controllate». Entrava in vigore così, a tutti gli effetti, il reato di illecito finanziamento pubblico ai partiti politici, con sanzioni penali da sei mesi a quattro anni per le violazioni delle norme e il divieto di cedere a terzi i crediti sul finanziamento pubblico. Tutte norme che i partiti hanno facilmente aggirato o che sono state modificate (in particolare per quanto riguarda la cessione dei crediti) da leggi successive.

Rimaneva la possibilità, da parte di altre società, di erogare finanziamenti alle forze politiche, a condizione che questi fossero deliberati dagli organi sociali competenti e regolarmente iscritti a bilancio (cioè, in sostanza, pubblicamente dichiarati). In caso contrario, si sarebbe incorsi nel reato di finanziamento occulto societario ai partiti politici.

Nessuna limitazione all’erogazione di finanziamenti ai partiti fu invece prevista per le società aggiudicatarie di contratti pubblici o che ricevevano sovvenzioni pubbliche, a dimostrazione di come questa legge fosse stata confezionata ‘su misura’ per i partiti e per favorire, di fatto, la loro smania e necessità di fare cassa.

Il dibattito parlamentare che precedette l’approvazione della legge fece emergere errori politici e di prospettiva e nodi rimasti insoluti che hanno inevitabilmente condizionato fino ai nostri giorni tutte le leggi successive e favorito, negli anni, un ingiustificato e abnorme progressivo aumento del finanziamento pubblico alle forze politiche, facendo del ‘sistema italiano’ una drammatica anomalia nell’intero panorama internazionale. Ma soprattutto, quel dibattito fece sì che venisse definitivamente accantonata la proposta di collegare il finanziamento con una riforma dei partiti e con l’introduzione della loro responsabilità giuridica, e passò in secondo piano anche la tanto auspicata necessità di garantire, all’interno dei partiti, dei livelli accettabili di democraticità e di trasparenza; obiettivo che tentarono, invano, di raggiungere i liberali, grandi oppositori della legge 195. Il problema, come abbiamo già evidenziato, era stato ampiamente dibattuto già nell’Assemblea Costituente e sarebbe sbagliato dire che si trascina ancora oggi non perché sia stato risolto, ma semplicemente perché è stato, con destrezza e abilità, da tempo cancellato da ogni agenda parlamentare e da ogni programma di partito. Lo dimostra l’inesorabile fallimento a cui sono andate incontro, negli anni, tutte le proposte di legge sull’argomento, a cominciare da quella di Luigi Sturzo, che proponeva «riconoscimento e acquisto di personalità giuridica dei partiti politici nonché controllo pubblico dei loro finanziamenti».

Il problema di ricondurre i partiti sotto l’imperio della legge, come osservano sempre Elio Veltri e Francesco Paola [4], è stato rimosso a tal punto che permane ancora oggi una situazione paradossale: i partiti sono, di fatto e per la dottrina giuridica, veri e propri poteri pubblici, ma non sono regolati dal diritto. Scelgono e decidono i candidati al governo del Paese, delle regioni, delle province e dei comuni, di fatto nominano deputati e senatori, i presidenti delle società di servizi e di enti come RAI, ENI, ENEL, Ferrovie e Finmeccanica, pur essendo la loro attività interna al di fuori di ogni controllo.

Come rilevano sempre Elio Veltri e Francesco Paola[5], l’approvazione della prima legge sul finanziamento pubblico dei partiti avrebbe potuto costituire, a quasi trent’anni dai lavori dell’Assemblea Costituente, un’importante occasione per affermare l’esigenza di una nuova legalità non solo dei partiti politici, ma anche sui partiti politici, attraverso principi, regole, indirizzi e forme di controllo sulla loro gestione e attività interna. Ma ad opporsi a questa eventualità fu innanzitutto il relatore della legge alla Camera, Giovanni Galloni, una delle teste pensanti della Democrazia Cristiana, della cui sinistra è sempre stato un esponente di spicco. Aldo Bozzi, leader dei liberali, sosteneva che «se si disciplina il finanziamento pubblico ai partiti non si possono poi addurre giustificazioni di carattere costituzionale per negare la regolamentazione interna dei partiti stessi», dal momento che «il finanziamento pubblico deve essere il primo passo per aprire la strada per una regolamentazione interna e per un controllo pubblico più puntuale»[6].

Galloni si dimostrò irremovibile e, in polemica con Bozzi e gli altri liberali intervenuti, appellandosi all’articolo 49 della Costituzione, sostenne che i partiti non possano essere «subordinati ad alcun condizionamento o limite ideologico, programmatico o strutturale e pertanto non si può modificare il carattere del partito che è e continua a essere, al pari delle associazioni previste dall’articolo 18, espressione di autonomia privata»[7]. Per cui «il partito, come qualunque associazione, non ha altri limiti che i limiti esterni che sono costituiti dalla legge civile comune e dai divieti posti dalla legge penale»[8]. In altre parole, secondo tali tesi, i partiti sono da intendersi alla stregua di legibus soluti che al loro interno devono essere lasciati liberi di fare quello che vogliono, a dispetto di qualsiasi criterio di trasparenza e di democrazia interna e di qualità nella selezione delle candidature, così come nella gestione dei finanziamenti. Tutto viene lasciato alla discrezione degli oligarchi che controllano gli organi del partito, ammesso che essi esistano, e la cassa, fanno eleggere i propri protetti e li chiamano a gestire il finanziamento pubblico.

Il finanziamento pubblico veniva giustificato con la necessità di combattere la corruzione del sistema democratico, ma gli sviluppi successivi all’approvazione della legge 195 dimostreranno che, senza il contrappeso della regolamentazione giuridica dei partiti, i finanziamenti di natura illecita non solo non si sono mai interrotti, ma sono aumentati in maniera direttamente proporzionale allo stesso finanziamento pubblico. Un finanziamento pubblico senza controlli e senza riforma dei partiti e del loro ruolo che ha costituito, come era stato previsto dagli oppositori della legge, una spinta ulteriore verso la formazione delle oligarchie, accrescendo il potere delle centrali politiche dei partiti nel decidere liste e candidature, incarichi di partito e parlamentari.

Elio Veltri e Francesco Paola, nel loro saggio riportano un profetico editoriale della rivista Il Mondo diretta da Mario Pannunzio; editoriale fra l’altro citato dal senatore liberale Augusto Premoli durante il dibattito che precedette l’approvazione della legge. Si tratta di un testo emblematico e decisamente profetico, soprattutto se teniamo conto che fu scritto oltre nove anni prima di tale dibattito parlamentare. Ho ritenuto quindi opportuno riportarlo qui di seguito per intero:

«Appare ottimistico e oggettivamente mistificatorio il discorso sul rapporto tra finanziamento pubblico e moralizzazione della vita pubblica. nel proporlo si sottovaluta la realtà sociologica dei partiti italiani, il legame organico che la gran parte di essi e le loro innumerevoli ramificazioni correntizie hanno con le clientele e i centri di sottogoverno. L’autonomia finanziaria del partito non è un problema tecnico, ma un problema politico: è la verifica infallibile del suo grado di aderenza agli strati e alle classi sociali che nella politica si esprimono e si identificano. Se il suo apparato è sproporzionato rispetto alla sua forza reale, che non è necessariamente forza elettorale, un contributo dello Stato, ben lungi dal rafforzare la sua vitalità democratica, rischia di deprimerla, impedendo ogni tentativo di ricambio interno. A nessun taumaturgo riuscirà mai di risollevare una impresa in dissesto senza preoccuparsi minimamente dei suoi prodotti, del mercato in cui opera, per quanto ingenti siano le disponibilità di denaro»[9].

Particolarmente significativo fu anche il forte intervento di denuncia contro la legge 195 presentato, sempre durante il dibattimento parlamentare, dal senatore liberale Salvatore Valitutti[10]. «I soldi rafforzeranno le maggioranze e indeboliranno le minoranze», egli affermava, sottolineando anche «lo stravolgimento dei ruoli dei presidenti dei gruppi parlamentari che diventano grandi elemosinieri, per cui si può capire la cura che sarà messa dai dirigenti dei partiti nella scelta dei presidenti dei gruppi per i quali l’unico merito sarà la fedeltà ai capi», con la conseguenza che «aumenterà il potere dei partiti sul Parlamento e il Parlamento avrà solo la prerogativa di accertare la regolarità di bilancio consuntivo senza però avere alcun diritto di ispezione sul bilancio».

Valitutti concluse il suo intervento con un’affermazione che negli anni successivi ha trovato continuo riscontro nei fatti: «Più diminuisce la tensione morale e più i partiti diventano costosi», e ancora: «I partiti italiani sono come quella giovane signora di Kent che sapeva cosa significava l’invito a cena a base di vino e cocktail. Anche loro sanno cosa è il finanziamento occulto ma non sono in condizione di rifiutarlo. Il finanziamento pubblico non farà diminuire quello privato e occulto».

In conclusione, l’approvazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti politici, anche se a parere di molti può aver segnato un passaggio importante per la definizione della posizione costituzionale delle forze politiche organizzate, rappresentò a mio avviso, alla luce dei ben noti sviluppi successivi del teatrino della politica, un pericoloso spartiacque. Il ‘riconoscimento’ e la ‘protezione’ dei partiti politici da parte dello Stato avrebbe dovuto (e potuto) comportare, come in molti altri paesi europei, anche una necessaria modifica nell’equilibrio dei rapporti fra lo Stato e i partiti. Ma l’anomalia italiana ha fatto sì che questo ulteriore passaggio venisse ostacolato dall’esistenza e dal consolidamento di un vero e proprio monopolio dei partiti nell’organizzazione della partecipazione politica. Non vi fu cioè la volontà di dare al partito politico una definizione giuridica chiara e definitiva, anche a causa della diffidenza reciproca che ancora persisteva tra le varie forze politiche, in particolare tra il Partito Comunista Italiano, disposto ad accettare il finanziamento statale purché esso non comportasse alcun controllo sulla vita interna dei partiti, e la Democrazia Cristiana.

La posizione di rifiuto di qualsiasi ingerenza e controllo da parte dello Stato sui propri ‘affari’ interni venne espressa chiaramente dal P.C.I. attraverso un incisivo articolo di Armando Cossutta (notoriamente il collettore degli ingenti fondi neri provenienti dall’Unione Sovietica) che, sull’Unità del 20 Marzo 1974 scrisse: «Il controllo che accettiamo e che sollecitiamo, in quanto unico controllo imparziale e sicuro, è quello degli iscritti, degli elettori, di tutta l’opinione pubblica che giudica il partito per quello che è, per quello che fa e quindi anche per il modo con cui usa il denaro»[11].

Nonostante l’introduzione di un intervento economico dello Stato a sostegno dei partiti, il loro regime giuridico non fu mutato di una virgola: non vi fu il riconoscimento della personalità giuridica delle forze politiche, che restarono quindi soggette al regime delle associazioni non riconosciute, con massima libertà di movimento nella loro gestione economica e patrimoniale; non vi fu alcuna imposizione statutaria volta a garantire un minimo di organizzazione democratica interna ai partiti e a favorire una maggiore trasparenza nella loro attività (ad eccezione dell’obbligo di indicare negli statuti partitici e nei regolamenti dei gruppi i soggetti, muniti di rappresentanza legale, abilitati alla riscossione dei finanziamenti pubblici), e non venne previsto alcun controllo efficace (cioè esterno al sistema partitico) sull’utilizzo delle ingenti risorse pubbliche.

Una legge quindi, la 195 del 1974, studiata e congegnata ad arte che non fece altro che consolidare nel nostro Paese il ‘regime dei partiti’, quella ‘Repubblica dei partiti’ che già aveva preso forma nell’Assemblea Costituente. Una legge che, lungi dall’eliminare il problema del finanziamento occulto, aprì la strada alla spartizione di una torta sempre più ampia, grazie alle leggi e alle normative che la seguirono e che fecero sì che i partiti italiani divenissero dei leviatani senza controllo, delle vere e proprie holding finanziarie, i più foraggiati in assoluto nell’intero panorama politico dell’Occidente.

Dal 1974 ad oggi, il finanziamento pubblico dei partiti, nonostante vari tentativi di abrogazione, non solo è sempre sopravvissuto grazie ad una lunga serie di leggi realizzate ad hoc, ma è aumentato a dismisura, trasformando i partiti politici in vere e proprie società per azioni, in holding finanziarie senza controllo fondate sulla credulità dei Cittadini. Prenderemo in esame, in articoli successivi, i percorsi normativi che hanno permesso tutto questo per capire e spiegare come, nel nostro Paese, i partiti politici non rinunceranno mai alla spartizione di questa ricca torta.

Nicola Bizzi

[1] Francesca Biondi, Il finanziamento pubblico dei partiti politici, Ed. Giuffrè, Milano 2012.

[2] La corruzione dell’attività politica, in  Appello ai liberi e forti di L. Sturzo (Milano 2011).

[3] Elio Ventri – Francesco Paola, I soldi dei partiti, Ed. Marsilio, Venezia 2012.

[4] Elio Ventri – Francesco Paola: Opera citata, p. 112.

[5] Elio Ventri – Francesco Paola: Opera citata, p. 112.

[6] Aldo Bozzi, citato da Elio Ventri – Francesco Paola: Opera citata, p. 113.

[7] Giovanni Galloni, citato da Elio Ventri – Francesco Paola: Opera citata, p. 113.

[8] Ibidem.

[9] Mario Pannunzio, citato da Elio Ventri – Francesco Paola: Opera citata, p. 115.

[10] Salvatore Valitutti, citato da Elio Ventri – Francesco Paola: Opera citata, p. 116.

[11] Armando Cossutta: Il finanziamento dei partiti, in L’Unità del 20 Marzo 1974.