La laurea come antidoto alla disoccupazione

In questi ultimi anni di dura crisi economica le percentuali che balzano all’occhio sono quelle della disoccupazione totale, al 12,6%, e quella giovanile (fascia d’età 15-24) che si è attesta al 43,3%, con numeri destinati a salire. Eppure la drammaticità della crisi occupazionale è ancora più grande di quanto sembrerebbe. Basta andarsi a leggere i grafici e i report di Eurostat e Istat, che “spacchettano” le cifre e le percentuali anche a livello europeo e regionale.

Solitamente i dati che circolano sui giornali riguardano poi il numero dei senza lavoro riferiti a quanti partecipano attivamente alla reperimento di un’attività lavorativa, che non sono molti in Italia. O almeno, molti meno che in Spagna, dove la partecipazione al mercato del lavoro è più alta, in particolare per le donne e nelle aree più povere, come risulta da un relazione della Banca Mondiale.

Di fatto, lo squilibrio tra il dato di disoccupazione nostrano e quello spagnolo (intorno al 26%), a fronte di economie e mercati interni piuttosto simili, deriverebbe proprio da questa differenza di partecipazione attiva. Altra voce che le statistiche ufficiali di solito non tengono conto, è l’economia sommersa, che in Italia ammonta ad oltre il 20% del prodotto interno lordo, determinando una massa di denaro e di lavoro (quasi sempre estremamente penalizzante per chi lo pratica) che sfugge completamente al controllo dello Stato.

Altro elemento fondamentale, tanto bistrattato e considerato inutile, è il titolo di studio, che risulta invece fondamentale per provare a uscire dalla recessione. Soprattutto per chi vive nelle zone economicamente più depresse del Paese, dove la possibilità di svolgere lavori manuali, vista la scarsissima presenza di aziende, è molto prossima allo zero. Da questo punto di vista, infatti, i dati Eurostat e Istat parlano chiaro, soprattutto per gli italiani del Sud: in Campania, ad esempio, i laureati hanno un tasso di disoccupazione di 10 punti percentuali inferiore rispetto ai diplomati, più o meno lo stesso riscontrato nelle altre regioni del Sud.

Lo studio, dunque, sembra sempre più essere il principale strumento di “difesa” dalla povertà, motivo più che sufficiente per frenare la tendenza del taglio fondi all’università e alla ricerca tanto caro agli ultimi esecutivi.