La Grande Guerra torna in Rai | Nicola Piovani e Sarajevo

Nicola Piovani si decide a comporre melodie che accompagnino la narrazione che la Rai vuole compiere, anche in 3D della prima guerra mondiale, per perpetrarne la memoria. Una certa titubanza nell’accettare, Piovani l’aveva dimostrata. Eppure, nonostante la sua avversione per la violenza, si è fatto trascinare dalla vicenda dei cinque ragazzi che messi in marcia, compagne le fedeli pistole e qualche mg. di cianuro, per Sarajevo affrontavano il confine tra la vita e la morte per un ideale, il concetto di patria e di libertà ad esso connesso. Questa almeno l’interpretazione che ha ispirato Piovani. Una partitura naturalmente lugubre, militare e fatta di sequenze di adagi, nella quale non poteva mancare un requiem.

Scrive Sarajevo, appunto, e la Rai la inserisce nei programmi del 28 giugno, anniversario della dichiarazione di belligeranza.  Quest’anno è infatti il centesimo dallo scoppio della Grande Guerra e la memoria viene reiterata con un ampio calendario, che stabilisce anche alcune tappe fisse dei prossimi 5 anni, sino al 2018.

Prima tra tutti naturalmente Rai Storia, con i suoi documentari ma anche numerosi contenuti innovativi. Il 31 maggio, si è messo in onda, proprio su questo canale, un documentario dedicato Cesare Battisti, realizzato per l’occasione e presentato all’Auditorium Rai il 26 maggio con la partecipazione di Giorgio Napolitano.

È Carlo Lucarelli a tenere la quotidiana rubrica di Rai Storia, mentre i Diari dedicano grande spazio, otto episodi, al tema dell’anno. Ma l’impegno Rai non si ferma alla televisione. Radio2, Radio3 e anche le programmazioni sul web, ricche di concerti e letture come quelle di Marco Paolini, che dà voce a Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu; o Tommaso Ragno con Addio alle armi di Hemingway; Elia Schilton per Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque. Per i primi tre canali Rai la fiction in prima serata dedicata alla guerra è naturalmente garantita. L’intenzione è quella di mantenere la memoria di una fase recente del percorso storico che tende, ormai, a non avere più testimoni oculari e sopravvissuti. Una Rai, dunque, che in questo caso vuole trasformarsi in memoria collettiva, e svolgere una funzione di reale conservazione e diffusione del sapere. Un progetto, questo di Gubitosi, che sembra richiamare l’epoca d’oro della Rai, quando le fiction erano arte, quando in scena c’era il grande impatto di Albertazzi, Zeffirelli e della Proclamer, quando fiction significava in primis arte ed in secundis diffusione di codici letterari, stilistici, culturali che rendessero l’Italia una unica e indivisibile, una Italia patria di poeti e navigatori che fa scuola al mondo.

A coprire le malefatte della Rai, però, non basta un po’ di storia, esattamente come a coprire le inefficienze dell’unità italiana non sono bastati quattro dialoghi e un paio di romanzi in fiction.

Giselda Campolo

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