La diatriba fra D’Alema e Renzi sui “poteri forti”: quando il bue dà di cornuto all’asino, fra accuse reciproche e messaggi in codice squadrocompassati

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La ridicola diatriba fra Massimo D’Alema e Matteo Renzi, che in questi giorni sta occupando inutili pagine sui quotidiani di regime, sta progressivamente assumendo le connotazioni di una farsa tragicomica. I due esponenti del PD si stanno infatti accusando reciprocamente di essere al servizio dei “poteri forti” e della grande finanza internazionale.

Il buon gusto di tacere, soprattutto quando si hanno nell’armadio scheletri talmente ingombranti da non riuscire più a contenerli, non è certo una prerogativa dei politicanti di casa nostra, ma mai come in questo caso appare più azzeccato il vecchio proverbio popolare del bue che dà di cornuto all’asino.

Chi è in questo caso il bue? E chi è l’asino? Sinceramente non lo so e non mi interessa, perché per me questi due tristi “personaggi” del teatro politico italiano non sarebbero degni neanche di essere assimilati a innocenti creature buone e laboriose come i bovini e gli asinelli, da sempre barbaramente sfruttati dalla cattiveria umana, e se tutti avessero letto le avventure del buon Platero così sapientemente narrate da Juan Ramòn Jiménez, al mondo ci sarebbe senz’altro più umanità.

Scriveva il grande autore spagnolo: “Povero asino! Così buono, così nobile, così acuto! All’uomo, quando è buono dovrebbero dirgli asino! All’asino, quando è cattivo, dovrebbero chiamarlo uomo!”. E ancora, rivolgendosi sempre al suo asinello Platero: “Tu, così intellettuale, amico del vecchio e del bambino, del ruscello e della farfalla, del sole e del cane, del fiore e della luna, paziente e riflessivo, malinconico e amabile, Marco Aurelio dei prati…”

Il fatto che l’Homo Massonicus Matteo Renzi abbia usurpato a Massimo D’Alema il sostegno di Carlo De Benedetti e che abbia arruolato come consigliere economico nientemeno che l’economista israeliano e uomo delle multinazionali Itzhak Yoran Gutgeld, deve aver fatto scattare nella testa di “baffino”, oltre al tarlo della gelosia, la piena consapevolezza di essere stato scaricato da quei “poteri forti” che ha sempre fedelmente servito e sostenuto.

Le sparate di Massimo D’Alema, che ha paragonato Renzi a “un Giamburrasca ignorante”, celano infatti la consapevolezza che, al tavolo di quei “poteri forti” sia stato tolto lo strapuntino da sempre riservato all’ex Presidente del Consiglio, e che esso sia stato sostituito con una comoda poltrona dorata con sopra scritto “Matteo Renzi”. Perché quei “poteri forti”, quando individuano un politico che può al meglio servirli, lo coccolano, lo portano in alto, gli spianano la strada, lo collocano nei posti chiave di comando a loro più congeniali, ma sono anche pronti, quando il “favorito” di turno ha esaurito la sua funzione, a gettarlo nella pattumiera e a sostituirlo senza tante remore.

Questo sembra dire in realtà D’Alema a Renzi quando gli dà di “Giamburrasca ignorante”: “Attento Matteino, sei giovane e inesperto. Ti stanno mettendo in mano il PD e l’Italia affinché tu possa servire bene i poteri forti forse ancora meglio di come li ho serviti io, ma, quando reputeranno che li hai serviti abbasatanza, daranno anche a te un bel calcione nel didietro…”.

Certo, si tratta di una mia libera traduzione e interpretazione, ma dobbiamo tenere sempre conto che politici navigati come Massimo D’Alema, quando si esprimono in pubblico, oltre a soppesare le parole con micidiale arguzia, utilizzano spesso frasi in “codice” e lanciano precisi messaggi carichi di doppiezza “togliattiana”; messaggi che l’opinione pubblica recepisce in un certo modo, ma che i reali destinatari di essi capiscono e recepiscono nel loro reale significato. Lo stesso fa da sempre, del resto, anche la Massoneria, che di certi “poteri” è sempre stata il braccio operativo: quando un politico o un industriale squadrocompassato parla in pubblico, ufficialmente si rivolge ad un’ampia platea dicendo “a”, ma in realtà lancia messaggi criptici ai suoi “fratelli” dicendo “b”. Perché solo questi ultimi possiedono, in base al loro grado di grembiulaggine, gli idonei strumenti per capire il reale senso del suo messaggio e per “mirare la dottrina che s’asconde dietro il velame de li versi strani”, come scriveva il buon Dante Alighieri.

La prova lampante della mia interpretazione ce la fornisce lo stesso entourage del PD, che sta prendendo fermamente le distanze dalle sparate del guerrafondaio baffino. “Nessuno glielo dirà mai, anche perché lo fa a fin di bene, ma è chiaro che se continua a occupare le televisioni attaccando Renzi ci danneggia”, ha dichiarato ai giornali, riferendosi alle sparate dell’ex Premier, un ex giovane ed ex dalemiano del PD oggi schieratissimo a favore di Gianni Cuperlo. E ancora: “Posto che sponsor imbarazzanti li ha anche Renzi, ammetto che la presenza di D’Alema è oggettivamente ingombrante”, ha dichiarato Cesare Damiano, altro uomo di fiducia di Cuperlo.

E lo stesso Cuperlo, impegnato nel gioco-farsa delle primarie a contendere a “Matteino” lo scettro del partito, non fa nulla per smentire o per commentare le frasi di D’Alema, mostrando di volersi così smarcare da uno “sponsor” che ritiene ormai bruciato, un “vuoto a perdere” scaricato da quei poteri che fino ad oggi ha servito.

E il direttore (renziano) del giornale Europa Stefano Menichini ha affidato a Twitter un paio di commenti taglienti: “La cosa antipatica di D’Alema è descrivere i voti per Gianni Cuperlo come voti di resistenza. É immeritato, riduttivo, minoritario” e “Insisto, Gianni Cuperlo non merita tutto ciò, lui non c’entra con questa ossessione crepuscolare”. Altri messaggi “criptici” che sottolineano come, a prescindere dal fatto che le primarie-farsa le vincano Cuperlo o Renzi, D’Alema sia stato rottamato da tempo dal suo stesso partito.

Quanto l’ex “Lider Maximo” abbia servito i “poteri forti” quando era al Governo (ma anche quando non c’era), favorendo con l’aiuto di Carlo De Benedetti la svendita delle grandi industrie di Stato nel dopo-Tangentopoli, è cosa nota e ampiamente documentata, e il fatto che soltanto oggi, dopo quasi vent’anni, si siano decisi a “rottamarlo” e a considerarlo “ingombrante”, è la prova lampante di come certi “poteri” lo abbiano definitivamente scaricato e abbiano ormai incoronato qualcun’altro.

E forse, come mi auguro, anche il preludio di qualche seria inchiesta della magistratura, senz’altro ancora ben memore di quella famosa dichiarazione di Marco Travaglio che sosteneva che Massimo D’Alema e i suoi uomini “sono entrati a Palazzo Chigi con le pezze al culo e ne sono usciti ricchi”. Dichiarazione che, alcuni anni fa, un altro esponente del PD, Mario Adinolfi, aveva così commentato sul suo blog: “Se dovessimo prendere per buone le parole di Marco Travaglio contro Massimo D’Alema, saremmo legittimati a pensare che le chiacchiere su Telekom Serbia e  fattacci vari abbiano un qualche fumo di verità al proprio interno, che è vero che esiste un “tesoro di D’Alema” che finanzia barche a vela, fondazioni, quotidiani, sale bingo, società di relazioni pubbliche e quant’altro…”

A distanza di nove anni dalla celebre affermazione di Travaglio e da questo sarcastico commento di Adinolfi, molta acqua è passata sotto i ponti, erodendone i piloni che adesso stanno per crollare. Libri-denuncia come L’inganno di Tangentopoli di Renato Altissimo e Gaetano Pedullà e il recentissimo I panni sporchi della sinistra di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara hanno colpito nel segno con le loro scioccanti rivelazioni, e la magistratura adesso non può più restare alla finestra a guardare.

Nicola Bizzi

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