La crisi industriale italiana nel contesto europeo

Dall’analisi dei dati contenuti nell’ultimo rapporto sulla competitività dei settori produttivi, realizzato dall’Istat, si nota come gli effetti dei due episodi recessivi del 2008-2009 e del 2011-2013 sulla produzione industriale, e l’impatto sulle economie europee, siano stati notevolmente differenziati. La Germania è l’unico paese ad avere recuperato quasi pienamente i livelli produttivi precedenti alla crisi; Italia e Spagna hanno perso, rispettivamente, quasi un quarto e un terzo del prodotto industriale; Francia e Regno Unito si collocano in un ambito intermedio tra questi due poli. Gli effetti della crisi sono stati notevolmente marcati per il settore dei beni di consumo durevoli, in particolare in Spagna e in Italia. Per quanto riguarda i beni intermedi, nell’ultimo anno si sono osservati segnali positivi in tutti i paesi esaminati, compreso il nostro, dopo le consistenti diminuzioni registrate tra il 2008 e il 2011. Anche esaminando i gruppi di attività economica, emerge una forte eterogeneità tra paesi; gli effetti della recessione sono risultati particolarmente pervasivi sul tessuto produttivo di Italia e Spagna, dove si osservano cali produttivi di oltre il 20 per cento in ben due terzi dei settori negli anni tra il 2007 e il 2013. Per quanto riguarda le dinamiche più recenti, tra gennaio e novembre 2013 la maggior parte dei gruppi di attività economica ha registrato livelli produttivi largamente inferiori a quelli del corrispondente periodo del 2007. In Italia l’andamento delle vendite dei prodotti della manifattura industriale, desumibile dagli indici mensili del fatturato, mostra un’evoluzione molto differenziata tra mercato nazionale e estero. La caduta ciclica del 2011-2013 è stata contrassegnata dall’eccezionale divaricazione tra le due componenti del fatturato industriale: quello nazionale è diminuito di circa il 17 per cento, posizionandosi a un livello inferiore rispetto al punto di minimo della prima recessione; quello estero ha registrato un rallentamento, facendo segnare comunque una lieve crescita (pari a circa il 3 per cento). La Spagna è l’unica grande economia dell’area euro ad aver mostrato una divaricazione tra componente estera e interna del fatturato industriale di entità comparabile con quella italiana; per entrambi i paesi tale divergenza è imputabile alla debolezza delle componenti della domanda, mentre più positiva è risultata l’evoluzione delle vendite all’estero. Nel confronto con gli altri principali partner europei, la peggiore performance del fatturato complessivo italiano e spagnolo ha riguardato in particolare i beni intermedi e di consumo, mentre le vendite dei beni d’investimento hanno mostrato una maggiore uniformità.
Da questo scenario ne è conseguito un generalizzato incremento della propensione all’export, misurata come la percentuale di fatturato esportato su quello totale, come strategia per uscire dalla crisi.
Tra gennaio-ottobre del 2010 e lo stesso periodo del 2013, il 51 per cento delle imprese industriali ha aumentato il fatturato totale. Rispetto ai mercati di destinazione, 
il 39 per cento del totale delle unità ha incrementato le vendite sul mercato interno, il 61 per cento ha aumentato quelle sul mercato estero. Gli andamenti del fatturato totale sono stati caratterizzati da evidenti eterogeneità settoriali. Tra i settori “vincenti”, emergono alcuni di quelli tipici del modello di specializzazione italiano: gli articoli in pelle, l’industria delle bevande, l’industria alimentare e la fabbricazione di macchinari e attrezzature. Tra i comparti che evidenziano le più forti contrazioni di fatturato, si segnalano la fabbricazione di mobili, la confezione di articoli di abbigliamento e le industrie del legno. A conferma della netta divaricazione tra un mercato domestico depresso e mercati 
esteri tendenzialmente in crescita, si osserva come tra il 2010 e il 2013 solo in quattro comparti si sia verificata una variazione negativa di fatturato estero (produzione 
di mobili, legno, stampa e abbigliamento), e solo in uno (alimentari) un incremento di fatturato sul mercato interno. Le imprese italiane maggiormente orientate all’export hanno quindi potuto sfruttare la più vivace domanda internazionale, in un contesto economico comunque caratterizzato da notevoli difficoltà nei paesi europei, che rimangono i principali mercati di destinazione delle merci italiane.