La Bontà degli Usa e la propaganda

Ogni volta che torno negli Stati Uniti non posso fare a meno di constatare la sincera quanto ingenua e drammaticamente pericolosa convinzione dello statunitense medio che loro sono i “buoni”. Ne sono sinceramente convinti. Fanno le guerre per portare la democrazia, la lotta al terrorismo è necessaria per liberare “non solo gli Usa ma tutto il mondo da questi fanatici che si fanno esplodere e fanno esplodere anche i bambini”, globalizzano McDonald’s e tutto il resto per “far sì che anche gli altri paesi si sviluppino”, lo sfruttamento minorile per produrre le merci che consumano viene perversamente ribaltato in un “almeno gli diamo un po’ di lavoro”, Obama (ma solo per i democratici) è buono e il Nobel per la Pace che gli è stato conferito giusto anche se è costretto, poverino, a fare le guerre. Si potrebbe andare avanti all’infinito. Ma anche le cose che succedono in casa propria non gli fanno accendere la lampadina che magari negli Usa, e nel sistema che portano avanti, ci sia qualcosa di profondamente sbagliato; non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che non sia normale che l’80% della popolazione assuma antidepressivi, che ogni 15 minuti un adolescente tenti il suicidio, che in carcere ci siano 11 neri per ogni bianco, che ci siano oltre 30 milioni (il 10% della popolazione) di senzatetto, che venga violentata una donna al minuto e più in generale che si respiri nell’aria  un senso di terrore e violenza diffuso di cui sono talmente impregnati da non rendersene neppure conto. Non importa, sono sinceramente convinti di essere i migliori, i più buoni, i più democratici e che il loro mondo sia il migliore.

Mi sono sempre domandato come si possa essere convinti di rappresentare il bene, di essere moralmente superiori, quando gli Stati Uniti d’America sono stati nati dal genocidio deliberato di oltre cinque milioni di nativi, dalla schiavitù di milioni e milioni di africani che hanno letteralmente e fisicamente costruito il paese, su due bombe atomiche sganciate esclusivamente per terrorismo psicologico (questo sì che è terrorismo) e che hanno fatto trecentomila in un sol colpo (più malattie, deformazioni e ulteriori morti nei decenni successivi). Anche qui si potrebbe andare avanti all’infinito. Eppure sono davvero convinti di essere i più buoni, di rappresentare il bene. Si chiama propaganda e la propaganda viene portata avanti quotidianamente dai media ed è il mezzo attraverso cui si continua fare guerre, devastare l’ambiente, causare l’estinzione di duecento specie viventi al giorno (anche qui si potrebbe andare avanti all’infinito) e soprattutto a fare in modo che nessuno (pochissimi, qualcuno sì per la verità) se ne renda conto. La propaganda però non è solo negli Usa ma anche a casa nostra e riguarda ognuno di noi perché tutti ne siamo vittime. Quando pensiamo che il nostro stile di vita sia normale siamo vittime di propaganda, tant’è che quando qualcuno prova a dire che non è così, che non è affatto normale, ecco che subito lo si accusa di catastrofismo, di essere una cassandra, di essere “negativo”, di vedere tutto nero. Insomma, la propaganda, cioè la manipolazione della mente, è così forte, che il problema non è la descrizione di un mondo in agonia, ma colui che descrive questo stato di agonia per provare a risvegliare qualche mente. La propaganda è una prigione micidiale ma è possibile liberarsene posto che ve ne sia la consapevolezza (e per averla bisogna volerla).

Tutti vogliono sinceramente cambiare il mondo ma a ben vedere nessuno vuole cambiare se stesso, come pensa, cosa fa, come vive. Io credo invece che ognuno di noi debba preoccuparsi esclusivamente di cambiare se stesso rifiutando con la maggior forza e determinazione possibile tutto ciò che questo Sistema gli offre e che secondo il suo personale parametro va bene o non va bene. Capire ciò che “va bene” o “non va bene” è facilissimo ed è stato detto già da qualche migliaio di anni: non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te stesso.

Andrea Bizzocchi