JFK

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Esattamente cinquant’anni fa, il 22 Novembre 1963, un manipolo di killers assoldati dalla mafia usuraia aprì il fuoco contro il Presidente degli Stati Uniti d’America John F. Kennedy, decretandone la morte per sfondamento della calotta cranica. La vulgata indicò nella figura dello sfigato di turno (Lee Oswald) l’assassino. Nemmeno 48 ore dopo il fatto, venne fatto eliminare prontamente da un altro killer, Jack Ruby, ufficialmente affetto da turbe psichiche – esattamente come il “pazzo” di Parigi arrestato, guarda caso, proprio oggi, nel giorno dell’anniversario della morte del grande Kennedy. Il mondo si riempie e si svuota di pazzi a comando! L’allora vice-presidente Lyndon Johnson, acerrimo nemico della famiglia Kennedy, prese il posto di JFK, giurando sulla costituzione direttamente a bordo del volo con cui venne riportata la salma da Dallas (luogo dell’omicidio) a Washington, sede della casa bianca. Fu proprio lui ad istituire la scandalosa e deprecabile “commissione warren”, presieduta da un’ammucchiata di massoni suoi compari i quali, dopo aver distorto a più non posso i fatti, dopo aver fatto apparire e scomparire le pallottole, dopo essere andata contro la fisica (andamento a zig-zag dei proiettili, esplosione di colpi a ripetizione dal fucile Carcano), trovò il fegato di mettere nero su bianco che il vero ed unico responsabile fosse l’ormai defunto e quindi muto Lee Oswald. Così facendo depistò l’opinione pubblica americana che dal trauma della fine del Presidente, immortalata da un emerito sconosciuto Mr. A. Zapruder (il celebre filmato dell’assassinio proviene dalla sua cinepresa 8mm.), non si riprese mai più. Ma quale fu la vera causa che valse al Presidente più amato d’America la pena di morte? È presto detto: l’Ordine Esecutivo 11110. Atto attraverso cui egli autorizzò l’emissione di alcuni milioni di dollari in biglietti da 5 senza ricorrere all’emissione della federal reserve privata. Fu un atto coraggiosissimo. Chi si spinse a tanto, prima di lui, fu il Presidente A. Lincoln il quale stampò moneta affrancandosi dal SIGNORAGGIO dei banchieri per fare fronte allo sforzo bellico in piena Guerra di Secessione. Guarda caso, pure lui fu assassinato da un “fanatico pazzo” (sempre i pazzi a comando) alla fine della Guerra di Secessione (1865). Sul paradigmatico, occulto ed enigmatico sistema che governa realmente le scelte politiche statunitensi, leggiamo un breve estratto di quello che potremmo definire, senza margine di errore, il discorso che segnò la sua stessa morte per amore del popolo… Lui, era di certo diverso da questi quattro accattoni che senza voto osano sfacciatamente dirigerci… La parola segretezza è in sé ripugnante in una società libera e aperta e noi come popolo ci opponiamo storicamente alle società segrete, ai giuramenti segreti, alle procedure segrete. Abbiamo deciso molto tempo fa che i pericoli rappresentati da eccessi di segretezza e dall’occultamento dei fatti superano di gran lunga i rischi di quello che invece saremmo disposti a giustificare. Non c’è ragione di opporsi al pericolo di una società chiusa imitandone le stesse restrizioni. E non c’è ragione di assicurare la sopravvivenza della nostra nazione se le nostre tradizioni non sopravvivono con essa. Stiamo correndo un gravissimo pericolo, che si preannuncia con le pressioni per aumentare a dismisura la sicurezza, posta nelle mani di chi è ansioso di espanderla sino al limite della censura ufficiale e dell’occultamento. Non lo consentirò, fin dove mi sarà possibile. E nessun membro della mia Amministrazione, a prescindere dal suo alto o basso livello, civile o militare, dovrebbe interpretare queste mie parole come una scusa per imbavagliare le notizie, soffocare il dissenso, occultare i nostri errori o negare alla stampa e al pubblico i fatti che meritano di conoscere. Chiedo però a ogni editore, a ogni direttore e a ogni giornalista della nazione di riesaminare i suoi stessi parametri e di riconoscere la natura del pericolo che corre il nostro Paese. Solitamente, in tempo di guerra, il governo e la stampa si sono uniti nel tentativo, basato principalmente sull’autodisciplina, di impedire divulgazioni non autorizzate al nemico. In tempo di chiaro ed effettivo pericolo i tribunali hanno confermato che persino i diritti garantiti dal Primo Emendamento debbano sottomettersi alla necessità pubblica di sicurezza nazionale…

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