Il Fondo monetario chiede un controllo internazionale sulle banche

Le protezioni da parte dei governi di banche considerate “too big to fail”, ossia “troppo importanti per fallire”, crea una varietà di problemi: “Un campo da gioco non omogeneo, eccessive assunzioni di rischi e ampi costi per il settore pubblico”. Lo sostiene il Fondo monetario internazionale nel terzo capitolo del Global financial stability report, il rapporto sulla stabilità finanziaria globale, redatto in vista degli Spring meetings che si svolgeranno a Washington dal 7 al 13 aprile prossimi. Secondo il Fondo, siccome i creditori di banche sistematicamente importanti non subiscono il costo totale di un eventuale fallimento, essi sono “disposti a fornire fondi senza prestare sufficiente attenzioni al profilo di rischio delle banche, di fatto incoraggiando operazioni a debito e assunzioni di rischi”. Dunque, scrive il Fmi, i gruppi finanziari “troppo importanti per fallire godono di un vantaggio competitivo rispetto ad altre banche la cui importanza è meno sistemica”. I sussidi pubblici impliciti, definiti dal Fondo come sostegno da parte dei governi a favore di grandi banche, sono aumentati a livello generale durante la crisi per poi calare in molti Paesi. “Sussidi restano più elevati nell’Eurozona che negli Stati Uniti, probabilmente riflesso del diverso passo con cui si è provveduto a migliorare i bilanci delle banche e delle differenze nelle risposte ai problemi del settore bancario”. In generale, “la probabilità che banche troppo importanti per fallire saranno oggetto di bailout (salvate, ndr) resta alta in ogni regione”.  Questo tipo di problema, sostiene il Fondo, si è intensificato sulla scia della peggiore crisi finanziaria dalla Grande Depressione degli anni ’30. I governi infatti “sono intervenuti con un ampio ammontare di fondi per sostenere le banche in difficoltà e salvaguardare la stabilità finanziaria lasciando poca incertezza sulla loro disponibilità a salvare istituti di peso sull’orlo del fallimento”. La conseguenza? I grandi gruppi hanno ulteriormente aumentato la loro dimensione e in molti Paesi il settore è diventato “ancor più concentrato”. Sebbene i legislatori abbiano lanciato ambiziose riforme finanziarie, per il Fondo resta ancora molto da fare: in alcuni casi infatti le nuove politiche selezionate “non sono state completate o implementate, e c’è ancora spazio per un ulteriore rafforzamento delle riforme”. Stando al rapporto dell’istituto guidato da Christine Lagarde, tali riforme comprendono un “rafforzamento dei requisiti patrimoniali per le banche troppo importanti per fallire” o “l’imposizione di un contributo per la stabilità finanziaria basato sulla dimensione delle passività di una banca”. Inoltre, “progressi vanno fatti per facilitare la supervisione oltre il mero livello nazionale di istituzioni finanziarie”, motivo per cui “il coordinamento internazionale è fondamentale per evitare nuove distorsioni e contagi negativi tra vari Paesi, che potrebbero essere aumentati a causa di specifiche politiche in una determinata nazione”. Siamo quindi alle solite: serve un controllo totale del settore. Infatti da un lato, come in questo caso, possono esserci dei vantaggi per l’economia reale (sempre se sarà davvero applicata una supervisione in questo senso); dall’altro il coordinamento internazionale è l’ultimo passaggio necessario alla finanza globale per ottenere un potere completamente slegato da tutto e tutti.Ezzelino